02 settembre 2010

Non ci resta che sperare in un bel settembre

Angelo Peretti
Se n'è scritto e parlato molto, di recente, e dunque non varrebbe neppure la pena tornarci sopra. Però mi pare che le cose non stiano buttando troppo bene. E allora mi domando come la metterà chi s'è fatto vanto del fatto che, previsioni vendemmiali alla mano, quest'anno probabilmente l'Italia sorpasserà la Francia in termini di quantità di vino prodotto. Premesso che non dobbiamo spezzare le reni a nessuno, sapere che la produzione di vino italiano potrebbe segnare un aumento fino al 5% rispetto allo scorso anno, portandosi sopra ai 47,5 milioni di ettolitri, mentre i transalpini ne faranno "solo" 47,3 milioni di ettolitri (contro i 46,7 milioni dell'anno passato) non mi esalta. E non è solo questione di qualità, ché di vino-schifezza se ne fa in Italia come in Francia. E così pure di vino di qualità, anche se per le produzioni di punta i francesi ci battono, non c'è verso, a meno che si voglia negare l'evidenza ed esser sciovinisti ad ogni costo.
Quel che dovrebbe preoccupare è che non sarà facile trovarsi con una simile massa di vino a disposizione quando il mercato arranca e in giro per l'Italia ci sono cantine già colme prima di vendemmiare e le giacenze in certe zone si fanno via via più problematiche e i prezzi spesso scendono in picchiata. Dove lo mettiamo tutto 'sto vino nuovo? A chi lo venderemo? A quali prezzi? Ammesso e non concesso che troviamo chi il vino ce lo compri, i prezzi - bassi - che dovremo mollare per quanto tempo ce li dovremo poi accollare? Anni, probabilmente. Si sa: i prezzi farli scendere si fa in fretta, ma poi risalire è durissima.
Ma è mica solo questo che mi dà qualche grattacapo. Gli è che il tempo ci ha messo del suo. Miseria se ha fatto freddo e ha fatto acqua in quest'estate. E le conseguenze si vedono in certe vigne: uve dalla buccia sottile sottile che si spacca come niente, attacchi di botrite, marciume. C'è chi in queste ore sta vendemmiando cert'uve bianche in frett'e furia per salvare il salvabile, ma con uve del genere si fa il vino che si può, ed è già tanto. Settembre rimetterà le cose a posto? Speriamo di sì. Speriamo che ci sia un settembre soleggiato, che porti avanti bene la maturazione, senza che si fermi l'attività delle piante, senza che arrivino rogne sanitarie.
Speriamo: ne hanno bisogno, di speranza, i vigneron.

01 settembre 2010

Le regole dei giorni frutto e dei giorni fiore per bere biodinamicamente

Angelo Peretti
Settembre, andiamo. È tempo di migrare. La citazione è nota: Gabriele D'Annunzio, Pastori.
Primo settembre, riprendo le pubblicazioni su quest'InternetGourmet. Dopo essermi concesso una pausa da ferragosto.
Riprendo in un giorno radice. Se credete alla biodinamica, sappiate che i giorni radice son quelli in cui è meglio non bere vino. Perché la vostra capacità percettiva è al minimo e la sua (del vino) capacità esperssiva è sotto i tacchi. Quasi come nei giorni foglia, nei quali peraltro è sempre possibile tentare di ripiegare su qualche bottiglia di cinque anni e passa. Il vino va bevuto nei giorni frutto e nei giorni fiore.
Lo dice Maria Thun, uno dei nomi di culto dei biodinamici. Ha messo a punto un calendario biodinamico per i bevitori di vino. Spiegando quando la percezione gustativa può essere al massimo e quando è invece meglio lasciar perdere. E c'è chi ci crede e ne fa persino norma di business, se - così leggo - sia Tesco che Marks & Spencer, le due mega catene di supermercati inglesi, organizzino le loro degustazioni solo nei giorni in cui le bottiglie possono dare il meglio di sé: i giorni fiore e i giorni frutto, appunto.
Detto così può sembrare questione ingrovigliata. Ma il bandolo della matassa lo trovate in un libretto di appena quarantotto paginette, rintracciabile on line in lingua inglese. S'intitola "When wine tastes best", che grosso modo posso liberamente tradurre in "Quand'è che il vino lo gustate meglio". Ne viene stampata un'edizione ogni anno, con il calendario aggiornato giorno per giorno, ora per ora, in modo che si sappia perfettamente quando stappare.
Una guida pratica, insomma, le cui informazioni si basano sui più di cinquantacinque anni di ricerche condotte da Maria Thun, tedesca, famosa soprattutto per il suo calendario biodinamico sulle semine e le piantumazioni dell'orto, edito da mezzo secolo, con aggiornamento annuo.
Il calendario in questione - intendo sia quello delle semine che quello dedicato a chi beve vino - si basa sui cicli della luna e del sole, sugli influssi delle costellazioni e sui movimenti dei pianeti. In particolare, si tiene conto delle costellazioni - dodici - che vengono raggruppate in quattro differenti categorie, che corrispondo a loro volta ai quattro tipi di giorni segnalati sulla guida. Vergine, Capricorno e Toro identificano i giorni radice, quelli che non vanno bene per il vino. Bilancia, Acquario e Gemelli stanno ad indicare i giorni fiore, che vanno invece proprio bene. Scorpione, Pesci e Cancro segnalano i giorni foglia, che non si prestano all'assaggio dei vini giovani e tutt'al più accettano vini invecchiati. Sagittario, Ariete e Leone sono simbolo dei giorni frutto, eccellenti per chi vuol degustare. Ma non è così semplice. Se non ho capito male le istruzioni per l'uso del manualetto, la questione è che ogni mese (in realtà ogni ventisette giorni e mezzo) la luna si muove attraverso ciascuna delle costellazioni, ed è questo movimento che determina in realtà il tipo di giorno vinicolo. O meglio, l'eventuale suddivisione delle ventiquattr'ore fra periodi buoni e cattivi per il vino. Insomma, per riprendere l'esempio del librino, se la luna si muove dentro la Bilancia alle 11 del mattino, è da quell'ora che la giornata è da considerare un giorno fiore, e mica prima.
Pronti dunque per i vostri assaggi biodinamici? Se sì, procuratevi il libretto: l'edizione 2010 vale fino al 31 dicembre, ovviamente, ma on line trovate già in prevendita anche l'edizione 2011. E, attenti: potrete fare assaggi biodinamici anche di vini non necessariamente aderenti alla filosofia biodinamica. Le regole della Thun valgono per il vino in genere, anche quello proveniente da uve in coltura convenzionale.
Crederci, non crederci? E chi lo sa? Mica ho provato ancora a fare l'esperimento di bere lo stesso vino in giorni di tipo diverso. Ma mi riprometto di farlo.
Però una cosa la devo dire. Un giorno ho aperto una bottiglia di un vino che generalmente mi piace. Intendo che mi piacciono il vino e l'annata specifica, e che è un vino che conosco a menadito, come s'usa dire. Ma quel giorno mi ha deluso. Per curiosità, rientrato a casa ho preso in mano il librino: era un giorno radice, uno di quelli in cui sarebbe meglio non stappare. Guarda un po'.
Giusto a titolo di suggerimento: i prossimi giorni fiore sono dalle 7 alle 22 del 3 settembre e poi dalle 5 del 4 settembre fino alle 5 del giorno dopo, quando comincia il giorno foglia. Il primo giorno frutto è invece brevissimo: l'8 settembre, dalle 18 alle 22. Poi è tutta radice fino al 12 settembre, quando, alle 2, torna il fiore, che va avanti fino alle 8 del mattino del giorno successivo. Segnateveli. E magari fatemi sapere, se provate.

