[Angelo Peretti]
Sei Champagne, tre millesimati e tre no. Li abbiamo bevuto all'Oseleta, il ristorante del Wine Realis Villa Cordevigo di Cavaion Veronese in una serata "targata" anche InternetGourmet. In abbinamento ai piatti di Giuseppe D'Aquino, chef campano trapiantato in terra veneta. E degli Champagne che abbiamo avuto nei bicchieri, mi pare di poter dire che alla fine i non millesimati hanno vinto sugli altri. Il che non mi stupisce. Perché, fatte ovviamente le dovute e doverose eccezioni, in genere questa è anche la mia scelta. Giacché quando bevo bolle a tavola - e soprattutto all'aperitivo, a dire il vero - non cerco la complessità, bensì la beva. E la beva mi viene garantita soprattutto - lo so, così generalizzo e banalizzo - dalle cuvée di più annate.
Comunque, ecco grosso modo com'è andata vino per vino.
Champagne Blanc de Blancs Rèserve Brut Grand Cru Vazart-Coquart
Tipicamente chardonnay da aperitivo. Floreale, fruttino bianco delicato, fresco.
Un faccino e quasi due :-)
Champagne Dosage Zéro Couche Père et Fils
Il campione della serata, preferito da circa metà dei partecipanti: vincitore assoluto. Eppure è un vino mica facile, perfino un po' rustico: 70% di pinot noir, 30 di chardonnay. Ma era indubiamente il più "champagnoso" dei vini serviti, e questo ha fatto la differenza, insieme alla sua notevole abbinabilità coi piatti di mare.
Due lieti faccini :-) :-)
Champagne Pinot Meunier Brut José Michel 
Ecco, questo qui è uno Champagne che comprerei e metterei da parte ancora un annetto: sono sicuro che darebbe grandi sodisfazioni. Acido, fruttato, speziato, e ancora compresso: figurarsi quando - inevitabile - si aprirà. Bel vino, e comunque si è piazzato secondo come preferenze.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Champagne Millésime Extra Brut 2008 Daniel Savart
Urca, adesso mi smentisco: questo è millesimato e mi piace un sacco. Adoro le bolle che sanno di mandarino, e questo sa di mandarino e kumquat, ed è fresco e salatino e va giù un bicchiere dopo l'altro. Certo, è un po' semplice, ma mica è banale. Fatto per il 40% di chardonnay e il 60 di pinot noir. A preferirlo siamo stati solo in due. Lo riberrei subito.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Champagne Millésime Brut 2005 Jean Velut
Probabilmente bisogna aspettarlo ancora, perché mi pare faccia fatica a prendere il volo. Però è una bolla gastronomica, perché col cibo ci sta benissimo: asseconda il pasteggio in maniera considerevole, e infatti è piaciuto a molti.
Due lieti faccini :-) :-)
Champagne Millésime Brut 2002 Pierre Legras
Ha dentro tanto chardonnay, e si sente, con quella mineralità tipicissima, epperò anche un po' ostica per chi, come me, non è esattamente un fan della varietà. Corretto con un pizzico di pinot noir (meno del 5%). Bisogna aspettarlo ancora qualche anno, credo, e allora darà soddisfazione notevole ai fan dello chardonnay bollicinoso.
Un faccino e quasi due :-)
[Angelo Peretti]
Ritengo che la recente vicenda delle modifiche ai disciplinari dei vini della Valpolicella, Amarone in primis, con conseguenti dibattiti e polemiche, possa aver finalmente aperto una nuova fase sulla riflessione del ruolo dei consorzi di tutela. Attenzione: di tutti i consorzi, mica solo di quello specifico della Valpolicella. Perché il mondo del vino italiano è sostanzialmente conservatore - si veda ad esempio la resistenza all’introduzione dell’uso della capsula a vite o del bag in box - e in quanto tale non mi pare abbia ancora compreso che da tre anni la legislazione del settore è cambiata, radicalmente. Soprattutto, è cambiato - per ora in parte ancora solo sulla carta, ma casi come quello valpolicellese dicono che sta cambiando anche nei fatti - il ruolo dei consorzi di tutela dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo 61 dell’aprile 2010 sulla “tutela delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche dei vini”. Che è la nuova “legge quadro” sul vino.
Stando alle nuove norme, i consorzi hanno ora ruoli ben definiti. Li racconta l’articolo 17 del decreto e sono, nella sostanza, questi per tutti: la promozione, l’elaborazione di variazioni al disciplinare e la collaborazione col Ministero per difendere la denominazione dagli abusi. Poi però, per i consorzi che abbiano una valenza “erga omnes”, e cioè quelli i cui soci assicurino complessivamente la rappresentatività “di almeno il 40 per cento dei viticoltori e di almeno il 66 per cento della produzione certificata”, ci sono altri ruoli, ben più pervasivi e del tutto innovativi. Il primo, e certamente a mio avviso il più importante e per ora il meno attuato, è questo: “definire, previa consultazione dei rappresentanti di categoria della denominazione interessata, l'attuazione delle politiche di governo dell'offerta, al fine di salvaguardare e tutelare la qualità del prodotto dop e igp, e contribuire ad un miglior coordinamento dell'immissione sul mercato della denominazione tutelata, nonché definire piani di miglioramento della qualità del prodotto”.
Ecco, la questione è questa: ora i consorzi di tutela “erga omnes” devono regolare il mercato, governando l’offerta. Mica roba da poco. Anzi, roba da far venire il mal di testa a chi i consorzi li deve guidare, perché si tratta di fare scelte spesso impegnative: se non si fanno per tempo e per bene, e peggio se si sbagliano, sono guai per tutti quelli che producono vino d’una certa denominazione d’origine.
Risottolineo: i consorzi di tutela - e secondo me fin da subito quelli delle denominazioni più competitive e quotate, e dunque di più sensibile e delicata gestione sotto il profilo commerciale - devono dotarsi di strumenti per attuare “politiche di governo dell'offerta” e per coordinare “l'immissione sul mercato della denominazione tutelata”.
Ora, non voglio entrare nel merito delle scelte adottate dal Consorzio di tutela valpolicellese in materia di area di produzione (ed è stato questo il tema più dibattuto sui media) e poi anche di “obbligo del quarto anno d’età del vigneto per poter produrre Amarone e Recioto della Valpolicella”, di “possibilità di procrastinare l’immissione al consumo dell’Amarone in casi eccezionali e limitatamente all’annata” e ancora di “facoltà lasciata alle aziende di utilizzare nel Valpolicella Ripasso piccole percentuali di Amarone della Valpolicella a scopo migliorativo, salvo casi eccezionali in cui tale pratica si renda necessaria” (il virgolettato viene da un comunicato consortile). Dico però che, nel loro assieme, queste norme costituiscono una dotazione piuttosto articolata di leve per “l'attuazione delle politiche di governo dell'offerta” e per coordinare “l'immissione sul mercato della denominazione”, così come prevede la legge. Se poi siano le leve giuste, sta alla filiera valpolicellese deciderlo e verificarlo. Tuttavia, ritengo che per un vino iperquotato come l’Amarone fosse comunque rischioso non avere alcuna leva gestionale. Ora le leve ci sono: si possono tenere come sono, usandole con giudizio, o migliorarle, perché tutto è migliorabile al mondo, ma privarsene credo sarebbe potenzialmente pericoloso.

Il potere della virgola

19 maggio 2013
[Angelo Peretti]
Lasciatemi sdrammatizzare. Perché ieri dicevo di come una virgola del disciplinare del Valpolicella, risalente al '68, abbia generato, almeno potenzialmente, tanti problemi e fraintedimenti. Del resto, il potere della virgola è noto: la sua assenza o il suo uso scorretto possono dare dei bei grattacapi. A scuola insegnavano (non so se lo facciano ancora, non capisco bene i nuovi ordinamenti) quella frase del "Chronicon" di Alberico delle Tre Fontane, che di solito viene attribuita alla Sibilla Cumana e ad un suo vaticino, appunto, "sibillino": "Ibis redibis non morieris in bello". Manca la punteggiatura e dunque la frase si presta a una doppia interpretazione: può voler dire, infatti, punteggiando: "Andrai, ritornerai, non morirai in guerra", oppure "andrai, non ritornerai, morirai in guerra". Ecco qua.
Mi è venuta in mente la virgola malandrina del disciplinare valpolicellese e quella assente del "Chronicon" entrando, qualche giorno fa, in un bar d'una città del Veneto. O meglio, più che nel bar, nella toilette. Sopra alla tazza - sapete quale tazza intendo -, ho trovato un cartello che diceva, testualmente, così: "Attenzione il vaso del wc è sospeso. È quindi assolutamente vietato e pericoloso, salirvi con i piedi. Grazie". Ebbene: mi sono trovato in imbarazzo nell'interpretarlo letteralmente, quel monito. Per via della virgola. Leggendolo infatti testualmente, e svolgendola, suona così: "Attenzione, il vaso del wc è sospeso. Per tale motivo il vaso è quindi assolutamente vietato e pericoloso. Si invita a salirvi con i piedi. Grazie". Ma per quale motivo, se il vaso è sospeso, e già di per sé è dunque pericoloso (ed anche vietato, il che, a ben pensarci, rende inspiegabile il motivo per cui sia presente un oggetto per il quale è prescritto un divieto), mi si impone di salirvi con i piedi, cosa che reputo oltretutto di difficile e un po' ripugnante praticabilità?
Banalmente, l'assurda (ed esilarante) imposizione trova origine da una virgola messa dove non deve stare. Bastava che la frase fosse scritta senza la virgola ed avrebbe avuto un significato chiaro, preciso: "È quindi assolutamente vietato e pericoloso salirvi con i piedi". Quella virgola, invece, cambia radicalmente il significato e la lettura della frase. Come nel vaticinio sibillino. Come nel vecchio disciplinare del Valpolicella.


Mercoledì 29 maggio 2013, alle ore 20, secondo appuntamento al ristorante Oseleta del Villa Cordevigo Wine Relais, a Cavaion Veronese con lo chef Giuseppe D'Aquino e InternetGourmet per una serata dal titolo: "Asparagi e grandi Sauvignon. I 'vini da asparago' della Loira, dell'Alto Adige e della Nuova Zelanda nella patria dell'asparago gardesano". In tavola, quattro piatti a base di asparagi e sei Sauvignon: due francesi, due neozelandesi e due altoatesini.
Costo: 50 euro per persona.
Ecco i vini.
Prima batteria.
