18 marzo 2010

19 marzo: congresso e conferenza con Slow Food del Garda Veronese a Bardolino

È convocato per venerdì 19 marzo, alle ore 19, presso il ristorante Il Giardino delle Esperidi, il congresso delle condotte Slow Food del Garda Veronese e della Terra dei Forti, in preparazione al Congresso nazionale: i soci sono invitati a partecipare.
Sempre venerdì 19 marzo, ale ore 20.45, sempre a Bardolino, presso la sala civica dell'ex chiesa della Disciplina, Slow Food si presenta nell'ambito della rassegna Pensoverde organizzata dal circolo di Legambiente Amici del Garda in collaborazione con l’associazione Amici del Territorio di Bardolino.
Intervengono Angelo Peretti, fiduciario di Slow Food per il Garda veronese, e Marco Brogiotti, governatore di Slow Food del Veneto: al centro dell'incontro la filosofia del “buono, pulito e giusto”, alla ricerca del gusto e della biodiversità.

Etichette e terroir

Angelo Peretti
Conversavo - on line - un paio di sere fa con Pasquale Brillante, delegato dell'Associazione italiana sommelier per l'area dei Comuni vesuviani. Parlavamo di etichette. Ché nel settore Pasquale ha lanciato di recente una bell'idea (e di bell'idee ne mette in campo spesse volte). L'idea è un concorso, che ha chiamato "etichetta brillante". Si è svolto di recente presso l'antico pastificio Afeltra, mito della pasta di Gragnano.
Gli dicevo che, sì, ultimamente di bell'etichette se ne vedono in giro parecchie. L'arte del packaging si è evoluta assai. E gli studi grafici realizzano piccoli, talvolta. Che però spesso sono senz'anima. Come diceva Cocciante, bella senz'anima è, molte volte, l'etichetta d'oggidì.
Personalmente, credo che un'etichetta dovrebbe raccontare, se può, se ci riesce, il vino e il suo terroir, inteso come assieme di uva, terra, clima, persone, comunità, culture. Il vino e la terra e il produttore, insomma: ecco gl'ingredienti. Che si possono modulare a piacimento, d'accordo. E mica mettendoli assieme tutti. Ma questo vorrei interpretare nel disegno di un'etichetta. E vorrei interpretarlo intuitivamente, senza dover leggere il libretto delle istruzioni. Sennò a che serve?
Certo, un bel vestitino è meglio di certa paccottiglia, e dunque un'etichetta ben composta graficamente veste una bottiglia meglio di cert'ignobili biglietti stampigliati che non ti fan venir voglia d'assaggiarlo neppure quel vino. Epperò è un'occasione perduta, se si guarda solo alla forma e non alla sostanza.
Capisco le esigenze di chi è distribuito nella gdo, e dunque ha bisogno di colore ed originalità per far vedere il proprio prodotto sullo scaffale, e portar lì la mano di chi passa col carrello. Ma la piccola azienda? Chi glielo fa fare di metter sopra al vetro un'algida forma geometrica colorata?
Un'occasione perduta, ripeto: ecco cos'è un'etichetta che non racconta, non parla. Un'etichetta che non cerca di narrare il pensiero, il sentimento, oppure il luogo, la tradizione. Il genius loci. Il terroir. E si finisce (finisco) sempre per parlare di questo benedetto terroir.