18 agosto 2010

Pastis: il terzo te lo godi

“Finii il pastis e ne ordinai un altro. Un vecchio amico, Corot, riusciva ad apprezzare il pastis solo dopo il terzo bicchiere. Il primo lo bevi per sete. Il secondo, beh, inizi ad apprezzarne il sapore. Il terzo te lo godi!”
Jean-Claude Izzo, “Casino totale”, Edizioni e/o

17 agosto 2010

Lo champagne non è mai uno sbaglio

"Si sta facendo delle illusioni. Lo champagne è stato uno sbaglio".
"Lo champagne non è mai uno sbaglio" disse Caroline.
Peter Cameron, "Quella sera dorata", Adelphi.
"Quella sera dorata è il piacere della letteratura allo stato puro, leggetelo, perché il piacere è cosa rara".
Giuseppe Montesano

16 agosto 2010

Il meglio del meglio bevuto fin qui nel 2010

Angelo Peretti
D'accordo, la metà d'anno, per convenzione, è a fine giugno. Mica è un caso che nella stragrande maggioranza delle aziende i bilanci semestrali vengano fatti tenendo in considerazione i conti a quella data. Ma, chissà perché, il giro di boa me lo figuro a ferragosto. Forse perché la gente - tanta - è in ferie, oppure perché le botteghe - tante - chiudono, o perché è come un sonno da cui ci si deve svegliare prima o poi per tornare a tirarsi su le maniche, per ricominciare.
E allora il consuntivo del meglio delle bottiglie bevute nella prima parte dell'anno - di questo 2010 - lo faccio adesso. Tanto per anticipare il grosso delle classifiche delle guide, che adesso cominceranno a pioverci addosso (e qualche piovasco guidaiolo c'è già stato).
Dunque, ladies & gentlemen, ecco il meglio del meglio che ho bevuto fin qui secondo il mio personalissimo e come tale insindacabile giudizio.
Bianchi
Rheingau Riesling Kiedrich Gräfenberg Spätlese 2007 Robert Weil. La dolcezza, la freschezza, l'eleganza.
Rosati
Montepulciano d'Abruzzo Cerasuolo DaMa 2009 Marramiero. Uno dei più avvincenti rosé fin qui bevuti in Italia.
Rossi
Kalterersee Auslese 2007 Kellerei St. Pauls. La dimostrazione che la concentrazione non è tutto in un rosso.
Bolle
Champagne Extra Brut Rosé Saignée de Sorbée Vouette et Sorbée. Per chi ama il pinot noir, rosso e con le bolle.
Dolci
Moscato d'Asti Vigne Vecchie 2003 Cà 'd Gal. La complessità e la bevibilità insieme, aristocraticamente.

12 agosto 2010

Cirò Rosato 2009 Librandi

Angelo Peretti
L'obiezione - che non è poi enorme - la dico subito, così via il dente, via il dolore: il vino m'è parso molto "tecnico". Però sia chiaro: è tecnica di classe. Al punto che rischi, con questo rosato del sud, d'ingannarti, e pensare che sia invece bottiglia "nordista", con quella freschezza così ampia e avvincente.
Detto questo, aggiungo che in ogni caso si ha a che fare con un rosato coi fiocchi: sia chiaro. E se vi capitasse d'incrociarne una bottiglia, non fatevela scappare.
All'olfatto si propone di già dotato di bella complessità: fruttato e floreale, intriso di vene speziate.
La bocca è freschissima, nervosa, vibrante.
Sapido, salato, marino. Lungo sulla nota della spezia.
Bel vino, insomma, da bere e ribere in estate.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

11 agosto 2010

Toscano Rosato Gròttolo 2009 Castello Colle Massari

Angelo Peretti
Un rosato di Toscana - di Maremma, mi pare - dal colore brillante.
Ha naso finissimo, salmastro, iodato, marino.
Molto provenzale, direi, ché olfattivamente rammante proprio i vini di Cost'Azzura.
In bocca ha polpa, sostanza, ma conserva quella freschezza marinaresca che già aveva sfoderato al naso.
Salato, sapido. Molto lungo. Appagante.
Unico appunto: una morbidezza un po' esposta rischia di ridurre, di comprime la finezza del vino. O almeno così mi pare.
Vino d'estate. Da cena sul lungomare.
Due lieti faccini :-) :-)

10 agosto 2010

Soave Classico Alzari 2004 Coffele

Mario Plazio
Difficile l’arte di affinare i bianchi in legno. In realtà sono ben poche le bottiglie italiane di questo tipo che riescano a cogliere nel segno e a lasciare un ricordo positivo.
Anzi, devo ammettere che ho ricordi tutt’altro che lusinghieri dei tanti vini che mi è capitato di bere, e che l’apporto del rovere è quasi sempre devastante per l’equilibrio del vino.
La garganega è un’uva delicata, che gioca le sue carte sul terreno delle sfumature, e per questo poco incline a digerire legni di piccole dimensioni.
L’Alzari di Coffele è un vino che affronta la questione con eleganza, e in talune annate ha dimostrato quantomeno di saper digerire il rovere con una certa disinvoltura.
Questo 2004 non è forse il migliore che ho assaggiato. È tutto impostato sulla morbidezza, sui toni di buona maturità forniti da una ottima materia prima.
Manca però lo slancio, la luce, nonostante la presenza di aromi di agrumi è poi dominato dalla sensazione di mela cotta e di mandorla.
Discreto il finale che però avrebbe bisogno di maggiore eleganza.
Continuo a preferire il grande Ca’ Visco…
Un faccino :-)

09 agosto 2010

Südtirol Lagrein Kretzer Gries 2009 Muri-Gries

Angelo Peretti
Un rosato di montagna, un vino d'Alto Adige: te n'accorgi appena ce l'hai nel bicchiere. Senza neppure bisogno di guardar l'etichetta. Ché è montanaro di già all'olfatto: fruttino acerbo, fiori bianchi, cenni d'erbe alpestri
In bocca ha una bella sapidità. Da bianco, direi. Da bianco alteatesino, aggiungerei. Speziato e salato. Succoso. Ribes, soprattutto.
Magari, ecco, sembra un po' corto, ma neanche poi tanto.
Si beve volentieri in una calda giornata d'estate.
Due lieti faccini :-) :-)

06 agosto 2010

Garda Classico Groppello Maim 2003 Costaripa

Angelo Peretti
Vediamo un po': cosa apro oggi a tavola? Me lo son chiesto passando in cantina in questi giorni. E in fondo a un scaffale ho ritrovato una bottiglia del Maim del 2003: Garda Classico Groppello, dice l'etichetta.
Il Maim di quell'annata lo amai da subito, ma poi non ebbi più occasione di tastarlo. Strano me ne fosse rimasta una bottiglia. Lo ricordavo vino elegante assai, nel contesto dell'area d'origine, la Valtènesi. E c'era ovviamente dietro ottima mano in cantina, e del resto il Ma dell'intitolazione sta per Mattia, che è poi il Mattia Vezzola ch'è anche general manager di Bellavista, in Franciacorta, mentre l'Im sta per Imer, il fratello, che all'epoca conduceva insieme l'aziendina di famiglia, Costaripa, a Moniga del Garda.
Mi son detto: perché non riprovarlo ora 'sto Maim? E dunque, stappiamo.
Il colore m'ha lasciato da subito un po' perplesso: tendeva un po' al brunito, e dunque temevo l'ossidazione. Invece, porto il bicchiere al naso, ed ecco il frutto ben saldo, magari un po' surmaturo e sulle tracce delle frutta cotte, ma del resto il 2003 è stato così, assolato.
In bocca è velluto. Davvero. Niente dell'asperità dei vini a base di groppello. Invece, proprio, tannino levigato e frutto rotondo, con venature decadenti di fiori appassiti e spezie. E, sì, curiosamente, quella sensazione ch'è tipica dei ceppi d'ulivo spaccati.
La cosa più impressionante è stato berne quel ch'era rimasto il giorno dopo: note balsamiche fascinose di mentiuccia, origano, erbe alpestri insieme alla cannella, al chiodo di garofano, alla prugna cotta.
Ecco, sì, se in Valtènesi si possono far vini così, viva la Valtènesi.
Due lieti faccini :-) :-)

05 agosto 2010

Soave Classico Calvarino 2004 Pieropan

Mario Plazio
Non c’è niente da fare. Il Calvarino è di una classe a parte.
Questo 2004 è ancora troppo giovane ed evolve con grande lentezza nel bicchiere, tanto che si è rivelato un po’ più loquace solo il giorno dopo.
È dominato da una netta sensazione di mineralità che si ritrova nella prima parte della bocca. Poi esce una acidità vibrante e luminosa che non flette di un millimetro.
Fanno capolino aromi di susina e pompelmo, ma resta l’impressione di un vino ancora tutto da risolversi, ad oggi totalmente prigioniero della sua austerità.
Dopo un giorno il vino ha cominciato a respirare, la mineralità si fa ancora più pregnante, rimane comunque l’impressione che solo tra 5 o 6 anni le cose cominceranno ad andare a posto, ed allora sarà davvero strepitoso.
Assolutamente da abbinare ad un grande piatto. Io l'ho messo su un risotto alla provola affumicata e bottarga ed ha fatto una gran bella figura.
Tre faccini :-) :-) :-)