Südtirol Terlaner Sauvignon 2012 Stachlburg Baron von Kripp
Sancerre Cuvée Terre de Maimbray 2011 Pascal & Nicolas Reverdy
Marlborough Sauvignon Blanc 2012 Saint Claire
Seconda batteria.
Südtirol Sauvignon Sanct Valentin 2011 Cantina Produttori San Michele Appiano
Menetou-Salon Morogues Blanc 2010 Domaine Pellé
Marlborough Sauvignon Blanc 2010 Cloudy Bay
Di seguito il menù.
Asparago, tuorlo d’uovo e Monte Veronese
Asparago, salmone selvaggio, mandorle e salsa allo yogurt di capra
Morbido di asparago, calamaretti spilllo e ricottina affumicata
Raviolo agli asparagi, gelée di vitello al the verde e limone candito, monte Veronese stagionato
Mantecato di vialone nano, asparagi, tonno e pinoli
Babà al caffè
Per informazioni e prenotazioni: tel. 045 7235287.
Di seguito i successivi appuntamenti.
Mercoledì 12 giugno 2013: Chiaretto, Rosato e Rosé. I vini "in rosa" d'Italia e Francia a confronto con la cucina mediterranea di Giuseppe D'Aquino.
Mercoledì 26 giugno 2013: A tutta birra. Cucina d'autore e birre artigianali italiane, un matrimonio possibile. 
[Angelo Peretti]
Ebbene, mi sbagliavo. Dicendo, qualche giorno fa, del dibattito valpolicellese sulle modifiche dei disciplinari di produzione dell’Amarone e degli altri rossi della felice zona vinicola veronese, supponevo che all’origine di tanti problemi ci fosse il dubbio interpretativo su cosa sia il fondovalle, giacché la pianura sappiamo cos’è. Invece la pianura non sappiamo cos’è: nel parlare comune, infatti, le diamo un significato diverso rispetto alla sua connotazione tecnica.
Il problema è che un comma del disciplinare valpolicellista – comma ora abrogato, con polemiche connesse – affermava che "sono da escludere, in ogni caso, ai fini dell’idoneità alla produzione dei vini i vigneti impiantati su terreni freschi, situati in pianura o nei fondovalle". Ora, stando all’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, la definizione di “pianura” è questa qui: “Zona altimetrica di pianura. Il territorio basso e pianeggiante caratterizzato dall'assenza di masse rilevate. Si considerano nella zona di pianura anche le propaggini di territorio che nei punti più discosti dal mare si elevino ad altitudine, di regola, non superiore ai 300 metri, purché presentino nell'insieme e senza soluzione di continuità, inclinazione trascurabile rispetto al corpo della zona di pianura. Si escludono dalla pianura i fondovalle aperti ad essa oltre l'apice delle conoidi fluviali ancorché appiattite e si escludono, altresì, le strisce litoranee pianeggianti di modesta estensione. Eventuali rilievi montagnosi o collinari, interclusi nella superficie pianeggiante e di estensione trascurabile, si considerano compresi nella zona di pianura”.
Avete letto bene: la pianura, laddove vi sia una “inclinazione trascurabile rispetto al corpo della zona di pianura”, può arrivare fino a 300 metri di altitudine. Il che vuol dire che potenzialmente ci può stare dentro una grossa fetta della Valpolicella. Una rogna.
Qualcuno mi ha obiettato che il disciplinare non escludeva tout court pianura e fondovalle, perché l’esclusione era per i soli “terreni freschi” di tali porzioni di territorio. Mi sono letto e riletto la norma, e mi sono persuaso che, così com’è – com’era – scritta, afferma una cosa diversa. Tra l’indicazione dei “terreni freschi” e quella delle aree altimetriche c’è infatti una virgola, e quella virgola complica la vita. Rileggiamola: dice che non vanno bene i vigneti piantati “su terreni freschi, situati in pianura o nei fondovalle”. La virgola è birichina: la frase, così com’è, sembra proprio dire che l’esclusione è imposta ai “terreni freschi”, specificando successivamente, dopo la virgola, che i “terreni freschi” sono quelli “situato in pianura o nei fondovalle”. Ben diverso sarebbe stato scrivere che sono non idonee “quelle porzioni di pianura e di fondovalle che siano caratterizzate dalla presenza di terreni freschi”, il che avrebbe comportato che invece vanno bene quei tratti di pianura e di fondovalle che abbiano terreni “non freschi”.
Insomma, la virgola separa l’oggetto del divieto, ossia i “terreni freschi”, dalla specificazione di quali siano tali “terreni freschi”, ossia, genericamente, quelli (tutti) di pianura e di fondovalle. Il combinato disposto di questa lettura e della definizione dell’Istat comporterebbe la cessazione della produzione di uve per i vini a denominazione di una fascia potenzialmente molto ampia di Valpolicella, compresi, credo, alcuni veri e propri cru. Direte: interpretazione cavillosa. Certo, è un’interpretazione cavillosa, ma del tutto plausibile.
E comunque si sarebbe dovuto specificare, senza dubbio interpretativo, che cosa significhi "terreni freschi", ed è un'altra questione, come s'usa dire, di lana caprina.
A questo punto, la domanda che taluni si porranno è questa: ma perché ci si è accorti solo ora di questo problema? La risposta credo sia molto semplice: la certificazione dell’idoneita a fare vino è ora di competenza non più dei consorzi, bensì di un ente terzo. L’ente terzo dà un’interpretazione letterale e dunque stringente dei disciplinari: le parole assumono dunque un significato strettamente tecnico e giuridico. Ma molte delle parole contenute nei disciplinari di produzione sono state scritte negli anni Sessanta, quando a mio avviso si volevano fornire soprattutto indicazioni di massima, fondate sulla tradizione e sulle prassi, e tali erano le interpretazioni consortili. Ora questa approssimazione non è più ammessa: le parole vanno spiegate dettagliatamente, a scanso di ogni equivoco. Oppure vanno abolite. In Valpolicella si è scelto di abolirle. C’è chi dice si sia fatto bene, c’è chi dice si sia fatto male: io dico solo che un chiarimento era necessario.

Oh, la Clairette de Die!

17 maggio 2013
[Angelo Peretti]
Non si finisce mai di imparare. Io, per esempio, non avevo ancora imparato a conoscere il fascino di un "piccolo" vino francese con le bolle: la Clairette de Die. Eppure l'aoc, l'appellation d'origine (la nostra doc, per capirci) è in vigore dal 1942, mica da ieri. Die è un comune del dipartimento della Drôme, nella regione della Rhône-Alpes. Il metodo di produzione è quello ancestrale: prima parziale fermentazione in vasca e poi rifermentazione in bottiglia, grazie alla presenza di generosi zuccheri residui. L'uva è quella del moscato (muscat à petits grains). La gradazione alcolica che se ne ricava è intorno al 7 per cento. E fin qui le cose grosso modo tecniche.
Ma 'sto vino com'è? Be', per chi ha dimestichezza col Moscato d'Asti, il confronto non può che venire spontaneo. Credetemi. E se vi piace il Moscato d'Asti non ho dubbi che vi piacerà anche la Clairette. Io mi sono bevuto la Clairette de Die Tradition di Jaillance, certificato bio (in etichetta non è indicata l'annata). E me la sono proprio goduta, con qui profumi intensi di rose e di frutto della passione e quella dolcezza ben bilanciata dalla freschezza, con una bolla ben gestita.
Condivido poi i suggerimenti d'impiego riportati in controetichetta: bere a 5 gradi come aperitivo (sissignori, come aperitivo: io uso così anche le migliori bottiglie di Moscato d'Asti) o con una tarte tatin o con una macedonia di frutta fresca.
Vino gioioso, vino giocoso. On line viene intorno ai 9,50 euro.
Clairette de Die Tradition Jaillance
Due lieti faccini :-) :-)
[Angelo Peretti]
La bottiglia è, come dire, surreale, molto stile anni Sessanta o giù di lì: sopra al tappo ci sta una bombetta in plastica. Sì, la bombetta, il classico cappello degli operatori d'antan della City londinese. Ecco, la bottiglia è quella del Broker's Gin, e il broker, si sa, è l'intermediario assicurativo e finanziario, quello che veste in grisaglia e ha la bombetta in testa e l'ombrello immacolato, che non viene aperto neppure se scende il diluvio universale. Ecco, l'icona classica del broker londinese è raffigurata in etichetta, e la bombetta fa da copritappo. Be', se la bottiglia l'avessi solo adocchiata sugli scaffali di qualche magazzino, vestita in questa maniera mi sarei guardato dal comprarla. Il fatto è che da qualche parte di questo gin avevo letto buone cose - accidenti, non mi ricordo dove - e dunque ho provato a prenderlo. Volete che vi dica? Sono stato soddisfatto dell'acquisto.
Fa 47 gradi di alcol, è un London Dry Gin (il London è uno stile, per capirci) e viene prodotto dalle parti di Birmingham in una vecchia distilleria.
Secco, molto secco, assolutamente secco. Propone i profumi del ginepro, della scorza d'agrumi e del pepe. Un che di liquirizia, anche piuttosto insistente, e dunque convincente. E un accenno d'affumicato.
Per chi ama i gin senza fronzoli. Col vantaggio di un prezzo "umano": sui 24-25 euro in bottiglia da 0,70.
Broker's London Dry Gin
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
[Angelo Peretti]
Mai generalizzare, d'accordo. Però mi capita abbastanza spesso, nei ristoranti, di sfogliare carte dei vini zeppe di errori. Eppure non credo che sia così difficile leggere un'etichetta su una bottiglia e riportare sulla carta "esattamente" quello che c'è scritto sopra. Oltretutto, di vini se ne tengono sempre meno (eh, il magazzino costa!) e i ricarichi non sono poi così piccola cosa (ergo, io cliente posso almeno pretendere che il vino sia citato correttamente). Invece no, si va a naso, talvolta con risultati che destano ilarità, altre volte mettendo in imbarazzo l'avventore. Per esempio, un briciolo d'imbarazzo me l'ha procurato la carta di un noto ristorante qualche sera fa.
È andata così.