Champagne Extra Brut Rosé Saignée de Sorbée Vouette et Sorbée

Angelo Peretti
Oh, l'ineffabile bellezza del pinot noir. Ecco, chi ama il pinot nero con le bollicine, si segni questa bottiglia: se ne innamorerà, ci scommetto. O almeno, io me ne sono innamorato di questo Champagne di Vouette et Sorbée.
Sta scritto in etichetta: saignée. Che sta per salasso. Significa che si vinifica in rosso, normalmente, e poi di vino se ne toglie una parte, la si salassa dalla massa. I rosé si sanno o così, o con la vinificazione in rosa (con parziale contatto fra mosto e bucce) delle uve a bacca nera.
Questo è un salasso da uve di pinot nero, provenienti da campi condotti secondo il metodo biodinamico.
Il vino è d'un rosato carico, cerasuolo. Brillantissimo. Cristallino.
Al naso che sia pinot nero non ne hai il minimo dubbio: fragolina di bosco, fragola matura. E un che di speziato. Elegantissimo e avvincente. Giusto perché vedi la spuma nel bicchiere e le bolle che salgono come microscopiche perle, sennò diresti che quest'è proprio un rosso borgognone.
In bocca trovi conferma dell'indole del pinot nero. E la fragola sembra quasi quella delle gelatine di frutta. Ed è vino avvolgente. E c'è cremposità. Eppure anche bella struttura, e personalità in rilievo, e persistenza di tutto rispetto. E quel fruttino che si distende: che piacevolezza.
Un amore. Un po' costosetto: 46 euro più iva se l'acquistate on line.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

17 marzo 2010

Valpolicella Classico Superiore I Cantoni 2006 Novaia

Angelo Peretti
Anche nei giorni - che comprendo, ma che pure spero si stiano, come mi pare, estinguendo - dell'ubriacatura filo-parkeriana tutta marmellata e alcol e tannino, la vallata di Marano è rimasta la più identitaria nel mondo produttivo della Valpolicella.
In piena area classica, propone, quando davvero i vignaioli interpretano il terroir - e qui in genere lo fanno -, dei vini mai troppo carichi nel colore, mai troppo azzardati nell'alcol, mai troppo densi nel frutto. Insomma, confermo: vini di terroir, e non è mica poco.
Nella parte alta della valle c'è l'aziendina della famiglia Vaona. Si chiama Novaia. E Marcello Vaona è uno dei giovinotti che rappresentano la nuova generazione valpolicellista: parlateci, se volete conversare con uno entusiasta della sua terra.
Ora, dico che se cercate un Valpolicella Superiore che si faccia bere e che esprima la sua terra d'origine, questo I Cantoni - il nome è quello del vigneto - può fare al caso vostro. Ed è fatto, questo rosso valpolicellese della val di Marano, con quella tecnica dell'appassimento breve - in questo caso una trentina di giorni - che a mio avviso rappresenta un filone di notevole interesse, e che va approfondita ancora.
Il vino ha colore sì scuretto, ma non impenetrabile, ed anzi cristallino.
Profumi sì fruttati, ma per nulla marmellatosi, ed anzi ben - elegantemente - integrati dalla spezia e dal fiore essiccato.
Bocca sì vellutata e morbida, ma per nulla aggressiva, e l'alcolicità - coi suoi tredici gradi e mezzo - mi sembra molto ben integrata.
Insomma: sa stare bene in tavola, e se ne beve volentieri il secondo bicchiere.
Due lieti faccini :-) :-)