04 agosto 2010

Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Villa Cialdini 2009 Cleto Chiarli

Angelo Peretti
Ordunque, se avete in mente di fare un barbecue mettendo in conto di mangiar salamelle, braciole, costine di maiale e magari anche qualche fetta di pancetta un pochettino spessa cotta sul fuoco, dovete prevedere anche un vino che sia compagno alla grigliata. Personalmente, trovandomi nella fattispecie predetta, mi son giocato le mie chance prendendo dallo scaffale d'un supermercato una bottiglia del Villa Cialdini, il "cru" lambruschista della Chiarli. E m'è andata ricca.
D'un rosso brillante tra il rubino e il violaceo, ha tirato fuori da subito, al naso, quei toni che s'usano definire vinosi, ossia di vino nella prima fase dopo la fermentaazione, denso di quei sentori che c'insegnano esser primari, ossia di frutto, e qui in particolare di fragolona e lampone, direi.
La bocca è in corrispondenza. E il vino appare brioso sì, ma con una carbonica equilibrata, considerando ch'è un Lambrusco, e un'asciuttezza che convince.
Si beve e si ribeve e accompagna gradevolmente le carni, e direi i salumi, e aggiungerei - averle! - le rane fritte, oppure il pesce di fosso o di risaia. Prima o poi lo proverò sull'anguilla alla brace.
L'ho pagato 4,79 euro, e sono ben spesi.
Due lieti faccini :-) :-)

03 agosto 2010

Rosso di Valtellina 2004 Ar.Pe.Pe.

Mario Plazio
Un vino che ti predispone fin dal colore, rubino senza alcuna forzatura cromatica. E che sia aperto e solare pur provenendo dalla Valtellina non è per niente paradossale
Il rosso base di questa interessantissima azienda lombarda va diritto per la sua strada con una imbarazzante naturalezza.
Il naso trabocca di aromi semplici ed immediati: fiori, affumicato, arancia rossa, ciliegia e radici. Dopo qualche ora si permette perfino una piccola nota ferrosa.
La beva è croccante, leggermente vegetale ma mai scontata. I tannini sono vellutati e la lunghezza adeguata.
Un vino a tutto pasto a prezzo di svendita.
Cercatelo.
Un faccino e mezzo, quasi due :-)

31 luglio 2010

Montepulciano d'Abruzzo Cerasuolo DaMa 2009 Marramiero

Angelo Peretti
Volete che vi dica? Questo è uno dei vini più buoni che mi sia sin qui capitato di bere in questo 2010. A prescindere che si tratti d'un rosato. Non sto categorizzando: mi è strapiaciuto in senso assoluto.
Detto questo, e dunque sbilanciatomi davvero molto (ma se non s'azzarda che gusto c'è?), ecco che provo a descriverlo questo Cerasuolo abruzzese che sta nella linea che i Marramiero han dedicato al fondantore dell'azienda, Dante. DaMa: Dante Marramiero.
Il colore è un rosato abbastanza carico, quasi virato verso un rosso ciliegia, ma brillantissimo.
Al naso ti si presehta un frutto elegantissimo. Lampone, ribes, fragolina, ciliegia acerba. Gran bel mix.
In bocca entra spigliato, vivace, giovanilissimo. Tensione e freschezza assieme. Lunghezza stratosferica. Leggerissimo fondo amaro di mandorla che allunga ancora la beva.
Gran bel vino. Infinito. Mastichi il frutto a lungo, e hai una sapidità rinfrescante che ti inonda il palato continuamente.
Non finiresti più di berne. Al primo bicchiere seguono il secondo, il terzo. La bottiglia si svuota.
Un fuoricasse.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

30 luglio 2010

Il vino è il luogo nel quale ritrovi te stesso: Giorgio Grai e l'Heimat

Angelo Peretti
Mi ha preso un coccolone quando, sul Corriere Vinicolo d'inizio luglio, ho letto questo titolo: "Elogio del vino da bere". Ché chi mi segue da qualche tempo lo sa che per il sottoscritto il fatto che il vino "si faccia bere" e non solo degustare è condizione assolutamente rilevante. Al punto da lanciare su quest'InternetGourmet un "elogio del vinino", ossia un "manifesto per la piacevolezza del vino da bere".
Ora, che l'house organ dell'Unione Italiana Vini proponga urbi ed orbi una titolazione del genere non mi par cosa da poco. Anche se col mio "elogio" questo non ha proprio nulla a che vedere. Invece, il pezzo è dedicato all'ottantesimo genetliaco di uno dei maestri del vino italiano: Giorgio Grai (è lui nella foto), cui rendo omaggio anch'io.
L'articolo-intervista a Grai è di Bruno Donati. E qui di seguito vorrei riporta un paio dei botta & risposta del pezzo. Perché credo siano parola da pensare, da meditare.
Chiede dunque l'intervistatore: "Lei produce vini poco alcolici e di rilevante longevità. Come si fa?"
Risponde Grai: "È l'uovo di Colombo, non esistono segreti. Ma è anche la cosa più difficile per un enologo: interpretare l'annata, la materia prima e proiettare il tutto nel futuro. Ogni annata è diversa, devi capirla. E devi preparare vini facili da bere, buoni da subito ma che durino negli anni".
Prosegue Grai: "Oggi la gradazione elevata è un elemento negativo e controproducente. Soprattutto, è un elemento che ne pregiudica tanti altri. Surmaturazioni e maturazioni tardive aumentano il contenuto zuccherino a scapito della piacevolezza del colore, dei profumi e degli aromi. Un ottimo vino va dagli 11,5 ai 12,5 gradi alcolici. La vigna deve produrre il giusto da sé, senza bisogno di intervenire con il diradamento. Che senso ha imbottire la scrofa di ormoni perché partorisca 12-14 lattonzoli e poi eliminarne quattro? Lasciamo fare alla natura".
Ma prima c'è un'altra domanda con la quale Donati ha stuzzicato Giorgio Grai. Questa: "Il gusto cambia col tempo, negli anni?"
Giorgio Grai ha risposto così: "Non il gusto, le mode. Il buono rimane buono, l'incompetenza del consumatore spesso si fa abbagliare, si lascia attrarre dalle mode. Il vino che vale sempre, che dà grandi emozioni, è quello intrasferibile, che appartiene alla zona, al territorio, al cielo. In tedesco si dice Heimat, termine non traducibile in italiano: non è patria, è più casa, luogo natio. È il posto di appartenenza, odore di famiglia, delle nsotre correnti d'aria. Dove ritrovi te stesso".
Ecco, sì, questo è il senso del vino.
Belle parole, quelle di Grai. Bravo Donati che le ha portate sulla carta. Non credo proprio di poter aggiungere altro.

29 luglio 2010

Val di Neto Rosato Grayasusi Etichetta Argento 2009 Ceraudo

Angelo Peretti
Chi in un vino rosato cerca la leggerezza, la giovinezza, l'esilità giocosa, be', si fermi qui e non legga oltre: quest'è vino che non gl'interessi. Chi invece va alla caccia di vini che sappiano esprimere insieme personalità ed eleganza sappia che qui troverà materia che l'intriga. Eccome.
Fatto con l'uve di gaglioppo. E passato in barrique addirittura. Non scandalizzatevi, però: il legno qui dona alla grande, senz'assumere ridondanze, senza prevaricare il frutto, ma anzi esaltandolo, ed apportandovi spezia. C'è grand'equilibrio, insomma.
Il colore è cerasuolo. Piuttosto carico.
All'olfatto si presenta atipicamente, ma fascinosamente resinoso di pino, di coccole di cipresso. Eppoi ecco comparire vaghe tracce di menta, di origano. Un che d'officinale, insomma. E di mediterraneo. Accattivante davvero.
In bocca ha polpa di spessore epperò anche, nello stesso tempo, snellezza. Ha materia e finezza, e non è mai facile trovare simile combinazione. E non va mai sopra le righe: niente esasperazioni, nonostante la sua concezione per certi versi estrema.
Ti induce a berlo e riberlo.
Vino intrigante, assai.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