Scelgo, per aprire la cena, un piatto a base di foie gras, e quindi vorrei accostarci un vino dolce, ma non troppo alcolico, per poter poi magari passare a qualcosa di più strutturato: un Riesling Spätlese andrebbe benissimo. Sfoglio la carta e vedo che nella sezione dei bianchi ci sono cinque tedeschi: uno è un Kabinett e ben quattro sono Spätlese, e un paio anche di buoni produttori. "Ci siamo!" mi dico, preso dall'entusiasmo. Poi, memore di altre precedenti sorprese in altri locali, mi viene il dubbio e chiedo: "Ma questi sono proprio Spätlese, vero?" e quando vedo balenare un che di perplessità nell'occhio del cameriere, aggiungo, cercando di essere il più didascalico possibile: "Intendo, questi qui sono vini bianchi un po' dolci, con residui di zuccheri?" Al che l'altro, rassicurato, mi fa, perentorio: "No, sono secchi!". Ecco, maledizione: non sono Spätlese, sono Spätlese Trocken. Che è tutta un'altra storia: uno Spätlese è basso di alcol e alto di zuccheri, uno Spätlese Trocken è bassino di zuccheri e alto di alcol, essendo stati gli zuccheri in grandissima parte svolti. Ora, comprendo che un ristoratore non per forza debba conoscere le complessità delle classificazioni vinicole germaniche (ma allora perché mette in lista vini che non conosce? perché fa moda?), ma, vivaddìo, almeno di leggere un'etichetta sarà capace, spero. E se sull'etichetta sta scritto Spätlese Trocken, perché mai nella carta deve scrivere soltanto Spätlese, che è tutta un'altra roba?
Insisto: è chiedere troppo che sulle carte dei vini si riporti "esattamente" quel che c'è scritto sulle etichette delle bottiglie?
[Angelo Peretti]
L'unico problema di questo vino è che se ne fa pochino: sulla guida di Slow Food si dice che sono solo 2200 bottiglie. Fortuna che Susy Tezzon, la donna del vino del Giardino delle Esperidi, ristorante bomboniera di Bardolino, ne ha comprato qualche cassa, e dunque 'sto rosso campano me lo posso godere e rigodere (spero che nel frattempo non l'abbia finito, accidenti). Parlo del Vigne delle Volpi del 2010, un Piedirosso dei Campi Flegrei, prodotto da Agnanum, azienda napoletana che secondo me è bene tenersi segnata e sottolineata sul taccuino delle cose buone da seguire (la conduce Raffaele Moccia).
Leggo sul sito aziendale che il vigneto è "a ridosso della riserva naturale degli Astroni, zona collinare rica di microelementi vulcanici" - sulla bocca d'un cratere, sabbia lavica che si sgretola a guardarla, gran fatica a lavorarci, ma le vigne buone chiamano fatica -, e la vulcanicità dei suoli ti sembra quasi di coglierla in quella vena affumicata che ci trovi già d'immediato nel vino e che persiste insieme a certe rustiche, ma avvincenti venature terragne. Lo so che è un'illusione che il vulcano stia detro al calice, ma davvero quel tono terroso e fumé c'è, ed è vivido, e mi piace. Poi, sotto, emerge con irruenza il fruttino maturo - l'amarena, succosa, gioiosa - e fa capolino poi anche, pulitissimo, il fiore di geranio, che affascina mettendoci un che d'eleganza.
Il primo calice chiama il secondo, ed è un gran bel test, questo, che sta a dimostrare che è un vino che si fa bere. Eccome. L'unico problema, ripeto, è che non è per molti, e mica per il prezzo, che mi pare abbordabile (credo che in cantina venga sui 10 euro o giù di lì), ma per l'esiguità dei numeri.
Evviva il piedirosso.
Campi Flegrei Piedirosso Vigna delle Volpi 2010 Agnanum
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
[Angelo Peretti]
Qualche tempo fa avevo detto di un'iniziativa che mi è sembrata intelligente: nelle scuole elementari di Bordeaux si faranno lezioni sul vino e sulla viticoltura. La faccenda è stata posta all'attenzione dei lettori da parte di Decanter, la rivistona inglese del vino, che ha realizzato uno specifico sondaggio on line (a proposito: sempre interessante dare un'occhiata ai poll sul sito di Decanter: descrivono piuttosto bene, a mio avviso, il sentiment dei bevitori inglesi). La domanda era: "A Bordeaux agli scolari di sei anni vengono date lezioni di viticoltura e di produzione del vino. Si tratta di una buona idea?"
Ebbene, ecco i risultati (i dati sono quelli del giorno in cui li ho letti: non so se poi siano cambiati, ma anche se fosse non credo che lo scostamento possa essere rilevante). Per il 76% dei votanti la risposta migliore era: "Naturalmente. I problemi con l'alcol originano dall'ignoranza". Per il 18% invece, c'era un qualche dubbio: "È possibile, ma un ragazzino di sei anni può apprezzare veramente le sfumature della maturazione dell'uva?" Solo il 6% si è dimostrato contrario: "No. Il vino è una materia da adulti".
Non so come andrebbe in Italia. Il fariseismo falso-salutista domina, dalle nostre parti. Temo che si griderebbe allo scandalo: "Portare i bimbi a contatto con l'alcol? Giammai!" griderebbero i neopuritani, magari gli stessi - le stesse - che la mattina rimpinzano i piccoli di merendine industriali. Poveri piccoli.
Il problema dell'alcol, così come quello dell'alimentazione, nasce spesso dall'ignoranza. A volte, l'ignoranza è quella dei genitori.
[Angelo Peretti]
Domando: cosa s'intende per fondovalle? Magari sbaglio, ma suppongo che parte della bagarre di questi giorni sulla modifica del disciplinare di produzione dei vini della Valpolicella - che ha visto contrapporsi il Consorzio, le Famiglie dell'Amarone e i Vignaioli indipendenti della Fivi, tutti usciti con loro comunicati stampa prima o dopo l'Assemblea dei soci dello scorso 10 maggio - risieda in questa benedetta parolina: fondovalle. L'articolo 4, secondo comma, del disciplinare dell'Amarone dice (o post Assemblea devo scrivere "diceva"?) infatti così: "Sono da escludere, in ogni caso, ai fini dell’idoneità alla produzione dei vini i vigneti impiantati su terreni freschi, situati in pianura o nei fondovalle". Ora, cosa sia la pianura è discretamente chiaro: la pianura è piana. Ma il fondovalle? Il fondovalle può anche essere piuttosto elevato come quota, e dunque perché considerarlo inadatto a coltivarci vigne?
Dice l'Enciclopedia Treccani che il fondovalle è la "parte più depressa di un'incisione valliva lungo tutta la sua estensione longitudinale". Ora, nelle terre del Valpolicella, dove le valli sono spesso piccole e ripide, può capitare che il fondovalle sia anche ad altitudine abbastanza alta. Ergo, è un bel grattacapo sapere se lì sia possibile o no coltivarci le vigne per l'Amarone, stando alla (vecchia?) definizione del disciplinare.
Ora, non so se ed eventualmente come il dubbio l'abbiano risolto in Assemblea: non ho il testo del disciplinare modificato e il comunicato stampa del Consorzio di tutela dice solo che "sono state sottoposte al vaglio dell'Assemblea alcune modifiche ai disciplinari di produzione delle denominazioni, nell'ottica di tutelare la qualità del vino, salvaguardando la capacità produttiva dei viticoltori".
Tuttavia, proprio in vista dell'Assemblea del 10 maggio, l'associazione delle Famiglie dell'Amarone con un comunicato aveva chiamato all'appello "tutti, a partire dai produttori di collina che hanno a cuore le sorti dell’Amarone" per "scongiurare le modifiche capestro al disciplinare di produzione", tra le quali veniva citata la "eliminazione del limite alla doc per i vigneti impiantati in terreni freschi e di fondovalle".
Anche la sezione valpolicellese della Fivi è uscita con un comunicato che dice che sulla questione l'associazione "si è espressa per un rinvio della votazione", domandando anche di "ridiscutere quanto prima" un'altra variazione del disciplinare che riguarda le scelte di cantina relative al Ripasso. La Fivi della Valpolicella, poi, asupica che "il presidente Christian Marchesini mantenga l’impegno preso a far sì che presto si realizzi un tavolo di incontro fra tutte le realtà che compongono la filiera".
Quella del tavolo mi pare un'idea interessante: confrontarsi fa sempre bene. Conoscendolo - e devo aggiungere anche apprezzandolo -, non credo che quest'idea sia lontana dalla volontà del presidente del Consorzio valpolicellese. Vedremo dunque che cosa uscirà dalle prossime puntate.

Un Recioto crepuscolare

11 maggio 2013
[Mario Plazio]
Un Recioto crepuscolare quello proposto dalla Cappuccina. Gli aromi sono ben scanditi e vanno dagli agrumi canditi, al miele di castagno, fino alle albicocche e alla frutta tropicale. Al palato è morbido e "caldo", ma riesce a restare lieve senza eccedere negli zuccheri. Sembra quasi poi di scorgere una nota amarognola derivata da un principio di botrite. Buona la vena acida, che si fonde nel sapore di buccia d’arancia per perdersi in un finale che ricorda il rosmarino e la crème brulée.
Recioto di Soave Arzimo 2004 La Cappuccina
Due faccini :-) :-)
[Angelo Peretti]
Più del 30% del vino venduto nella grande distribuzione in Francia è confezionato in bag in box. In Francia, dico, mica in un paese neo consumatore o neo produttore qualunque. In Francia, dove si fanno bottiglie da sogno che costano centinaia, a volte migliaia di euro. Ebbene sì, in Francia chi fa vino e chi lo beve non è mica schizzinoso, non si maschera dietro a sedicenti tradizioni: il vino nel bag in box è pratico, e va benone. Il dato l'ho letto su WineNews, che riporta i risultati di un'indagine di FranceAgriMer: il 30,8% del vino venduto in gdo è in bag in box, altroché. Del resto, basta andare in un qualunque supermercato francese per capire che là il vino in bag in box va alla grande: lunghi scaffali enoici mostrano su un lato le scatole vinose, in ampia gamma di tipologie e di prezzo, e sull'altro le bottiglie di vetro. E noi italiani quando ci svegliamo? Eh, no! Noi italiani siamo più furbi, noi ce la tiriamo, noi mettiamo lacci e lacciuoli ai produttori, scriviamo disciplinari astrusi, pubblichiamo decreti inverosimili, e così il vino ce lo teniamo a casa nostra, salvo poi declassarlo e svenderlo per quattro soldi.