16 marzo 2010

Monte Ceriani: la garganega, la mineralità, la personalità

Angelo Peretti
Capiamoci: la garganega questi scherzi te li fa. Soprattutto se l'uva - quest'uva che ha fatto grande il Soave - viene da collina alta, da suoli difficili, e magari - magari! - se ne estrae tutto, anche l'anima. Lo scherzo te lo fa, ché ti sembra sempre di sentirci il legno, il rovere, il tino, e invece vedi poi che è tutt'acciaio.
Ecco, il Monte Ceriani è un Soave di quelli in cui l'anima malandrina della garganega ti può giocare scherzi di questo genere, ché ti vien da dire che è bianco che ha visto legno e invece è tutt'acciaio, e se non ti rassicurano che è proprio proprio soavese, magari ti vien perfino da pensare a qualche chardonnay borgognone o giù di lì.
Il Monte Ceriani è il Soave dei fratelli Castagnedi della Tenuta Sant'Antonio. Famosi per i rossi, ma sempre più attenti alla garganega bianchista. Ceriani è località in comune di Colognola ai Colli, duecento metri d'altezza, piante trentenni, coltivate a pergola. Leggo che si vinifica in acciaio, ovviamente a temperatura controllata, e si fa pressatura soffice e si lavora in riduzione, saturando coll'azoto, e si fa batonnage sempre nell'inox fino ad aprile con dei miscelatori fatti apposta. Insomma: si cava fuori tutto quel che si può cavare dalle fecce, quelle che s'usan definire fini.
Che se ne trae? Se ne ricava un bianco che è uno schiaffo in faccia a quelli che non credono che esista il concetto di mineralità del vino. E come te li spieghi, allora, quei sentori di grafite (mai usata una matita?), di selce (mai provato a picchiarla col martello?), insomma, quei toni che non sono né frutto, né vegetalità, né animalità? E dunque vien da doire che sono mineralità di terroir.
Ecco: se cercate bianchi minerali, provate il Soave Monte Ceriani. Vino mica di quelli facili e piacioni, nossignori. Bianco che t'impegna e ti sfida.
Ora, di questo bianco dei Castagnedi ne ho potute stappare, una in fila all'altra, le ultime tre annate uscite sul mercato: il 2008, il 2007 e il 2006. Trovandole l'un l'altra in sintonia. E sempre con quei mineralismi che ne marcano il passo. Coll'ultima annata che prende il volo.
Adesso dico comunque un po' meglio com'è andata.
Soave Monte Ceriani 2006 Tenuta Sant'Antonio
Ci vuol tempo e pazienza perché nel bicchiere la florealità si faccia spazio dietro e dentro a quelle memorie minerali così intense. E c'è nota di fieno, e di frutto giallo. In bocca è assieme polpa e anche freschezza quasi salina. E c'è considerevole lunghezza materica. Con quel frutto che rotola, sospinto dall'acidità. E un assieme che evoca il burro. Vino di sostanza, di carattere, ma anche d'eleganza.
Due lieti faccini :-) :-)
Soave Monte Ceriani 2007 Tenuta Sant'Antonio
L'impronta minerale predomina all'olfatto, costante. Ci avverti, sotto, il fiore giallo, che ancora deve farsi largo. In bocca, la freschezza è vibrante, scattante, a tratti quasi tagliente. Il frutto è denso. Tropicaleggiante: papaja, mango, ananasso. La polpa fruttata è persistente, lunghissima, quasi masticabile. Anche qui è dunque sostanza, ricca.
Due lieti faccini :-) :-)
Soave Monte Ceriani 2008 Tenuta Sant'Antonio
Direi ch'è l'annata più completa, e anche quella dove la garganega si fa più riconoscibile. Inconfondibile all'olfatto con quel suo fruttato così netto. Con quel frutto giallo stramaturo - intendo - e quasi macerato. E il fiore essiccato. E il minerale, consueto, che vi s'interseca. La bocca è esplosiva di frutti e di freschezza. C'è la polpa usuale e la lunghezza.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