28 luglio 2010

Vino e finanziamenti pubblici: qualcosa non funziona

Angelo Peretti
Considero Fabio Piccoli il miglior analista che abbiamo in Italia per quanto attiene al mondo del vino. I suoi interventi, ormai da qualche anno e con costanza, rendono conto di un rigore metodologico che non è frequentissimo nel settore. Semplificandone al massimo - e forse in questo banalizzandola - la metodologia di lavoro, direi che Fabio ha saputo sviluppare la capacità di raccogliere dati e informazioni anche molto eterogenei per poi farne una sintesi dalla quale prendere le mosse per proporre interrogativi capaci, almeno potenzialmente, di generare risposte operative da parte degli addetti ai lavori. E non è davvero poca cosa.
Cerco dunque di leggere sempre con attenzione i suoi scritti. E così ho fatto per un pezzo lanciato in prima pagina sul numero di metà luglio del Corriere Vinicolo. Titolo: "Controlli, prezzi e fondi bloccati minano la nostra competitività". Mi interessava soprattutto capire qualcosa di più sul terzo dei temi proposti dalla titolazione, quello relativo ai fondi pubblici. Perché, in particolare, la questione dei fondi comunitari rivenienti dalla nuova Organizzazione comune di mercato del vino (Ocm) era stata una delle poche aree di mia mancata condivisione verso le opinioni di Fabio Piccoli. Nel senso che m'è parso che nei mesi scorsi lui vedesse prospetticamente una svolta positiva nella decisione delle autorità europee di consentire l'accesso diretto ai contributi pubblici sulla promozione anche alle imprese, singole o associate, in luogo della vecchia prassi che vedeva protagonisti i soli consorzi di tutela o comunque le realtà associative. Mentre personalmente ero scettico che le cose potessero funzionare.
Intervistati "i principali produttori vinicoli italiani", Piccoli, in tema di "risorse messe a disposizione per la promozione e l'informazione", scrive ora così: "Se si vanno a guardare le risorse fin qui spese su questi fronti non si può non essere delusi e preoccupati". Aggiunge: "Sicuramente la massacrante burocrazia rimane uno dei limiti maggiori. Ma se si va ad analizzare in maniera specifica le ragioni di scarso utilizzo delle risorse per la promozione dei vini italiani nel mondo ci accorgiamo che la principale è la difficoltà delle imprese vitivinicole di ottenere le fidejussioni bancarie previste dai bandi". E sono parole sacrosante.
Poi, Fabio pone l'interrogativo: "La domanda allora sorge spontanea: è mai possibile che di fronte a finanziamenti già ufficialmente riconosciuti non si riesca a trovare il modo che l'istituzione pubblica si faccia garante di fronte alle banche?"
Per me la risposta è: "No, non è possibile". E cerco di spiegare perché.
Il meccanismo dei mega finanziamenti Ocm per la promozione nei paesi terzi è abbastanza semplice: tu, ente o privato, t'impegni a realizzare un intervento di promozione significativo all'estero e io, Unione europea, di cofinanzio le spese al 50 per cento. Addirittura, sono disposta ad anticiparti la mia parte di fondi, ma voglio essere certa che tu quei soldi li spenda davvero per la promozione, e non per altre finalità, e dunque ti chiedo una garanzia bancaria che copra il rischio di utilizzi difformi". Tutto chiaro, tutto semplice. Se non fosse che la garanzia bancaria - la fidejussione - è un vero e proprio affidamento, e le banche lo concedono sono se ci sono i requisiti di affidabilità, il che è raramente possibile, vista la povertà della struttura patrimoniale della quasi totalità delle imprese vitivinicole italiane. Ancora meno è possibile in un periodo di stretta finanziaria come l'attuale. Di fronte a questa difficoltà, chiedere però che l'istituzione pubblica si faccia essa stessa garante appare un controsenso: vorrebbe dire che il soggetto pubblico è colui che contemporaneamente chiede e rilascia la garanzia. Tanto varrebbe allora che non la domandasse neppure. Ma a quel punto significherebbe che se i fondi venissero impiegati male (mai successo?) pagherebbe Pantalone.
La faccenda dei fondi Ocm così com'è stata impostata non mi piaceva e non mi piace. Troppo pesante, troppo limitante. Di fatto, solo poche imprese del vino, dimensionalmente grandi, ne possono avere qualche beneficio, ma solo a condizione che dispongano di uffici efficientissimi e che comunque abbiano già programmato azioni di promozione su paesi verso i quali sono indirizzati i fondi pubblici: spendere per spendere, meglio avere un contributo. Per il resto, temo sia più apparenza che sostanza. Nel senso che gli adempimenti burocratici e gli impegni finanziari sono così rilevanti che occorre per forza far ponte su strutture messe in piedi appositamente, Ma queste strutture hanno dei costi di gestione, e non sono modesti, per cui assorbono una buona parte del finanziamento pubblico. Alla fine, bene che vada, all'imprenditore resta in mano il 30-35 per cento di contributo pubblico. Non è poco, ma non è neanche tanto e comunque non è tale da gisutificare i lacci e lacciuoli che il produttore si trova a dover affrontare. Così non funziona. Non può funzionare. Ma è solo un'opinione: la mia.

27 luglio 2010

Rugoli 2006 Davide Spillare

Mario Plazio
Un bianco igt composto da garganega per il 90%, con un saldo di trebbiano. Il vino è ottenuto con una macerazione moderata di circa 18 ore sulle bucce. A Gambellara.
Il colore del liquido è dorato intenso con cenni di evoluzione.
La personalità del vino è evidente dal naso, dove dominano note balsamiche e iodate, accompagnate da sentori di pesca gialla matura. Col passare dei minuti le sensazioni si amplificano, escono anche la frutta secca e a seguire i fiori.
È evidentemente un vino che gioca sul filo dell’ossidazione, senza però che questo ne comprometta le qualità organolettiche.
Al palato è dapprima cremoso, morbido e docile, mentre nella seconda metà entra in gioco una forte spinta acida che lo accompagna nel finale. Le note evolutive si manifestano con persistenza ed intensità nel finale, dove ritornano il balsamico e l’aroma di noci accanto a un accenno di dolcezza che mitiga le sensazioni tanniche di buona fattura.
Il tempo giova al vino che acquista maggiore precisione e pulizia, giungono particolari sfumature di cachi maturi, di buccia d’uva e minerali. Piacciono meno l’insistenza dell’alcol e la sensazione di grassezza che rischia a lungo di stancare.
Il giovane produttore si ispira alla scuola dei vini biodinamici e sembra avere imboccato una strada difficile ma ricca di stimoli e suggestioni. Certo non è un vino perfetto o politicamente corretto, ma non mancano gli spunti di interesse.
Un faccino e mezzo :-)

26 luglio 2010

Aleatico Toscano Rosa della Piana 2009 La Piana

Angelo Peretti
Un bel rosato dall'isola di Capraia. Che poi dire "rosato" rischia perfino di sembrare fuorviante, e qui di seguito cerco di spiegare perché.
Facciamo così, ricominciamo: un bel vino dall'isola di Capraia. Un igt a base d'aleatico. Le uve coltivate secondo i canoni dell'agricoltura biologica.
A dire il vero - e qui cerco di spiegare l'arcano dell'incipit -, ch'è un rosato te n'avvedi dal colore nel calice, ma se il vetro fosse nero e annusassi senza aver contezza della tonalità, be', diresti che hai di fronte un bianco. Nel senso che c'è un invitante, aggraziato, rinfrescante mix di vegetalità e di florealità che ti si presenta all'olfatto. E, insieme, un che di speziato che fa pensare ad un bianco, chessò, altoatesino, e comunque montanaro prima che marino.
In bocca c'è freschezza tesa, nervosa, indomita. Addirittura sembra che il vino viri a tratti verso un'astringeza quasi tannica. La speziatura, poi, è del tutto coinvolgente, con quei ricordi avvolgenti di cardamono.
Ecco, in bocca torna ad essere un rosato ad ogni effetto. Epperò pare ancora guardare a latitudini settentrionali. Diresti che hai davanti un moscato rosa, ma senza le dolcezze (le sdolcinature, a volte) che talvolta lo contraddistinguono.
Insomma: vino curioso, per molti tratti addirittura anomalo, eppure del tutto avvincente.
A tavola non saprei proprio come abbinarlo, ma un bicchiere lo berrei ancora molto, molto volentieri.
Incuriosito, sono andato a vedere il sito internet del produttore (in home page il logo della Fivi, la Federazione dei vignaioli indipendenti), e devo fare i complimenti per le informazioni che vi si possono raccogliere (anche se magari qualche tempestività nell'aggiornamento ci starebbe: per esempio metterci anche l'etichetta di questo rosato): in ogni caso, vivaddìo, di tanto in tanto qualche vigneron che ti racconta le cose lo trovi.
Ho visto che il 2009 è stato il primo anno di produzione per questo rosato, e che se ne son fatte solo milleduecnto bottiglie. Se il buongiorno si vede dal mattimo, qui siamo messi proprio bene: sarà gironata radiosa.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