[Angelo Peretti]
Questa definizione non l'avevo ancora incrociata: agricoltura informatizzata. L'ho sentita ieri a Roma, in un convegno nel quale di faccende agrarie non pensavo proprio nemmeno si accennasse. E invece ecco qui: agricoltura informatizzata. Il convegno era all'Abi, l'Associazione bancaria italiana, il sindacato delle banche, insomma. Titolo dell'incontro, una domanda: "Cosa serve per far ripartire il lavoro?". Tra i relatori, Marina Montironi, direttore della Business School e dell'HR (sta per Human Resources, il personale insomma) della Ernst & Young, una delle più grandi società di revisione al mondo. È stata lei a tirare in ballo il concetto di agricoltura informatizzata citando alcune tra le (poche, purtroppo) nuove forme concrete di "ripartenza" del lavoro messe in campo in questi ultimi tempi, che sappiamo bene essere all'insegna - ahinoi - di una grave crisi occupazionale.
Con quella definizione faceva riferimento a una serie di micromprese agricole fondate da giovani che usano la rete per far conoscere e collocare le loro produzioni. Ecco: è un esempio di soluzione innovativa alla domanda di flessibilità imprenditoriale. Solo che - dico io - c'è un prerequisito fondamentale per far funzionare questo modello di agricoltura innovativa: serve che la rete funzioni, che si abbatta quella separazione digitale che caratterizza ancora amplissima parte delle campagne e delle montagne italiane.
Ne ho già parlato altre volte - anche molto di recente - su quest'InternetGourmet: uno degli interventi immediati che i nostri governanti dovrebbero attuare per sperare di rilanciare l'economia reale è quello di abbattere il digital divide. Lo so che è un tormentone, il mio, ma la cosa è più che urgente. Ce la faranno? Ce la faremo? Incrocio le dita. Intanto prendo atto che anche Ernst & Young vede nel connubio fra agricoltura e informatizzazione una formula vincente: è una buona notizia.
[Angelo Peretti]
Lo so, lo so, la stragrande maggioranza della gente, quando gli dico che tra i vini che più mi intrigano in Francia ci sono i rossi del Beaujolais, mi guarda di traverso: "Ma come, ti piacciono i novelli?" mi chedono. Lo so, lo so, questa è la tragedia del Beaujolais: quando si sente questa parola - Beaujolais - ecco che subito si pensa al vino novello della zona, il Beaujolais Noveau. E dunque un vinello semplice, una specie di bibita che sa di fruttino, niente di più. E invece questo è solo il Noveau. Perché invece i rossi "veri" del Beaujolais sono ben altra cosa. Rossi davvero "importanti", capaci di esprimere lo stile della Borgogna (e già, il Beaujolais sta proprio lì) attraverso un'uva diversa dal pinot noir, perché da quelle parti usano il gamay. Vini che invecchiano alla grande, e hanno anzi bisogno di tempo per esprimersi al meglio, e se li aspetti con pazienza ti aprono la loro anima intrisa di terragna eleganza. Un'eleganza che, però, paga un dazio terribile di notorietà, offuscata dal fenomeno Noveau, che ha snaturato l'immagine dell'area, rivoltandosi contro la zona come un boomerang.
Il fatto è che i produttori del Beaujolais stanno vivendo anni difficili, tanto difficili. E in tanti rischiano la bancarotta. Lo leggo con profondo dispiacere sul numero d'aprile di Decanter. I piccoli vigneron, in crisi da anni per la caduta d'identità dei loro cru, ora devono affrontare anche gli esiti devastanti di una vendemmia, quella del 2012, che è stata disastrosa, con grandinate e tempeste che hanno ridotto il raccolto del quaranta per cento. Fra i 2700 vigneron della zona, circa duecento potrebbero non farcela a passare indenni quest'anno, ed è una percentuale altissima. Il grido d'allarme lo lancia Guillaume de Castelnau, direttore generale dello Château des Jacques, che appartiene al celeberrimo brand borgognone di Louis Jadot. "I piccoli contadini della zona - dice - possono vivere con poco denaro, ma molti di loro nel Beaujolais hanno smesso di guadagnare due o tre anni fa", e dunque il crollo produttivo del 2012 potrebbe essere fatale per chi ha ormai eroso i propri risparmi.
Che fare? Non lo so, ma un invito lo rivolgo a chi mi legge: beviamo i rossi del Beaujolais. Un elegante Fleurie, un robusto Morgon, un bizzoso Moulin-à-Vent, uno dei vari, meravigliosi rossi dei "village" della zona. Beviamoli e riscopriamo il piacere di questi vini: sarà la nostra piccola maniera di dare una mano a quei vignaioli.
[Angelo Peretti]
Ai primi di febbraio osavo l'inosabile, ossia mettere in dubbio un'affermazione di Angelo Gaja, il maestro, il re del vino italiano. La questione era che Gaja, in un intervento inviato a una serie di blog e di testate on line, vaticinava "che a giugno non ci sia più vino, che le cantine che vendono a meno di due euro al litro (soglia di prezzo che vale per più dell’ottanta per cento del vino italiano) non ne abbiano più da offrire" e che "sarà panico per i prezzi delle uve della vendemmia 2013 che si temeranno in forte rialzo". Questo diceva, e io nutrivo dei dubbi.
Ora, non dico che a tre mesi di distanza da quell'intervento abbia ragione io - per l'amor del cielo! - però non solo non mi pare che i prezzi del vino, ora che manca solo un mese e mezzo da giugno, si stiano alzando, ma mi sembra anzi che stia accadendo il contrario, o almeno che se ne avvertano le avvisaglie. Flette infatti - a quanto ne so - il prezzo del "tavola", del vino generico fuori dalle denominazioni d'origine, il che vuol dire che non c'è tutta questa scarsità di prodotto in giro per l'Italia e per il mondo. Ma flettono anche i prezzi del mercato bordolese, e in questo caso perché ci troviamo di fronte a un'annata, quella del 2012, non proprio esaltante, ma anche - e soprattutto - perché pare che alcuni buyer cinesi - quelli che hanno fatto gonfiare i prezzi dei grandi marchi di Bordeaux - poi il vino non l'abbiano ritirato e non abbiano onorato il contratto, col problema che adesso i nobili château si trovano in casa bottiglie invendute quotate a prezzi che il mercato non è più in grado di reggere (né possono svendere, perché si imbufalirebbero coloro che hanno comprato e pagato a prezzi più elevati, gonfiati).
Insomma, sì, i prezzi del vino si stavano gonfiando come una bolla, perché la speculazione porta inevitabilmente a gonfiare i prezzi, e il vino era sotto speculazione, ma quella bolla mi pare si stia sgonfiando. A breve vedremo le prime contrattazioni sulle uve e sapremo.
[Angelo Peretti]
Un paio di mesi fa mi ponevo su quest'InternetGourmet un interrogativo: "Risolveremo mai il digital divide?" Ora, mi ha colpito favorevolmente constatare che il neo ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, alla sua prima uscita nella nuova importante funzione che ha assunto, abbia affrontato proprio questo tema. Leggo su La Repubblica che, incontrando i giovani imprenditori di Confartigianato, ha detto così: "È imbarazzante che all'estero la rete wi-fi funzioni dappertutto e invece in Italia, per mancati investimenti, è difficilissimo trovarla persino in quei siti dove dovrebbe essere naturale". Aggiungendo: "Ci sta molto a cuore. Ci incontreremo prestissimo". Per discuterne, aggiunge La Repubblica fuori virgolettato ministeriale.
Bene, spero che il ministro e chi di dovere si trovino non già per discuterne, bensì per decidere. Quest'Italia ha bisogno di superare l'attuale separazione digitale, che vede le città e le aree metropolitane servite (più o meno bene) e le campagne e le montagne abbandonate a sé stesse. Se vogliamo che l'agricoltura italiana, e soprattutto i suoi settori più vitali, come quello del vino, possano continuare a dare un apporto di rilievo alla nostra economia, se vogliamo che soprattutto i giovani riescano a mettere insieme nuove forme d'impresa, innovative, dinamiche, risolvere la frattura digitale è urgente, urgentissimo. Lo vogliamo davvero? Se sì, bisogna smettere di discutere e cominciare a fare. Subito.
[Angelo Peretti]
Se l'olio extravergine d'oliva avesse la stessa magica "visibilità" del vino, la notizia sarebbe esplosa come una bomba atomica. Ma l'olio, poverino, fa meno clamore, e allora la cosa è passata un po' sotto silenzio, o almeno mi pare. Però un post che ho letto un paio di giorni fa su Olio Officina, il blog oliandolo di Luigi Caricato - uno che di extravergini se n'intende - è di quelli da valutare per bene. S'intitola "Ormai sappiamo tutti come si prepara un campione da inviare ai concorsi" e riporta il testo di una lettera di Nazario D'Errico, agronomo e direttore del Consorzio Peranzana Alta Daunia, e dunque comunque un nome di rilievo nel mondo oleario. Che dice quella lettera? Pone dei dubbi piuttosto significativi circa la reale origine delle olive e degli oli presentati ai concorsi e alle guide. Soprattutto, dice questo: "Provengo dalla terra della Peranzana (Torremaggiore, Foggia) e non a caso evidenzio questo, poichè sono convinto che sia al corrente di quello che succede nel nostro territorio durante la campagna olivicolo-olearia: vagonate di olive (e un pò di olio…) di questa pregiata varietà parte in direzione della Toscana, Umbria, Garda, Abruzzo, etc. Conosco personalmente diverse aziende del nord che utilizzano l’olio di Peranzana (in purezza o come blend) per la partecipazione ai vari concorsi nazionali e internazionali".
L'affermazione è evidentemente piuttosto rilevante, anche alla luce del ruolo istituzionale del suo estensore. Di fatto, sarebbero noti i nomi di aziende che "dopano" i loro oli con la cultivar pugliese, che conferirebbe maggior pregio al prodotto finale, in modo da ottenere più alte valutazioni dalle commissioni di guide e concorsi. Credo che coloro che rappresentano il mondo olivicolo "della Toscana, Umbria, Garda, Abruzzo" dovrebbero dire come la pensano. E soprattutto sorge una domanda grossa come una casa: non è che la faccenda riguardi anche gli oli a denominazione d'origine protetta? Perché allora il guaio sarebbe grosso assai.
Di fatto, il mondo dell'olio sembra mutuare la "voce" che da anni s'aggira nel comparto del vino, e cioè che molti rossi "da guida" o "da concorso" d'altre regioni sarebbero "dopati" con tagli provenienti dalla Puglia: tagli, in questo caso, di primitivo o di negroamaro. Per l'extravergine di tratterebbe invece di peranzana. Voci o realtà, verità o leggenda? Per il vino, sino ad ora nulla di concreto mi risulta sia emerso. Per l'olio?