15 marzo 2010

Xenium Brut Rosé Metodo Classico Domini Dauni

Angelo Peretti
Ordunque. So che non si dovrebbe mai cominciare con un "ordunque" o con un "quindi", ma qui mi viene così. Ordunque: se mi avessero detto che avrei apprezzato e conseguentemente ed indirettamente - per quel che conta - approvato l'idea di piantar pinot nero in Puglia per farci dello spumante, be', chi me l'avesse detto l'avrei preso per un contaballe. E invece eccomi qui a scrivere che ho bevuto una bolla rosé fatta in terra d'Apulia con l'uva borgognona e che mi è piaciuta. Vedi tu, è proprio vero: mai dire mai.
L'azienda intanto: si chiama Domini Dauni ed è a San Severo, nel Foggiano. Non ve ne so dir molto, se non che ne ho virtualmente incontrato il titolare e un collaboratore su Facebook, che è una piazza appunto virtuale, on line, sulla quale mi piace ogni tanto andare a girovagare per far quattro chiacchiere. Si parlava della questione del vinino e del mio Elogio dei vini da bere, e mi si diceva della loro riscoperta del bombino. E mi han proposto d'inviarmi una campionatura, della quale ha fatto parte anche questo rosé metodo classico fatto, appunto, col pinot noir.
Ordunque (ripeto): 'sto rosé pugliese m'è piaciuto.
Vinificato in acciaio, sta poi sui lieviti per i classici due anni. La mia bottiglia aveva sboccatura del dicembre 2009.
Nel bicchiere ha un colorino lievissimo di buccia di cipolla: più che d'un italico rosato ha la tonalità di certi Champagne che non sai mai bene se siano davvero rosé o se per caso abbiano confuso l'etichetta.
Al naso sottili ma eleganti profumi floreali.
In bocca è proprio crema. La bollicina è minuta, soffice. C'è fragranza. E morbidezza. E ancora florealità delicata e fruttino minuto (fragolina, melagrana, ribes) e mela croccante.
Ne bevi un bicchiere ed un altro ed un altro. Una bella scoperta.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-) :-)

14 marzo 2010

Ma Isi che farà? Il Caval chiude, ma...

Angelo Peretti
Sapendo che son dello stesso comune e che gli sono amico, sono in tanti a domandarmelo: "Ma Isi che farà?"
Isi è Isidoro Consolini, chef e patron del ristorante Al Caval, il secondo locale della sponda veronese del lago di Garda - a Torri del Benaco - ad aver ottenuto la stella Michelin. O meglio, era. Perché il Caval ha chiuso e non riapre più. Già, è proprio l'ora delle chiusure dei ristoranti stellati. Un po' ovunque. E il "mio" lago non fa eccezione, insomma.
La notizia dello stop al Caval s'è diffusa in fretta, ma sempre con commenti a mezza voce, ché non si riusciva a capire se fosse vera o se si trattasse di una bufala. Dico: è vera.
E dunque Isi che farà?
Isi sta lavorando ad un nuovo progetto. Al momento non posso dire di più: lui mi ha confidato cos'ha in mente, ma non m'ha detto di renderlo pubblico. Dico solo che il Caval ha chiuso e al suo posto riaprirà un nuovo locale, basato su una nuova filosofia in termini di offerta, di proposta, di servizio. Dico filosofia, più che tecnica.
In questi giorni se passate di lì potreste trovarlo, Isi, che fa l'imbianchino, il carpentiere, il falegname. Non lo vedevo così preso da tempo. Eppure in cucina non ci sarà lui, ma Stefano, il suo ex vice. Lui andrà a ritemprarsi altrove. Ma dietro le quinte ci sarà comunque la sua conduzione. Appena possibile sarò più completo.
Intanto, in bocca al lupo.

13 marzo 2010

Le vecchia legge 164 è andata in soffitta

Angelo Peretti
Ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo che riforma la vecchia legge 164 del 1992, quella che disciplinava il mondo del vino in Italia. “L’approvazione del nuovo decreto legislativo per la tutela delle DO e IG dei vini, rinnova il quadro normativo del settore vitivinicolo dopo ben 18 anni", dice il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Luca Zaia.
Bene che l'approvazione sia arrivata prima delle elezioni regionali, ché c'era il rischio che, diventando Zaia il nuovo governatore del Veneto, il suo successore dovessere ricominciare tutto daccapo. La nuova ocm europea del vino ha preso avvio il primo di agosto dello scorso anno, e la modifica della 164 sarebbe stata addirittura necessaria da subito, ma alla fin fine sinora il comparto ha resistito, e adesso ha finalmente una rinnovata regolamentazione. Ma sarà vera gloria? Per trarre un giudizio, aspetto di poter leggere il decreto nella sua completezza.
Intanto, mi limito a riprenderne "i principali contenuti" così come riportati dal sito internet del Ministero: "l’introduzione di strumenti di semplificazione amministrativa per gli svariati adempimenti procedurali a carico dei produttori vitivinicoli; la promozione di un elevato livello qualitativo e di riconoscibilità dei vini a denominazione di origine e a indicazione geografica; la trasparenza e la tutela dei consumatori e delle imprese rispetto ai fenomeni di contraffazione, usurpazione e imitazione; la ridefinizione del ruolo del Comitato nazionale per la tutela e la valorizzazione delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche tipiche dei vini; la revisione del sistema dei controlli e del sistema sanzionatorio, sulla base di criteri di efficacia ed effettiva applicabilità".
I contenuti, così come sono espressi nel succinto comunicato ministeriale, dicono poco: ripeto, è meglio aspettare il testo completo.