25 luglio 2010

Il vino dei salesiani

Angelo Peretti
Ci sono tre cose che neppure l'infinita sapienza dello Spirito Santo conosce: come la pensano i gesuiti, quante sono le congregazioni delle suore e dove trovano i soldi i salesiani. La barzelletta me l'ha raccontata qualche anno fa proprio un salesiano, per cui non credo la si possa annoverare fra le storielle anticlericali.
Da quel che conosco del modo d'agire dei figli di don (san) Giovanni Bosco, be', come trovino i soldi i salesiani lo so: essendo intraprendenti e concreti. Magari mettendosi a fare impresa. Come accade dalle parti della Terra Santa, che è in realtà - lo sappiamo - terra martoriata, al confine tra Israele e Palestina, e fors'è vero che per esser santi occorre esser prima martiri.
Là, a cinque chilometri da Betlemme e una dozzina da Gerusalemme, i salesiani fanno vino. Fino a qualche anno fa - ho letto - produceva anche più di 400mila bottiglie l'anno. Poi, coi disastri che ci sono stati da quelle parti, la produzione è crollata. Ora si riparte. Con un progetto di cooperazione che ha messo insieme realtà molto diverse, qui in Italia. Che so: da Riccardo Cotarella alla Civiella, la piccola cooperativa che ha a capo Sante Bonomo, sul "mio" lago di Garda, dal Vis, il Volontariato internazionale per lo sviluppo, alla Provincia autonoma di Trento, e via discorrendo.
La cantina di laggiù si chiama Cremisan. L'accento, se ricordo come pronuncia il nome Sante, va sulla e: Crèmisan. Dà lavoro a una quindicina di famiglie, più gli stagionali. E col venduto si finanziano attività educative per i ragazzi del posto: don Bosco faceva grosso modo così, nel suo Piemonte dell'Ottocento.
Uno dei vini l'ho tastato. In realtà, dovevo provarne due, ma uno sapeva di tappo. Peccato.
Quello che ho bevuto è un bianco. Si chiama Hamdàni & Jàndali, che sono poi i nomi dei vitigni autoctoni da cui nasce. Coltivati dalle parti di Shaffa, vicino a Betlemme.
Come l'ho trovato? Un bel bianco. Magari un po', come dire, "perfettino": mi sarei aspettato qualcosa che mi raccontasse di più la tensione della sua patria d'origine. Epperò è un bianco che si fa bere, e che potrebbe tranquillamente competere sul mercato internazionale.
Cerco di descriverlo.
Al naso, subito, immediato, un accattivante ricordo di ananasso. Poi, la pesca bianca. E gradualmente verrà fuori, poi, una vena elegante di salvia e un che di mentuccia.
In bocca c'è polpa. E morbidezza. Attenti: morbidezza, mica dolcezza. Ed anche vi è una bella frechezza che aiuta la beva e dà slancio al frutto.
Il finale, di buona lunghezza, è tutto giocato sul frutto tropicale surmaturo.
Vino esotico, non c'è dubbio. L'alcol è a tredici gradi.
Il packaging è moderno, marketing oriented. Come il vino, del resto.
Se dovessi valutarlo coi miei faccini, direi uno e quasi due. Ma qui gli unici faccini che m'interessano son quelli dei ragazzini che - spero - potranno diventar grandi anche con queste bottiglie, e aiutare a portare comprensione reciproca in quel pezzo di mondo. Che ha bisogno di pace. Come tutti.

21 luglio 2010

Vermentino di Gallura Vigna'ngena 2009 Capichera

Angelo Peretti
Dicono che accostando una conchiglia all'orecchio si senta il mare. A me non è mai capitato. Al massimo, il suono d'un giro d'aria. Ma il rumore del mare è un'altra cosa.
Il mare l'ho sentito invece - ma qui non sto parlando di suono - dentro a un bicchiere. Ne ho avvertito lo iodio, il salmastro. E il bicchiere era quello d'un avvincente Vermentino di Gallura, il Vigna'ngena (la vigna d'altri) di Capichera. Annata ultima, 2009.
Gran bel bianco. Marino, appunto, sin da quando avvicini il calice al naso e poi sempre, quasi puntigliosamente, durante la beva, e perfino nel vetro ormai vuoto, con persistenza infinita.
Parimenti è lunghissima la presenza del fiore di ginestra e di zagara, e ancora sono sensazioni che rammentano il mare.
Di più, all'olfatto, qualche vena d'altro fiore. Sbaglio a dire biancospino? E un che d'agrumato. E ancora, man mano, una nota appena accennato forse di mentuccia.
In bocca è la freschezza a convincere ed avvincere (lo definivo, pocanzi, avvincente questo vino sardo). La salinità è a tutto tondo. C'è poi frutto croccante, direi mela. E ancora una florealità elegante, avvolgente.
Il finale è bell'asciutto.
La lunghezza, dicevo, è esemplare.
Da bere e ribere nell'estate.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

19 luglio 2010

Pomerol 1973 Château La Rose Figeac

Angelo Peretti
Niente a che vedere con la terragna austerità che mi piace di Pomerol e neppure vi è – ed è curioso - il tratto distintivo del velluto del merlot, vitigno principe dell’appellation, e pure suo marchio di fabbrica.
Qui ci ho trovato soprattutto, nettissima, la varietalità del cabernet franc, che pure non dovrebbe incidere enormemente nel blend (in vigna - leggo - ne hanno un 10-15%). Eppure invece la sua presenza marca il vino in maniera impressionante, con una percezione verde giovane e indomita. Pensare che la bottiglia è del 1973, mica ieri.
Al naso e in bocca s’è presentato dunque tipicamente improntato sul franc. Erbaceità, vegetalità. Come dicevo, di notevole giovinezza.
Sotto, il frutto rosso e un che di terroso.
In bocca, grande beva. E snellezza. Ed ancora una buona freschezza.
Vino da bere.
Non gli daresti quasi quarant’anni d’età. Ci riescono solo a Bordeaux. O forse dovrò dire "ci riuscivano"? Ché negli ultimi anni anche in terra bordolese hanno sterzato verso la concentrazione più che verso la snellezza.
Due lieti faccini :-) :-)