[Angelo Peretti]
Il vino l'avevo assaggiato ad Ala in ottobre, a Skywine, e mi aveva dato una buona impressione, per cui me ne sono comprato un paio di bottiglie. Ora ne ho stappata una e mi dico che ho fatto proprio bene a comprarle, quelle bottiglie, ché queste sono bolle trentine d'alto lignaggio, ed anzi, se - come ho altre volte detto - la trentinità vinicola dovrebbe alla fin fine essere la rappresentazione delle "discese ardite e le risalite" che caratterizzano quel territorio, be', qui quella rappresentazione c'è tutta, ed è una gioia trovarcela. Il vino bollicinoso in questione è il Trento brut millesimato del 2008 (sboccatura 2012, ma non so il mese, non sta scritto in etichetta) dell'Opera Vitivinicola in Valdicembra, azienda di costituzione recente - leggo che è nata formalmente nel 2006 -, ma che a mio avviso, se persevera secondo la linea che ho trovato intrapresa dentro al mio bicchiere, ha tutte le carte in regola per divenire una stella che brilla nel cielo del vino trentino.
Che poi, la cosa che mi appare più curiosa, della mia convinzione per queste bolle tridentine, è che il vino è fatto tutto e solo con lo chardonnay, vitigno che notoriamente non è particolarmente nelle mie corde. E invece questo blanc de blanc della felice Val di Cembra montuosa, be', ha un'eleganza e uno slancio e una tensione che mi convincono sorso dopo sorso, ed anzi credo che addirittura col passar del tempo questo 2008 potrebbe ancora crescere e farsi vieppiù interessante. Ci sono fiori bianchi e bolle leggere e perfettamente integrate e beva salata e gratificante e dissetante.
Notevole: una delle più belle bottiglie trentine bevute nell'ultima manciata di anni.
Trento Brut Millesimato 2008 Opera Vitivinicola in Valdicembra
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
[Angelo Peretti]
Nec Plus Ultra, non più oltre: la mitologia vuole che l'abbia scolpito Ercole sui monti che segnavano la fine del mondo conosciuto. Le Colonne d'Ercole, appunto. Bruno Paillard l'ha invece stampato sull'etichetta d'una sua selezione di Champagne, che nasce dalle uve di sette Grand Cru. Anzi, a dire il vero ci ha scritto N.P.U. che è l'acronimo del motto leggendario. Dicevo che l'ha messo in etichetta d'un suo Champagne, e che Champagne, ragazzi! Al Vinitaly, nella terrazzina dello stand di Cuzziol, il distributore italiano, ho potuto tastarne quattro annate in una verticale guidata proprio da lui, Bruno Paillard in persona: il '99, ultimo nato, il '96, il '95 e il '90. Fantastici calici, roba da estraniarti dal vociare del padiglione, dal caldo, dalla stanchezza, dalla tensione che è tipica degli appuntamenti fieristici. Un'ora di piacere e relax nel contesto che meno induce al piacere e al relax. Se vi par poco...
Ordunque, il Nec Plus Ultra nasce da un sogno: Bruno Paillard, presa in mano l'attività del padre - che era commerciante d'uve champagniste - e diventato produttore con maison a proprio nome nel 1981, ha deciso un bel giorno di provare a fare il miglior Champagne possibile. Mica ambizione da poco. E per riuscirci, ecco l'idea di andare a cercare col lanternino le uve più adatte, e di assemblare metà chardonnay e metà pinot noir, e di maturare i vini in barrique usate di grandi produttori di Bordeaux blanc, e di fare stare il vino sui lieviti per dieci-dodici anni e poi d'aspettarlo ancora, dopo la sboccatura. Ora è uscito, appunto, il millesimo del 1999: siamo nel 2013, facile fare il conto di quanta pazienza c'è voluta, e lui è convinto che lo Champagne vada preso proprio così, con la pazienza.
Due righe sui quattro vini, giusto per l'invidia di chi legge. Non metto i miei soliti giudizi in faccini: qui siamo ai vertici assoluti, altroché.
Champagne Nec Plus Ultra 1999 Bruno Paillard
Sboccatura gennaio 2012, che vuol dire da pochissimo, pensando alle idee di Paillard. Colore verde oro. Dapprima molto "discreto" nel porgersi al naso, poi, col tempo - ed è vino che ha sempre bisogno di tempo - si apre sui fruttini maturi e sull'arancia candita. In bocca è setoso, la bolla minutissima, ed è un marchio di fabbrica, questo. Ha struttura notevole: "È un vino più per bere che per parlare" dice Paillard, in italiano, e condivido. Ed è tanto, tanto giovane.
Champagne Nec Plus Ultra 1996 Bruno Paillard
Sboccatura gennaio 2009. "Annata non tipica" la definisce Paillard, perché - spiega - le uve erano molto mature, ma anche molto acide: di solito tutt'e due le caratteristiche insieme non si trovano. Giallo oro. Si apre con lentezza, tipicamente. Prima sensazione: alghe, risacca, ostriche, mare. Poi il croissant. E i frutti che cominciano a materializzarsi e gradualmente avvolgono. Avete presente l'incedere del Bolero di Ravel? Ecco, la sensazione è questa. "Molti '96 sono stati bevuti troppo giovani, sono stati infanticidi" dice Paillard.
Champagne Nec Plus Ultra 1995 Bruno Paillard
Sboccatura ottobre 2006. Brillante. "Ha un equilibrio un po' più perfetto del '96", e questo comparativo d'un superlativo rende l'idea di quanto valga questo vino. Sono d'accordo: vino splendido, ed esagero anch'io col super-superlativo, e dico splendidissimo. Marzapane, pan di spezie, frutti canditi, marmellata di cotogne, gelatina di ribes, petali di rosa. "Un vino completo" dice Paillard, e ha ragione."Va assaggiato lentamente", aggiunge, e anche qui ha ragione, perché è così pieno, così intenso, che hai bisogno di godertelo, appunto, con lentezza, sorso dopo sorso.
Champagne Nec Plus Ultra 1990 Bruno Paillard
Sboccatura dicembre 2003. Colore giall'oro intenso, ma non troppo carico. Ecco, quest'è un vino per il quale è corretto usare un termine preciso: tensione. Vino tesissimo. "La tensione viene dal suolo, non dall'ossidazione" osserva Paillard. Frutti maturi, polposi, tanta albicocca, fresca e in confettura. Erbe officinali. Memorie salmastre, precise, nette, avvincenti. "Chi ha fatto veramente il lavoro sono il tempo e il suolo" dice con modestia il produttore. Mah, credo che una buona mano al tempo e al suolo ce l'abbia data anche lui. Una delle bolle più buone che abbia mai bevuto.
[Angelo Peretti]
Quella del 2009 è stata un'eccellente vendemmia a Bordeaux, e non è certo difficile trovar dunque buone bottiglie di quell'annata. Ma è stato anche il millesimo dell'impennata dei prezzi, per cui le cose più note costano un occhio. Dunque, se si vuol bere bene spendendo poco occorre andare alla ricerca di zone e produttori meno conosciuti. Per esempio, nell'appellation di Côtes de Bourg è possibile trovare rossi di sicura gradevolezza a prezzi abbordabili, ed oltretutto col vantaggio, per il mio gusto, d'una certa "classicità" d'impostazione che fa sì che ci si trovi nel bicchiere vini di considerevole beva. Così quand'ho visto che on line era possibile comprare, di quell'aoc, il rosso di Château Les Mottes-Pradier a 5,90 la bottiglia, con omaggio però di una bottiglia acquistandone cinque, non mi sono lasciato sfuggire l'occasione, e meno male.
Ebbene, questo è un vino di quelli che se magari ti ci imbatti in una degustazione seriale di decine e decine di campioni rischi che ti passi inosservato. Gioca infatti più sull'eleganza che sulla struttura. Sembra esilino, semplice, slavatino. Sembra. Al primo impatto, intendo. Però poi quando t'accorgi che sarà anche piccolino, ma ti resta in bocca a lungo, e che ti vien voglia di berne un altro bicchiere e che insomma la bottiglia finisce in un amen, be', allora ti rendi conto che tanto piccolino non è.
E qui devo correggermi. La mia bottiglia non l'ho finita. Me n'è rimasto dentro il corrispettive d'un bicchiere circa. Quel quid ch'era rimasto l'ho provato a tastare due giorni dopo, ed è stata una sorpresa. Se subito era il cabernet a prevalere negli aromi, dopo due giorni ecco che emergeva l'essenza del merlot. I due vitigni bordolesi ci son dentro per metà ciascuno. E fanno ciascuno la loro parte. Tanto di cappello.
Per il resto, insisto: se pensate di provarlo, non andate in cerca di struttura, fruttone, tannino, concentrazione. Non sono queste le sue caratteristiche. Cercatelo se volete un bel rosso per la tavola, che non punti al muscolo, ma alla piacevolezza. E ascoltate con pazienza quel che ha da dirvi.
Lo trovate su Vinatis.com. Ripeto: a 5,90 con una bottiglia omaggio in più se ne comprate cinque, il che vuol dire, in sintesi, che avrete sei bottiglie a 4,90 cadauna. Bere bene spendendo poco è possibile.
Côtes de Bourg 2009 Château Les Mottes-Pradier
Due lieti faccini :-) :-)

La festa del lavoro?

01 maggio 2013
[Angelo Peretti]
Oggi è la festa del lavoro. Per molti, però, il lavoro non c'è. Il lavoro è l'emergenza di questi nostri giorni. Non c'è per i giovani, che non hanno prospettive, non c'è per tante donne e tanti uomini di mezz'età che di speranze di ritrovarlo, il lavoro che hanno perso, ne hanno poche. Eppure pare che coloro che abbiamo eletto nelle istituzioni non se ne accorgano, impegnati in dispute da teatranti. Le priorità di lorsignori sono altre.
Invece occorre rilanciare il lavoro, e per far questo occorre sostenere le imprese, e per far questo occorre ridare fiato al credito. E per ridare fiato al credito cosa occorre? Magari pensare a nuove politiche comuni in Europa. E per far questo cosa occorre? Magari una nuova generazione di politici che siano preparati ad essere donne e uomini che si occupano della cosa pubblica e che capiscano che l'essenza della politica è il bene comune e non il bene della loro parte. Che sappiano che la solidarietà scaturisce dalla sussidiarietà, che è l'esercizio della responsabilità a generare la libertà. Ma chi li prepara, oggi, i nuovi politici? La scuola non è più da tempo nelle condizioni, i partiti sono larve, i sindacati sono immobilizzati da rigurgiti ideologici e rendite di posizione, la Chiesa ha abdicato, il volontariato è disperso in rivoli che dissetano senza diventare fiume, la cultura è autoreferenziale, la produzione è intrisa di neoliberismo antiumano.