16 luglio 2010

Cronaca di un viaggio in Borgogna: #6 Domaine Lafarge

Mario Plazio
Sesta e ultima tappa del mio viaggio di maggio in Borgogna. Riassimo le puntate precedenti: nella prima è stato di scena Vincent Dauvissat, Chablis, poi il Domaine Maume, il Domaine Ghislaine Barthot e il Domaine Louis Boillot, a Gevrey-Chambertin, dopo ancora il Domaine Antoine et Francois Jobard e Mersault. Ora ecco il Domaine Lafarge.
Lafarge è un produttore per certi versi sulla scia di Jobard. Poco considerato dalle guide, non segue alcuna moda o tecnologia modernista. I vini della cantina (principalmente rossi) vengono ottenuti nella più classica tradizione borgognona. Le fermentazioni avvengono con i lieviti indigeni della cantina e non viene utilizzata nessuna tecnica di estrazione degli aromi a freddo, ormai diffusa nella stragrande maggioranza dei produttori e all’origine di un certo appiattimento del carattere dei vini. Senza farlo troppo sapere sono in condotta biodinamica della vigna da circa 10 anni, con un approccio molto pragmatico e per nulla esoterico. Hanno notato grossi miglioramenti nelle piante e una maggiore spontaneità e precisione nei vini.
Volnay 2009 (dalla botte)
Malolattica svolta, nessun travaso. Vigna di 50 anni. Nella linea dei vini della cantina, slanciato e abbastanza tannico. Il frutto non è sovra maturo, il naso profuma di ciliegia e lampone, mentre al palato l’acidità regala una bella freschezza all’insieme. I tannini aiutano il vino ad allungarsi su note fumé e di sottobosco. Un ottimo “village”
Due faccini :-) :-)
Beaune Premier Cru Grèves 2009 (botte)
Maggiore finezza, la differenza la traccia il palato dove la materia è sicuramente più nobile, fine e continua. Grande qualità dei tannini, dolci e morbidi. Peristente.
Due faccini e mezzo
Volnay Premier Cru Caillerets 2009 (botte)
Meno pronto dei precedenti, sembra però dotato del frutto migliore, dolcissimo ed elegante nonostante sia ancora bloccato dalla presenza di CO2. Ancora una splendida qualità dei tannini. Da rivedere ma sicuramente un eccellente bottiglia in divenire.
Tre faccini :-) :-) :-)
Volnay Premier Cru Château des Ducs Monopole 2009 (botte)
Uno dei migliori vini della cantina, in questa occasione non si presentava nella sua migliore forma. Ancora con molta CO2 a disturbare la degustazione. Minerale e floreale, austero. Da risentire in bottiglia.
Due faccini (ma saranno sicuramente di più) :-) :-)
Volnay Premier Cru Clos des Chênes 2009
Vigne di 60/70 anni, altra specialità della casa. Più a fuoco del precedente. Piace l’impressione di spontaneità e di energia senza forzatura alcuna. Materia sottile ed elegante, lunghissimo sembra non finire mai. Al naso è animale e minerale con cenni di ciliegia e sottobosco.
Un faccino e mezzo
Volnay 2008
A maggio era da un mese in bottiglia. L’annata si percepisce da una materia più snella e con acidità più spinta. Bella frutta fresca macerata e fumé al naso. Minerale e salino, deve ancora assestare i tannini un po’ spigolosi. Eccellente Village.
Due faccini :-) :-)
Volnay Premier Cru Mitans 2008
Maggiore solidità e presenza. Note di sottobosco e menta secca conducono ad una bocca che deve digerire il legno e dai tannini ben presenti. Più largo e lungo del precedente, termina su una percezione salina.
Un faccino e mezzo :-)
Volnay Premier Cru Château des Ducs Monopole 2008
Più minerale che fruttato. Setoso, delicato e lungo, è anche più fine e dotato di tannini armoniosi. E’ al tempo stesso austero e rotondo per la sensazione di equilibrio delle componenti.
Tre faccini :-) :-) :-)
Volnay Premier Cru Clos des Chênes 2008
Più grosso del precedente, chiede ancora del tempo per mettersi a posto. Tannini meno nobili e piuttosto rustici, si farà ma senza la lunghezza e l’armonia dello Château des Ducs.
Due faccini :-) :-)
Volnay Vendange Sélectionnée 2007
Piacevole, si porge meno acido e con un cenno di vegetalità. Sembra anche leggermente diluito. Bello da bere, ma non illumina.
Un faccino e mezzo :-)
Beaune Premier Cru Grèves 2007
Percepibile una maggiore evoluzione. Orientale, speziato, cuoio, in bocca non è dotato di una grande materia, ma gioca la partizione sulla finezza e riesce ad avere una discreta lunghezza. Minerale. Dovrebbe evolvere con grazia.
Due faccini e mezzo :-) :-)
Volnay Premier Cru Clos des Chênes 2007
Abbastanza avanti con la maturazione ho un aspetto morbido e sensuale. Speziato e setoso, ha una buona lunghezza, nel finale esce già una nota di tartufo.
Due faccini e mezzo :-) :-)
Volnay Premier Cru Mitans 2006
Sensazione di calore associata a liquirizia e minerale. Austero e tannico richiede tempo per trovare il migliore assetto. È meno preciso e a fuoco di quanto si potrebbe pensare, e di lunghezza appena sufficiente.
Un faccino e mezzo :-)
Volnay Château des Ducs 2006
Pur non essendo scomposto come il precedente, ne ricalca per certi versi la prestazione. Il legno si percepisce, la materia è potente ma si blocca, non allunga nel finale e presenta dei tannini secchi. C’è la concentrazione ma non l’eleganza.
Due faccini :-) :-)
Volnay Clos des Chênes 1993
Vino di un millesimo eccellente e all’apice della maturazione. Freschissimo, giovane malgrado gli evidenti aromi terziari. Profuma di rosa, cuoio e curry. Bocca orientale, sembra di entrare in un bazar. Spinta ed energia da vendere. Un vortice di aromi si sussegue: lacca cinese, liquirizia in infusione, pietra e mare, erbe officinali. Rende perfettamente l’idea di un grande pinot nella massima fase di evoluzione.
Tre faccini e oltre… :-) :-) :-)

15 luglio 2010

Alto Adige Pinot Nero 2007 Franz Haas

Angelo Peretti
Metti una sera a cena in riva al lago. Il mio lago, il Garda. Menù di pesce, of course. Voglia d'un bicchiere di vino. Ma rosso. Un bicchiere, due al massimo: fa caldo. Cerchi fra le mezzine, allora, ché il ristorante ne è ben fornito (bravi!). Trovi il Pinot Nero 2007 di Franz Haas. Può essere la soluzione. Ordini.
Arriva la bottiglietta. Chiusa con lo Stelvin.
Ora, chi mi dicesse ancora che la capsula a vite va bene per i vini bianchi ma non per i rossi, be', rischierei di mandarlo a quel paese. Quanto meno, Haas ha ragione da vendere: col Pinot Nero ci sta eccome, lo Stelvin.
Il vino è in forma smagliante.
Colore assolutamente pinoteggiante, e dunque scarico ma brillante.
Al naso è fascinosamente varietale. La fragola, le spezie.
In bocca è succoso di fruttino, ancora speziato. Il tannino è morbido.
Si beve che è un piacere.
Alla faccia di chi ancora ha dei dubbi.
Eppure anche lì, al ristorante Alla Fassa, a ridosso della spiaggia di Castelletto di Brenzone, mi si dice che quand'arriva in tavola la bottiglia chiusa con la vite, c'è chi storce il naso, chi rifiuta il vino.
I luoghi comuni son difficili da sfatare. I pregiudizi pure.
Sfatiamoli. Haas fa bene ad insistere. Anche col Pinot Nero.
Due lieti faccini :-) :-)

14 luglio 2010

Cronaca di un viaggio in Borgogna: #5 Domaine Antoine et Francois Jobard

Mario Plazio
Quinta tappa del nostro viaggio in Borgogna. Confesso che non avevo una grande voglia di fare tappa a Mersault. Troppo spesso sono stato deluso da vini troppo tecnici e con un boisé troppo tostato, ad uso e consumo dei clienti anglosassoni, destinatari di gran parte della produzione di questo settore della Côte d’Or. E come sempre i preconcetti si dimostrano sbagliati.
Eccomi dunque a Mersault. Riassunto delle puntate precedenti: nella prima è stato di scena Vincent Dauvissat, Chablis, poi il Domaine Maume, il Domaine Ghislaine Barthot e il Domaine Louis Boillot, a Gevrey-Chambertin. Ora eccomi al Domaine Antoine et Francois Jobard.
Poco amato dalle guide, segnalato come un produttore sì tradizionalista, ma senza particolari spunti di eccellenza, Jobard, ora spalleggiato dal figlio François, dà vita a vini di una purezza cristallina da lasciare senza fiato. Nessun ammiccamento alle mode enologiche del momento, qui la tradizione significa rispetto del terroir e della identità di ogni singolo cru. La maison pratica una viticoltura semplice, volta a non trasfigurare la trasparenza del vino.
Il legno viene usato con giudizio, i lieviti sono quelli spontanei della cantina, il batonnage non viene praticato nel modo più assoluto. Ne risultano dei vini puri, nobili e finissimi. Prova ne è la degustazione del millesimo 2007, considerato da guide e riviste “difficile” per non dire disastroso. Jobard ha invece prodotto dei vini finissimi, cristallini ed eterei, ovviamente tutt’altro che grassi e opulenti, ma che sapranno invecchiare a lungo ed evolvere in maniera straordinaria.
A dire del produttore sono rimasti gli ultimi a lavorare in maniera tradizionale a Mersault e a non fare uso di tecnologie di cantina moderne. È ricercata la verticalità e la capacità di durare ed evolvere nel tempo. Sono vini di alta gastronomia.
Attenzione: gli Jobard sono numerosi!
Mersault 2007
Ancora indietro, ha bisogno di trovare l’equilibrio. Al momento si sente il legno, la spezia e una nota vegetale che però non disuturba. Austero e poco espressivo.
Un faccino e mezzo :-)
Mersault Les Tillets 2007
Climat nella parte alta del villaggio, qui è trattato come un Premier cru. Terreno con argilla che conferisce delicatezza alla struttura. E’ speziato, minerale e sa di miele. In bocca ha un ottimo attacco e una eleganza che è segno del millesimo. Lungo e fine, termina con una sensazione salina che poche volte ho trovato così evidente.
Due faccini :-) :-)
Mersault Premier Cru Blagny 2007
Terroir vicino a Puligny-Montrachet e sopra il cru Perrières, necessita di vendemmie ritardate. Ricorda per certi spetti il precedente con un supplemento di finezza e di precisione. Quasi timido, si rivela invece lungo e minerale, sente i fiori e la mandorla. Delicatissimo, non deve trarre in inganno la sua apparente fragilità. Ancora la sensazione salina.
Tre faccini :-) :-) :-)
Mersault Premier Cru Blagny 2008 (dalla botte)
Ancora carbonica, poi le caratteristiche note di miele e sale. Impressione di maggiore corposità, anche se è difficile da giudicare. L’equilibrio si gioca verso una materia più concentrata e sensazioni tattili più evidenti. Sembra però meno fine e lungo del 2007.
Due faccini e mezzo :-) :-)
Mersault Premier Cru Poruzot 2007
Molto introverso, esce solo in bocca dove si rivela più grasso e rotondo del precedente. È’ comunque continuo e di buona lunghezza. Miele, camomilla e l’ormai consueto tocco salino sono gli aromi più ricorrenti.
Due faccini :-) :-)
Mersault Premier Cru Genevrières 2007
Una vigna che è assimilabile ad un grand cru: è il pezzo più pregiato della cantina e non ha deluso le attese. Uno dei vini bianchi più grandi di tutta la Borgogna, ricorda (e sorpassa) un Corton-Charlemagne e forse cede solo a qualche Montrachet, che però costano 5 o 6 volte di più. Pur essendo ancora alle prime fasi di una lunga vita, il vino è già un vortice di aromi, che vanno dai fiori di arancio, alla resina, alla nocciola, alle spezie (pepe), allo zafferano. Il tutto è amplificato da una sottostante vena minerale di notevole eleganza. Nel bicchiere non si ferma un istante, continua ad evolvere con cristallina trasparenza. Si intuiscono poi anche la violetta, la ormai proverbiale nota salata (di capperi) e poi nel finale un ricordo di idrocarburi non del tutto usuale negli chardonnay di questa zona. Meraviglioso.
Tre faccini molto abbondanti :-) :-) :-)
Mersault Tillets 2006
Impressione di concentrazione con miele e burro. Più caldo e grasso, è meno fine e verticale del 2007, termina con una leggera sensazione di amaro e di sale. Carnoso e sensuale, non è così raffinato come il 2007. Il 2006, così ben valutato dai vari degustatori francesi, si conferma un millesimo grosso, ma forse non grande. Molti vini sono già evoluti e comunque non così fini come quelli del 2007, troppo presto giudicato come millesimo mediocre.
Due faccini e mezzo :-) :-)
Mersault Premier Cru Poruzot 1997
Un 1997 in controtendenza rispetto alla media dei “colleghi” figli di una annata torrida e poco adatta ai lunghi invecchiamenti. Il vino non ha ancora detto tutto quello che ha nelle sue corde. Balsamico e floreale, ha un impatto notevole, segno del calore della annata, ma continua con eleganza e finezza, riscattandosi nel finale fumé e marino. Gran parte dei '97 bianchi sono già morti. Grande prestazione…
Tre faccini :-) :-) :-)
Mersault Premier Cru Genevrières 1993
Altro millesimo non sempre valutato come dovrebbe o potrebbe, caratterizzato da una elevata acidità. Il cru prende la sua giusta dimensione solo dopo una quindicina di anni di maturazione. Il naso è di una complessità incredibile. E’ chiaramente evoluto, ma ancora giovane. Aromi di nocciola e pietra bagnata accompagnano una bocca di una profondità raramente provata. Chirurgico, elegante, non cede un millimetro e termina su una bellissima nota minerale e di crostacei, accompagnata da sentori di brioche e spezie (tipico del cru).
Tre faccini molto abbondanti :-) :-) :-)
A breve arriverà la sesta puntata, che ci porterà al Domaine Lafarge, a Volnay.

13 luglio 2010

Vino al Vino sospende la pubblicazione (e adesso cosa leggo?)

Angelo Peretti
Fossimo stati in primavera, e non in mezzo alla stordente calura di luglio, l'avrei preso per un pesce d'aprile. Invece no, accidenti, è roba seria: Vino al Vino, il blog di Franco Ziliani, chiude le pubblicazioni. Per ora, si spera. Ma lui non dice se sia pausa temporanea oppure definitiva.
Ieri, sorprendendo - per quanto ne sappia - un po' tutti, Franco ha scritto così: "Con i due post pubblicati oggi Vino al Vino si congeda, non ho ancora deciso se provvisoriamente o definitivamente, dai propri lettori. È un momento molto particolare quello che sto vivendo, in cui ho bisogno di fare chiarezza in me stesso, di capire molte cose che per lungo tempo, troppo tempo, mi sono illuso potessero essere rimandate sine die e che mi sono rifiutato di affrontare. Chiamatela pausa di riflessione, oppure 'vacanza', o chiusura a tempo indeterminato, poco cambia".
Rispetto, ovviamente, la decisione di Franco. Ma mi auguro sia solo una pausa in un percorso che l'ha portato ad essere il wine blogger di punta dalle nostre parti. Se dico che è stato un caposcuola sa di epitaffio, e dunque fate la finta che non l'abbia scritto. Però, "parliamoci chiaro - le parole sono quelle pubblicate ieri Luciano Pignataro -, Franco Ziliani ha avuto un ruolo importantissimo, direi decisivo, per l’affermazione di internet come strumento di comunicazione nella critica enologica". E rubo ancora le parola di Luciano nel sottolineare che davvero, grazie anche all'azione di Franco "la critica enologica non può più prescindere dal web e molti vini sono diventati famosi anche se ignorati nelle valutazioni del cartaceo. Una situazione del tutto nuova, maturata a partire dal 2005, che ci ha spinto a considerare come nel vino sia internet a dettare le regole mentre nel food è costretto ancora subirle. Nel fare questo Franco si è creato molti nemici e procurato non poche seccature".
Certo, molti l'hanno considerato un gran rompicoglioni - l'anglicismo mi sia concesso - ma personalmente l'ho sempre reputato invece una persona ammodo, magari dal carattere a volte un po' sopra le righe (ma azzardo troppo a dire che è tipico del timido graffiare per non essere aggredito?), uno che ama dire pane al pane e, appunto, vino al vino, assumendosi la responsabilità di quel che scrive. Mica sempre ne ho condiviso le tesi, e ci mancherebbe. Ma gli riconosco quell'onestà intellettuale che permette anche, se necessario, di invertire la marcia quando ci si accorge d'essere andati fuori strada, e non è una dote di molti.
Aspetto, fiducioso, la ricomparsa sul web. Intanto mi domando: e adesso la mattina cosa leggo?

12 luglio 2010

L'ideologia del chilometro zero

Angelo Peretti
Condivido l'idea dei mercati - come s'usa dire ora - a Km 0. La condivido perché penso sia davvero necessario disintermediare. E dunque che sia bene avvicinare i produttori agroalimentari ai consumatori. Una buona maniera per portare reddito - direttamente - a chi coltiva la terra.
Ho però un timore. Che il chilometro zero diventi uno slogan. Che se ne svuoti il significato. Com'è accaduto per tanti, troppi posti dediti - sulla carta - all'agriturismo. Che sono invece in realtà né più né meno che ristoranti.
Esagero? Può essere. Ma di recente una persona di cui ho buona opinione m'ha segnalato - convinto - un certo locale del Veronese, perché coerente con la filosofia, appunto, del km 0. E infatti - m'ha spiegato - lì s'usano produzioni che vengono da Verona, dal Veneto e dal Trentino.
Mi sa che se ci si fa convinti che Verona disti "zero chilometri" dal Trento e da Belluno, be', allora la matematica è davvero diventata un'opinione.