Ora, così come siamo messi ora, che razza di festa è questa qui?
[Angelo Peretti]
Mi ha fatto proprio piacere vedere che la prima fra le dodici "Italy's rising stars", le stelle nascenti d'Italia indicate dal mensile britannico Decanter sul numero di maggio, è Filippo Filippi, soavista dalla contrada di Castelcerino. Mi ha fatto piacere per tre motivi: il primo perché lui è una bella persona, e questo credo sia importante, il secondo perché Filippo è un vignaiolo autentico, che ha a cuore la vigna e considera la cantina una sorta di "accidente necessario" per trasformare in vino il frutto del lavoro in vigneto e l'adesione alle pratiche "naturali" come una conseguenza intrinseca e ineluttabile dello stare nei campi, e non come una fede o una filosofia da applicare alla viticoltura e alla vinificazione, il terzo perché considero il suo Vigne della Brà una delle più pure, cristalline espressioni di quanto la garganega sappia dare nelle parti più in quota delle colline di Soave. E con questo dico anche che la sua è una garganega totalmente, assolutamente, intrinsecamente "classica", anche se gli incomprensibili burocratismi del sistema normativo italiano lo escludono dalla zona appunto "classica" del Soave perché le vigne, le più alte in assoluto della denominazione e anche tra le più vetuste, sono di là da uno stradello che fa da confine, e in Italia i confini delle terre del vino si tracciano non già per qualità e storia dei cru, ma, appunto, per l'immanenza di strade, vicoli, capezzagne, divenendo così ambiti puramente topografici e non già, come accade invece in Francia, rappresentazioni di terroir vocati.
A "raccomandare" ai lettori il Vigne della Brà di Filippi è Monty Waldin, che attacca il pezzo così: "L'azienda soavese di Filippo Filippi è il luogo in cui i suoli vulcanici, la pratica organica e poche altre cose si combinano tra di loro per produrre degli intensi bianchi secchi di grande completezza strutturale". Non avrei saputo dire meglio.
Poi, credo che la maniera migliore per conoscere Filippo e i suoi vini sia andare là, a Castelcerino, dove la vista spazia sulle colline, e camminare la sua terra e i vigneti ben distinti uno dall'altro e circondati ciascuno da fitti boschetti, e vedere i ceppi di garganega vecchi, radi e contorti, e le orchidee che nascono spontanee, e le cave da cui si estrassero le pietre della cantina, e i castagni da cui si ricavano i pali che reggono le vigne, e godere anche del silenzio del luogo. Allora sarà facile capire perché il Vigne della Brà riesca a brillare come un cristallo.
[Angelo Peretti]
Questa volta a favore della capsula a vite - qualcuno si ostina a dire tappo a vite, ma a me non piace questa definizione, perché in realtà non si tratta d'un semplice tappo - è una corazzata dell'informazione enoica internazionale: Wine Spectator. Sul numero d'aprile l'editoriale di James Laude ha un titolo che sicuramente farà correre un brivido freddo lungo la schiena ai produttori di sughero, ma che esprime chiaramente, nettamente il pensiero della rivistona a stell'e strisce: "Time to Dump Corks", che potrei tradurre in "È ora di scaricare i tappi in sughero".
Laube la capsula a vite dice che preferisce chiamarla twist-off anziché, come s'usa in genere in lingua inglese, screw cap. E spiega che "il maggior ostacolo ad un uso più ampio dei twist off è l'immagine, che è nata nell'era nella quale erano usati solo per i vini più economici". Ma ora non è più così, e l'avanzata della vite sembra inarrestabile. "La prova - c'informa - sta nei numeri che hanno a che fare con la crescente popolarità dei twist-off. Sui circa 18 mila vini recensiti da Wine Spectator negli ultimi dodici mesi, il 13% avevano chiusure twist-off. Nel 2005 il dato era appena del 5%". E ad essere più avanti nell'uso delle capsule a vite, secondo l'editoriale di Wine Spectator, sono la Nuova Zelanda e l'Australia: nel primo paese i vini con la chiusura a vite sono il 91%, nell'altro il 70%. Seguono l'Oregon (la quota è del 25%), l'Argentina (15%), lo stato di Washington (12%) e la California (8%). Più indietro la Spagna (7%) e la Francia (3%). Il fanalino di coda indovinate qual è? Ma è l'Italia, ovvio! Da noi i vini chiusi con la capsula a vite sono appena il 2%.
Ma è soprattutto la conclusione dell'articolo di James Laube che, a mio avviso, deve far riflettere. Cerco di riportarne una traduzione: "Ci saranno sempre quelli che si aggrappano alla favola romantica del tappo in sughero e della gioia di sentire il 'pop' della bottiglia che si apre. E qualcuno continuerà ad accettare l'odore di tappo come parte dell'esperienza vinicola, così come avere una ruota a terra è insito nel possedere un'automobile. Di sicuro, c'è pieno di altre cose che possono andar male nel vino dopo l'imbottigliamento. Il caldo e l'immagazzinamento sono forse i più grandi nemici del vino, e vincere queste sfide resta ampiamente sulle spalle dei rivenditori e dei consumatori. Ma per i vignaioli, è di gran lunga il tempo di muoversi e di eliminare del tutto i tappi in sughero. Per molti, se non per la maggior parte, far questo sarà la più grande singola azione che possono compiere per migliorare la qualità del vino".
Già già, penso che per chi produce tappi in sughero parole così creino qualche mal di pancia. Ma è noto che - per quel poco che conta il mio pensiero - anch'io la penso come James Laube: ora l'alternativa al tappo tradizionale c'è, ed è la capsula a vite, e non vedo una sola buona ragione per non utilizzarla.
Giovedì 16 maggio, alle ore 20, il ristorante Oseleta del Villa Cordevigo Wine Relais, a Cavaion Veronese, lo chef Giuseppe D'Aquino e InternetGourmet propongono una serata dal titolo "Moéche e Champagne. Il 'pesce povero' dell'Adriatico sposa le nobili bollicine francesi". La cena rappresenta il primo di una serie di quattro appuntamenti che si svolgeranno in maggio e giugno al ristorante Oseleta.
Di seguito il menù della serata.
Pesce azzurro, foglia di limone amalfitano e pomodorini canditi.
Mantecato di vialone nano al gò e salsa verde.
Moéche.
Sempreverede alle erbe aromatiche.
Adesso i vini, proposti in due batterie.
Batteria 1: i non millesimati.
Vazart-Coquart - Champagne Blanc de Blancs Rèserve Brut Grand Cru.
Couche Père et Fils - Champagne Dosage Zéro.
José Michel - Champagne Pinot Meunier Brut.
Batteria 2: i millesimati.
Daniel Savart - Champagne Millésime Extra Brut 2008.
Jean Velut - Champagne Millésime Brut 2005.
Pierre Legras - Champagne Millésime Brut 2002.
Per informazioni e prenotazioni: tel. 045 7235287.
Ora, i successivi appuntamenti.
Mercoledì 29 maggio 2013: Asparagi e grandi Sauvignon. I "vini da asparago" della Loira e del Nordest italiano nella patria dell'asparago gardesano.
Mercoledì 12 giugno 2013: Chiaretto, Rosato e Rosé. I vini "in rosa" d'Italia e Francia a confronto con la cucina mediterranea di Giuseppe D'Aquino.
Mercoledì 26 giugno 2013: A tutta birra. Cucina d'autore e birre artigianali italiane, un matrimonio possibile.
[Mario Plazio]
Avevo già parlato, in occasione della degustazione dei "vins clairs" 2011, di questa piccola maison della Champagne: Chartogne-Taillet. Assieme a Bérèche è a mio discutibilissimo parere la cantina più interessante di questi ultimi anni. Vini personali, originali e unici, ricchi di carattere e forse non consensuali. Anche difficili da trovare per l'esiguo numero di bottiglie disponibili.
Questo Orizeaux è una chicca tra le chicche, visto che viene prodotto in poche centinaia di esemplari. È una vigna di solo pinot nero che nel difficile millesimo 2003 ha dato vita ad una bottiglia memorabile. L'età delle viti (più di cinquant'anni) e il tipo di lavoro che si pratica nel vigneto hanno consentito risultati altrove inimmaginabili. Andatevi a sentire qualche millesimo 2003 delle grandi case (e non solo) e poi ne parliamo.
Intanto mi sono goduto una sinfonia di spezie (zenzero, cannella), e poi una calda nota di lievito e di brioche, accanto a un freschissimo cedro. Bocca senza nessuna concessione (è poco o per niente dosato), fine, sapida ed implacabile. Esuberanza ed educazione. Una scommessa riuscita.
Champagne Extra-Brut Orizeaux 2003 Chartogne-Taillet
Tre faccini :-) :-) :-)
[Angelo Peretti]
Mi piacciono i "vinini", i vini semplici, ma non banali, che accompagnano la tavola e la chiacchierata tra amici. E mi piacciono poi i vini con le bolle. Coniugare queste due passioni, ammetto, non è facilissimo. Epperò a volte ci si riesce, e allora si ha nel bicchiere il vino perfetto. Ecco, Leclisse 2011 della maison lambruschista intitolata a Gianfranco Paltrinieri è il vino perfetto, e qui potrei già chiudere la mia recensione, ché ho detto la cosa essenziale, e dunque è chiaro l'invito: se vi capita di trovarlo, bevetevelo (a secchiate).
Per chi volesse proprio proprio proprio saperne di più, dico che Leclisse è un Lambrusco di Sorbara secco, fatto con le uve di sorbara in purezza "dai nostri vigneto al Cristo", che è uno dei cru dell'appellation emiliana. Ha colore rosato antico. Al naso è insieme fiorito e fruttatino e anche un pelino vinoso, e già ti prepara alla golosità dell'assaggio. E infatti in bocca è golosissimo, con quei fruttini che fanno crock (il ribes, quand'è ancora asprigno), e la fragolina di bosco che viene su dal muschio, e quel sale, e quei petali essiccati (le rose), e quella bolla che vorrei dire perfino setosa, e quell'intrigante persistenza. Dopo il primo bicchiere ti vien voglia del secondo e poi del terzo. La bottiglia finisce in un attimo.
Spettacolare "vinino" con le bolle, Lambrusco da favola, che ti dice che il fuoriclasse può nascere ovunque. Eppoi non occorre neanche svenarsi particolarmente per comprarlo: vedo che sul sito aziendale (c'è il servizio di e-commerce) si prende a 9 euro.
Ah, un'ultima cosa: ha il tappo raso legato con lo spago, che fa molto vino d'antan.
Lambrusco di Sorbara Leclisse 2011 Gianfranco Paltrinieri
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
[Angelo Peretti]
La patente l'ho presa tanti, tanti anni fa. Delle lezioni di scuola guida - quelle teoriche - ricordo con terrore le descrizioni del motore. Io sono negato da sempre per la meccanica, e anche per molte attività "manuali e pratiche", e dunque ero in difficoltà con tutti quegli aggeggi che, insieme, permettono alla macchina di camminare. In particolare, mi terrorizzava un "coso": lo spinterogeno. Tuttora non so cosa cavolo sia e a cosa serva. Leggo su Wikipedia che è "un dispositivo elettromeccanico atto a generare la scintilla (arco elettrico di forma filiforme) per l'accensione della carica all'interno delle camere di scoppio del motore ad accensione comandata": ecco, adesso ne so meno di prima.
Dico dello spinterogeno perché l'ho ritrovato citato in una battuta d'un musicista che mi onoro di tenere tra i miei amici: Roy Paci. Le cronache di questi giorni narrano che, interrogato su che cosa sia il vino per lui, abbia così risposto: "Il vino è uno spinterogeno di creatività, un attivatore. Le vibrazioni del vino accendono quelle della musica, e su questa linea sto sviluppando la mia sperimentazione gastrofonica". Urca, bella risposta, eppoi quello spinterogeno messo lì in quel modo mi pare simpatico. Ora capisco, lo spinterogeno è un qualche cosa che attiva il movimento, l'azione, la creatività. Esattamente come il vino. Bravo Roy, capito, finalmente. La prossima volta ti offro un bicchiere (tanto te l'offrirei lo stesso).
[Angelo Peretti]
In genere programmo le uscite dei pezzi su InternetGourmet con un certo anticipo. Per oggi avevo programmato un pezzo sui problemi della mozzarella di bufala campana dop, minacciata dall'imminente entrata in vigore delle previsioni di una legge del 2008. Meno male che il pezzo è uscito stamattina, perché già domani sarebbe stato - fortunatamente - vecchio. Sul sito del Consorzio di tutela della mozzarella di bufala campana, infatti, è stato pubblicato proprio oggi l'annuncio del varo di un decreto del Ministero delle Politiche agricole che, di fatto, salva questo straordinario prodotto del Sud d'Italia.
"La mozzarella di bufala campana dop - dice il comunicato - è salva. È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di oggi il decreto del ministro delle Politiche agricole, Mario Catania, con cui il Governo ha sostanzialmente recepito le richieste del Consorzio di tutela, emanando nuove norme di attuazione della legge 205/2008. Il provvedimento contiene novità fondamentali: per tutti coloro che fanno parte del sistema dop sarà infatti possibile continuare sempre a produrre nello stesso stabilimento mozzarella dop e altre tipologie (ricotte e mozzarelle non dop), ma, come richiesto dal Consorzio di tutela già 18 mesi fa, si obbligano i produttori ad acquistare esclusivamente latte di bufala proveniente dall’area dop, per qualunque prodotto intendano realizzare".
"Sul mercato - spiega ancora il comunicato consortile - i consumatori avranno un quadro più semplice e chiaro, potranno scegliere solo tra tre tipi di prodotto: la mozzarella di bufala campana dop; la mozzarella di bufala non dop ma realizzata comunque con latte di area dop dai produttori aderenti al Consorzio; e infine il prodotto non certificato, realizzato da tutti gli altri con latte e semilavorati bufalini qualsiasi, proveniente da ogni dove".
[Angelo Peretti]
L'Italia è un paese ben strano. Siccome non riusciamo a contrastare in maniera efficace i pochi che delinquono, finiamo pressoché sempre per punire i tanti che rispettano le regole. C'è chi evade le tasse? E allora creiamo i vari redditometri che opprimono con mille pastoie chi le tasse le paga. C'è chi guida ubriaco? E allora impediamo a chi ha la testa sulle spalle di bersi un bicchier di vino a cena. Adesso rischia di succedere ai piccoli produttori di mozzarella di bufala campana, la "vera" mozzarella, quella col marchio dop. Il primo di luglio entra in vigore una legge del 2008, la 205, che impone che la produzione di mozzarella campana avvenga in caseifici dedicati esclusivamente a questa produzione. Che c'è di strano? C'è che mica tutto il latte di bufala diventa mozzarella, e chi lo trasforma deve per forza ottenerne altri prodotti, se vuol sopravvivere. Ma la legge è implacabile: vuoi fare prodotti diversi? E allora devi avere stabilimenti diversi. Gli industriali ce la possono fare, i piccoli no. E allora i piccoli hanno una sola scelta: smettere di fare mozzarella dop. Un disastro.
Perché si è arrivati a questa situazione? Francamente, da tutte le cose che ho letto ho fatto fatica a capirlo, ma mi pare che la sintesi sia abbastanza semplice: in passato c'è chi - magari in varia maniera - ha "fatto il furbo", e dunque per limitare la "furbizia" di pochi s'è deciso, come di solito si fa in Italia, di colpire i tanti. Il problema è che il lazzarone continuerà a fare beatamente il furbetto, mentre chi lavora bene rischia di essere tagliato fuori.
Urge una soluzione.
[Angelo Peretti]
Ieri ho parlato del comunicato stampa con cui la Fivi, la Federazione italiana dei vignaioli indipendenti, annuncia che sul tema delle barriere esistenti in Europa per la vendita diretta di vino a privati da un paese all'altro della Comunità sono state presentate alla Commissione europea due distinte interrogazioni da parte della lussemburghese Astrid Lulling e dell'italiano Giancarlo Scottà. Credo possa essere interessante, per chi non fosse andato a cercarselo tramite il link che ho inserito nel pezzo, riportare il testo dell'interrogazione di Scottà, perché mi pare che sintetizzi bene la questione. Eccolo qui di seguito.
"La vendita diretta è uno strumento efficace per controbilanciare il potere della grande distribuzione. Stiamo lavorando alla riforma della Politica agricola comune e anche in tale ambito essa viene richiamata come importante strumento a favore dei piccoli produttori.
Le vendite dirette rappresentano per diversi settori un importante guadagno. Per il settore del vino la percentuale è considerevole. In Italia, ad esempio, ben il 37% dei consumatori preferisce acquistare direttamente dai produttori.
Le piccole realtà produttive rappresentano spesso un'attrattiva turistica. Lo sviluppo del settore enoturistico può rappresentare una soluzione alla crisi attuale per diverse realtà. Sono diversi però gli ostacoli che si incontrano: i turisti che visitano le cantine di altri paesi e che vogliono ordinare vino una volta rientrati nel proprio Stato membro si scontrano con la burocrazia.
Attualmente la direttiva 2008/118/CE autorizza un privato che acquista vino, in uno Stato membro diverso dal suo, a trasportarlo e introdurlo nel proprio Stato, senza dover pagare le accise. Sono previsti limiti, ossia 90 litri per il vino e 60 per lo spumante.
Qualora un privato volesse acquistare a distanza piccole quantità da un produttore di un altro Stato membro, le difficoltà sono notevoli: bisogna passare attraverso un rappresentante fiscale che paghi le accise e il prezzo della bottiglia aumenta velocemente.
Queste barriere, di fatto, impediscono al piccolo produttore di beneficiare del mercato comune e colpiscono al tempo stesso il consumatore.
Quali sono i motivi che impediscono di assimilare l'acquisto da parte dei privati alle vendite a distanza nei limiti dei quantitativi previsti dalla normativa sopra citata?
Quali misure intende intraprendere la Commissione per conseguire una soluzione a questa distorsione del mercato, per cui vengono agevolate solo le grandi aziende?"
[Angelo Peretti]
Sul finire dell'anno passato, avevo dato notizia che finalmente qualche cosa sembrava muoversi sul fronte dell'astrusa, assurda, irrazionale, antistorica materia delle vendite a distanza del vino in Europa. Abbiamo voluto l'integrazione europea, abbiamo un'unica moneta, abbiamo versato sudore e sangue per questo, e ci troviamo con una serie di pastoie burocratiche che, di fatto, impediscono la vendita on line del vino tra paesi europei o la spedizione di vini a privati da un paese ad un altro. Pazzesco. Ma la Cevi, la Confederazione europea dei vignaioli indipendenti, cui aderisce anche la Fivi, la Federazione italiana, in novembre aveva sollevato la questione. E ora pare che si faccia un altro piccolo passo in avanti, perché - lo leggo in un comunicato stampa diffuso proprio dalla Fivi - "in questi giorni Astrid Lulling, europarlamentare lussemburghese, presidente dell'intergruppo vino del parlamento europeo, ha depositato un'interrogazione scritta sulle barriere esistenti all'interno del mercato unico europeo per la vendita di vino fra paesi diversi. In contemporanea un'altra interrogazione sul medesimo argomento è stata avanzata dall’italiano Giancarlo Scottà". Bene.
Le due interrogazioni contengono vari quesiti cui la Commissione europea è invitata a dare risposte. Per esempio: "La Commissione intende intraprendere misure che permettano alle piccole e medie imprese vitivinicole di partecipare attivamente al mercato interno europeo attraverso una semplificazione amministrativa?" Oppure: "Quali sono i motivi che impediscono di assimilare l'acquisto da parte dei privati alle vendite a distanza nei limiti dei quantitativi previsti dalla Direttiva 2008/118/CE (90 litri per vini  tranquilli e 60 litri per gli spumanti)?" Ancora: "I fondi destinati allo sviluppo rurale, e in particolare alla promozione dell'enoturismo, non  sarebbero più efficaci se si permettesse ai viticoltori di intrattenere relazioni commerciali con i turisti anche a distanza?"
Di fatto, dico io, è inutile ed anche irritante che istituzioni e politici ed esperti continuino a blaterare di disintermediazione delle vendite di vino e di rilancio dell'imprenditoria agricola se poi le normative europee hanno un'impostazione di stampo tra medievale. "Nel settore vino - dice la Fivi - la vendita diretta rappresenta una percentuale considerevole del totale degli scambi commerciali. In Italia, ad esempio, ben oltre il 30% dei consumatori preferisce acquistare direttamente dai produttori. Le piccole realtà produttive rappresentano spesso un'attrattiva turistica e lo sviluppo del settore enoturistico può rappresentare una soluzione alla crisi attuale per diverse realtà. Quando però un privato vuole acquistare a distanza piccole quantità di vino, da un produttore di un altro stato membro, deve passare attraverso un rappresentante fiscale che paghi le accise e il prezzo della bottiglia aumenta. Queste barriere, di fatto, impediscono alle piccole e medie imprese di beneficiare del mercato comune e colpiscono al tempo stesso il consumatore". Esatto, le cose stanno proprio così. È ora che si cambi registro, decisamente.