10 luglio 2010

E adesso sulle bottiglie dei soci della Fivi comincia a vedersi il marchietto

Angelo Peretti
Credo, o meglio, spero che occorrerà cominciare a memorizzarlo il logo dell'omino con il cesto di uva sulla testa e l'ombra che diventa una bottiglia. Il marchio è quello della Fivi, la Federazione italiana dei vignaioli indipendenti. Nata nel luglio del 2008 su modello della francesissima federazione dei vigneron indépendant, l'italica federazione ha l'ambizione di mettere a fattor comune l'esperienza dei vignaioli nostrani. Definendo il vignaiolo - lo si legge in una nota diffusa nei giorni scorsi - come "colui che coltiva le sue vigne e ne imbottiglia in cantina il prodotto, curando personalmente il proprio vino. Vende tutto o parte del suo raccolto in bottiglia, sotto la sua responsabilità, il suo nome e con la sua etichetta". E non è poca cosa.
Sta di fatto - ed è questa la notizia - che in questi giorni han preso a circolare le prime bottiglie che portano impresso - in etichetta o sulla capsula - il logo della Fivi. Significa che quel vino è stato fatto da un produttore che s'è impegnato a rispettare lo statuto associativo, che è abbastanza restrittivo. Esattamente come accade per i vigneron transalpini. Di là dalle Alpi compare il marchietto dell'omino con la gerla in spalla: è il segno che quel vino è in regola con l'autodisciplina del (potente e lobbystico) gruppo francioso. Qui da noi, dicevo, l'ometto che si troverà - e in alcuni casi già si trova - ha il cesto sul capo. Più stilizzato e in monocromia rispetto al logo che riproduco qui (ha fatto la sua comparsa all'ultimo Vinitaly). Spero abbia però la stessa efficacia del modello di Francia.
Già, perché dei vini dei vigneron francesi sono da anni acquirente (son tanti, tantissimi i soci da quelle parti) e mai - dico mai - mi son pentito dell'acquisto. Sempre bevuto bottiglie fra il buono e l'eccellente. Dotate di personalità. E di rispondenza ai caratteri di terroir. Una garanzia, per la mia personalissima - ma ormai pluriennale - esperienza.
Spero - ripeto, spero - che anche in Italia sia così: che quel marchio diventi sinonimo d'una garanzia suppletiva, della conferma d'un sincero rispetto del terroir d'appartenenza. Che si possa pensare che davvero non c'è trucco e non c'è inganno. Che quel certo vino racconta realmente il magico incontro d'una vigna, d'un suolo, d'un clima e soprattutto della personalità d'un uomo o d'una donna che fa vino.
Se la scommessa sarà vinta - ed è scommessa prima di tutto culturale, ideale -, molte cose cose cambieranno nel mondo del vino italiano. Finalmente.
Intanto, c'è il marchio. E a novembre dovrebbe esserci - sembra a Torino - anche il primo “Salone dei vignaioli indipendenti”, durante il quale - lo dice un'ulteriore nota dell'associazione - "i consumatori potranno fare la spesa direttamente dai produttori". Ed anche questa è una novità.

09 luglio 2010

Champagne Grand Cru Blanc de Blancs 2003 Corbon

Angelo Peretti
In fatto di bolle, siete gente da chardonnay o da pinot (nero, meunier)? Se state col primo dei due schieramenti, questo qui è uno Champagne che penso proprio potrebbe piacervi: il Grand Cru Blanc de Blancs millesimato 2003 della maison Corbon.
Altra domanda: se amate il Blanc de Blancs, preferite la maturità del frutto - magari accentuata dalla vena boisé - o ne cercate una tendenza più spigolosa? Anche in questo caso, se state dalla prima parte, questa è etichetta che fa per voi. Con quell'albicocca - maturissima e in confettura -, quella burrosità, quella nocciola che certo vi daranno soddisfazione.
Lo Champagne in questione m'è stato inviato direttamente dalla casa, e ringrazio. E l'ho provato - bevuto - volentieri.
Mi si dice che la proprietà è di 6 ettari. Ad Avize, Grand Cru caratterizzato da terreni in prevalenza gessosi, "che conferiscono corpo e pienezza allo chardonnay". Ed è questa la linea stilistica del vino: corpo e pienezza, appunto, con l'aggiunta di perlage minuto e cremoso, assolutamente, indelebilmente, perfettamente champagnista.
Dicono, alla maison, che il loro obiettivo è la "ricerca di una più spiccata matericità dello champagne". Be', direi che ci siamo, ed è matericità di lunga persistenza al palato.
Ergo: qui ci ritrovate tutti i requisiti per chi predilige, appunto, lo chardonnay: il vitigno ovviamente, in una zona assolutamente vocata, eppi il frutto e una sostanza setosa e perfino un'annata anch'essa sostanziosa (col suo calore: ricordate vero?).
Oh, aggiungo che se avete in mente di fare un giro nella zona durante le vacanze, una sosta in azienda potrebbe essere interessante, perché - l'ho letto nella documentazione che mi hanno inviato - Agnès Corbon e suo padre Claude hanno allestito tre diversi workshop per gli appassionati delle bollicine franzose. Il primo si chiama "une journée en Champagne" e si propone di far conoscere di tutto e di più in fatto d'elaborazione dello Champagne e di degustazione. Altro stage è quello su "Champagne e cibo". Terza proposta: "L’aoc Champagne et bien plus encore: Champagnes et arômes", dedicato alla fisiologia del gusto. Ovviamente il tutto con visita alla cantina e assaggi. Non male: occorrerebbe che anche in Italia ci fosse simile attenzione alla didattica del vino e a quello che - un po' pomposamente - si vuol chiamare enoturismo.
Ah, dimenticavo i faccini: due, piuttosto lieti :-) :-)

08 luglio 2010

Cronaca di un viaggio in Borgogna: #4 Domaine Louis Boillot

Mario Plazio
Continua la cronaca del viaggio in Borgogna. Nella prima puntata è stato di scena Vincent Dauvissat, a Chablis, poi il Domaine Maume, a Gevrey-Chambertin, quindi, ieri, il Domaine Ghislaine Barthot ed ora, come preannunciato, il Domaine "gemello" di Louis Boillot.
Gevrey-Chambertin Les Evocelles 2008
Vigna molto vecchia a nord nella parte alta della collina. Spezie, ferro e pietra. Bocca potente e virile, si sente al momento il legno che secca il finale e blocca la progressione. Piccola delusione.
Un faccino e mezzo :-)
Gevrey-Chambertin Vieilles Vignes 2008
Impressione di un vino troppo tecnico e meno ispirato. Ben fatto, teso per la acidità, ma anche caldo e tannico, non riesce però a spingere come dovrebbe. Tannini non proprio fini.
Un faccino e mezzo :-)
Volnay Premier Cru Les Caillerets 2008
Saliamo di tono con un pinot fine e floreale. Al palato è sassoso e minerale, sente il calcare. Tuttavia esce anche qui un legno leggermente invasivo (30% di nuovo sui Premier cru) e il finale tende a seccare. L’impressione è comunque che con il tempo gli spigoli si smusseranno e ne uscirà un vino molto interessante. Bello il carattere “calcareo” che appartiene al terroir.
Due faccini :-) :-)
Pommard Premier Cru Les Fremiers 2008 Dicono che è il terroir meno Pommard di tutti. Infatti si esprime con eleganza, è aperto, fumé, porge sentori di inchiostro e di spezie. La bocca è paradossalmente tra le più fini, sa di pietra e infusione di erbe. A metà bocca escono i tannini che restano ben distribuiti. Finale di cuoio.
Due faccini e mezzo :-) :-)
Pommard Premier Cru La Croix Noir 2008
Vigna di 80 anni. Torniamo su una definizione più tipica del Pommard. Austero, crudo e teso, sente la ciliegia, è selvatico. Bocca “cattiva” diritta e anche dinamica, senza sconti o concessioni alla facilità.
Tre faccini :-) :-) :-)
Gevrey-Chambertin Premier Cru Le Charbaude 2008
Vigna di 90 anni. Dopo un inizio leggermente vanigliato, questo Gevrey si rivela come una macchina diesel dei vecchi tempi. Parte in sordina e man mano prende una dimensione strepitosa. Serio, apparentemente poco espressivo, ha una materia finissima ma enorme che cesella una delle più belle prestazioni in termini di continuità e lunghezza. Si avvicina al Pommard per una nota minerale e quasi ferrosa, nel finale si scorgono anche i fiori. Trasparente.
Tre faccini abbondanti :-) :-) :-)
Nuits-Saint-Georges Premier Cru Les Pruliers 2008
Uno dei migliori premier cru della denominazione. Legno appena percettibile, assieme a nocciolo di ciliegia, prugna e carne. Si sente la materia. In bocca è diverso dal precedente per la sensazione di maggiore morbidezza. Il finale è invece più fine e delicato, salino, pulisce il palato. Nel complesso piuttosto muscolare e gourmand, senza però mancare di finezza.
Tre faccini :-) :-) :-)
Per la quinta tappa del nostro viaggio borgognone ci fermeremo nel Domaine Antoine et Francois Jobard, a Mersault.