[Angelo Peretti]
Quando leggete Berry Bros & Rudd pensate a un colosso. Intendo, un colosso del mercato internazionale del vino e dei superalcolici. Si definiscono wine & spirit merchants. Lo fanno da secoli, addirittura dalla metà del Seicento. A Londra. Sul loro sito incominciamo a presentarsi così: "Being a good wine merchant is about providing the best quality possible at all levels, be that hidden gems or grand châteaux", e cioè affermano che essere un buon commerciante di vino significa rifornirsi della miglior qualità possibile a ogni livello, dai gioiellini nascosti ai grandi châteaux. Hanno un catalogo enorme, trattano qualcosa come quattromila etichette. Ed hanno uno dei miei gin preferiti. Il N° 3 London Dry Gin. Il numero è quello della sede dell'azienda, in St. James Street, a Londra: sono lì dal 1698.
Per fare il gin usano ginepro italiano, arance spagnole e bucce di pompelmo e poi anche radici di angelica, coriandolo del Marocco e cardamomo.
Gli agrumi emergono, affasciananti, eleganti, avvincenti, e sono la nota aromatica che prevale. E c'è il ginepro, ovvio. Eppoi anche qualcosa di alpestre, direi di pino mugo, rinfrescante al pari della vena agrumata. E le spezie, sottili, intriganti. E i fiori, la lavanda provenzale.
Il sorso è lungo, convincente, appagante. A me piace liscio, ma ammetto anche che meglio di questo per fare il gin tonic non ne ho mai trovati.
Potete comprarlo tra i 45 e i 50 euro in bottiglia da 0,70. Fa 46 gradi di alcol.
N° 3 London Dry Gin Berry Bros & Rudd
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
[Angelo Peretti]
Mi veniva da sorridere, la settimana scorsa, quando scrivevo che tutt'e tre le nomination dell'Oscar del Vino nella categoria del miglior bianco italiano riguardano vini fatti, in toto o in parte con l'uve dello chardonnay. Mi veniva da sorridere mica per le nomination, che rispetto - ci mancherebbe -, ma perché m'è tornato alla mente un siparietto d'un paio d'anni fa.
Ero a un convegno - uno dei tanti - e si discuteva di vini con le bollicine (non dico spumanti, ché sennò Franco Ziliani s'arrabbia) e soprattutto di bolle che nascono da vini fatti col pinot nero. Ed a quel punto un tale in sala, d'accento squisitamente romagnolo, è sbottato lì dicendo che è una balla che col pinot nero si facciano grandi bolle, perché "anche i francesi il sampàn lo fanno con il siardonè".
Orca miseria, non riesco a togliermela dalla testa quella battuta col sampàn fatto col siardonè.
Pensare che a me piacciono soprattutto gli Champagne fatti col pinot meunier.
[Angelo Peretti]
Qualche settimana fa, Michele Malavasi segnalava su questo InternetGourmet alcuni "ristoranti per enofili", luoghi cioè in cui chi ha la passione del vino si trova bene, perché vi figura una bella proposta di etichette, magari anche al di fuori degli schemi. Bene, riprendo la questione per dire di un locale di Roma, ma fuori dal centro, in cui gli enofili si troveranno molto, ma molto bene: lo garantisco. È la trattoria-pizzera da Cesare, al Casaletto, in zona Monteverde Nuovo. Ha la chiocciola di Osterie d'Italia di Slow Food e se la merita.
La cucina offre piatti di tradizione (ad esempio la coda alla vaccinara o il cacio e pepe o la trippa) insieme con reinterpretazioni di sostanza (i tagliolini con il baccalà e il basilico, giusto per dirne uno). Le pizze non le ho provate. Ma quel che colpisce è la carta dei vini. O meglio, non colpisce la carta in sé, ché è stampata su fogli A4 al computer, e dunque non brilla per raffinatezza, ma stupisce in positivo - e che positivo! - l'elenco delle bottiglie, davvero molto, molto avvincente. Con tanta attenzione anche ai vini bio, quelli buoni. Se poi ci si mette che i prezzi hanno ricarichi onesti, be', vale la pena ordinarne più d'una di bocce. In più, sappiate che Leonardo, il padrone di casa, ha sempre una serie di altre bottiglie fuori lista da proporre, e vale la pena lasciarsi consigliare, magari dicendogli in quale fascia di prezzo volete collocarvi.
Quanto si spende? Per mangiare, diciamo sui 30 euro. Per bere, con 15-18 euro si prendono già bottiglie di tutto rispetto e di bella, gran bella soddisfazione.
Applausi.
Da Cesare - Via del Casaletto, 45 - Roma - tel. 06 536015
[Angelo Peretti]
Eh, sì sì, lo so che non aspettate altro che l'occasione per potervene bere una bottiglia. Di che? Ma del Miraval, il nuovissimo rosé firmato da Angelina Jolie e Brad Pitt e prodotto nella loro tenuta francese, anzi, provenzale. Ne ho parlato qualche tempo fa dicendo che - per la miseria! - non m'ero mica accorto che bisognava prenotarlo on line, e mi lamentavo che chissà come e chissà quando avrei potuto tastarlo: del resto, del loro Miraval - fatto dai Perrin, che di vino se n'intendono parecchio - ne avevano rese disponibili su internet solo seimila bottiglie, andate esaurite in un battibaleno. Ma adesso...
Adesso eccomi qui a condividere coi miei lettori la dritta giusta. Ho ricevuto la newsletter di un sito austriaco che vende vino on line, e cosa ci ho visto? Ci ho visto che il Miraval loro da maggio lo mettono in listino. Ed anzi, fra chi se lo comprerà verranno estratti anche cinque fortunati vincitori del dvd del film Mr. & Mrs. Smith, che vede protagonisti i due divi holywoodiani convertiti in vigneron. Il sito è Wein & Co (ed è un bel riferimento per comprare vini dell'Austria, credetemi) e il prezzo a bottiglia è di 18,49 euro la bottiglia, che scende a 16,64 se si prende una cassa da dodici. Sappiatelo. Ed ora che lo sapete, ponetevi una domanda esistenziale: come si fa a lasciarselo scappare? Io mi sa che me lo compro, sissì.



[Angelo Peretti]
La scorsa settimana ho detto dei vini "naturali" di Denavolo e di come li ho potuti potuti tastare a un evento di vignaioli "naturalisti". Ci torno per dire che al tavolino dell'azienda ci ho trovato anche un loro ospite, e ritengo amico, ossia Andrea Cervini, che aveva in assaggio, più o meno "abusivamente", il suo vino, altrettanto "naturale", altrettanto "orange", altrettanto "macerativo", altrettanto fatto con la malvasia di Candia più pochissima marsanne. Orbene, il vino in questione si chiama Vino del Poggio, e ho cercato qui e là su internet, ma ho rintracciato una sua sola citazione su un blog forestiero: possibile non abbia ancora fatto parlare di sé? Mah, forse non ho cercato bene con Google, chissà.
Comunque, il vino di macerazione ne fa ben sei mesi, se non ho capito male. Il colore è proprio arancio. Il naso è quello "terribile" - per riduzione - dei "naturali" che meno mi piacciono. Però... Però al palato il vino è niente male: ricorda il brandy, lo Sherry, o meglio, il cherry, il liquore di ciliegie, o anche le ciliegie sotto spirito che facevano una volta le nonne e mangiavi a Natale e Pasqua e feste comandate. Ancora: fichi essiccati, ma senza la parte dolce. Eppoi frutta secca. Un che di fumé. Bella rotondità. E lunghezza.
Vorrei riprovarlo decantandolo per tempo, per sentire come si apre - se si apre - olfattivamente.
Bizzarro. Potrebbe valere la pena seguirlo. Se mi ricapita...
Vino del Poggio 2010 Andrea Cervini
Due lieti faccini :-) :-)
[Angelo Peretti]
Un paio di settimane fa, Davide Paolini mi ha nuovamente concesso l'onore di essere ospite del suo Il Gastronauta, su Radio 24. Si discorreva, tra l'altro, di temperature di servizio del vino e del fatto che non è mica reato bere vini rossi presi dal secchiello del ghiaccio (rossi con pochi tannini, intendo) o bianchi a temperature più alte del consueto (bianchi magari macerati, per fare un esempio). Ma a questo punto, qual è la regola canonica per servire il vino?
Riflettendo sulla faccenda, mi è venuto da pensare che una regoletta di massima ci può essere. Ed è questa: più il vino è giovane - e non importa se sia bianco, rosso o rosato - e più lo si può servire fresco, mentre più il vino è invecchiato - e ancora non importa il colore - e più la temperatura di servizio s'ha da alzare, senza tuttavia che s'arrivi a servirlo come fosse del tè.
Prendiamo qualche caso.
Un Amarone della Valpolicella. Se è giovane giovane, e dunque col frutto dolce e quasi in confettura, a 18 gradi è di già inaffrontabile: occorre portarlo in tavola almeno (almeno) un paio di gradi più fresco, ché altrimenti l'alcol ucciderebbe l'assaggio. Se invece ha otto-dieci (o più) annetti sulle spalle, e dunque ha di già evoluto il quadro aromatico verso le note terziarie, be', troppo fresco non va bene, e la "temperatura ambiente" è risolutiva.
Un rosé provenzale: che so, un Tavel. Giovane giovane lo si può e lo si deve mettere nel bicchiere bello fresco, ma quando si sia affinato in bottiglie quattro o cinque anni, be', a meno di 16 gradi non lo servirei, ché sennò si perderebbero tutte le intriganti spezie che nel frattempo si sono formate.
Un Riesling germanico kabinett del Reno. Giovanissimo, sta bene bello fresco, ché ha quei residui di zuccheri da domare. Ma quand'abbia maturato i suoi venti o trent'anni, e si sia dunque radicalmente evoluto, freddo non lo si può mica versare di certo.
E via discorrendo.
Fresco col vin giovane, un po' più caldo col vin vecchio: potrebbe essere una sorta di regola generale, una direttiva quadro da usare con criterio.