Viticoltura: è ora di tornare indietro

Angelo Peretti
Se l’ho capita bene, la parola da ricordare è acrotonia. Si tratta di quell’atteggiamento fisiologico per il quale una pianta tende a privilegiare, nello sviluppo, le sue parti apicali, quelle estreme, più in alto. Succede con le liane. E con le vigne, che sono liane, appunto, e ne hanno l’indole. Voi lasciatela andare, la vigna, e quella s’allunga verso l’alto finché può, finché trova qualcosa a cui abbarbicarsi.
Ecco, il problema è questo: ci siamo dimenticati che le vigne vengono dal bosco, sono liane rampicanti, addomesticate fin che si vuole, ma intimamente sempre selvagge. Le abbiamo volute costringere in spazi ristretti, convinti che piantarne tante e tante, strette l’una all’altra, allineate lungo dei fil di ferro, ci fornisse uve, e conseguentemente vini, di maggior qualità. Applicando il modello bordolese a suoli e climi e culture che con la terra bordolese nulla hanno a che vedere. E così oggi, dopo un ventennio e più di filari e filari, ci troviamo con dei vini che sembrano sempre più delle marmellate alcoliche e con delle vigne che muoiono dopo quindici anni, che disseccano, che vengono attaccate dal mal dell’esca. E si cerca di fare retromarcia.
Della faccenda, che è serissima e sta creando problemi notevoli ai viticoltori di mezz’Italia e più, si è discusso ieri in un convegno di notevole valore presso la sede della Bellavista, griffe di Franciacorta, ad Erbusco. Titolo: “Riflessione sul deperimento precoce dei vigneti italiani”. Relatori, il professor Attilio Scienza dell'università di Milano, eppoi Marco Simonit di “Preparatori d’uva”, Laura Mugnai dell’università di Firenze, il vivaista Peter Gutmann e l’agronomo di casa Fabio Sorgiacomo. In sala, un paio di centinaia di produttori provenienti da mezzo nord Italia. Attentissimi. E ne valeva la pena, di stare attenti.
La questione, se dico esattamente cercando di semplificare al massimo, è sostanzialmente questa: a forza di potare e potare per far stare la vite dentro alle innaturali dimensioni del filare, della spalliera, se ne induce una progressiva e per certi versi rapida morte, di fatto occludendo quelle “tubazioni” naturali che portano vita ai tralci e all’uva. Invece la vigna ha bisogno di svilupparsi, perché tende a scappare, geneticamente memore della sue origini. È la violenza della potatura che costituisce il fattore scatenante dei crescenti fenomeni di essiccamento che si notano nei vigneti. Occorre allora rivedere drasticamente i sistemi di potatura, perché questa sua naturale vocazione non venga soffocata e dunque non se n’abbiano danni irreversibili. Così potremo tornare ad avere vigne che resistono quaranta, cinquant’anni, e costituiscono un patrimonio autentico per una cantina.
Insomma: ci siamo sbagliati tutti, e bisogna far dietrofront. In maniera intelligente, ma bisogna tornare indietro. E rivalutare il valore della potatura: se si taglia correttamente, la vite ha vita lunga, altrimenti muore in fretta. I vecchi l’avevano capito, avevano intuito la “psicologia” della vita e l’assecondavano. Con domesticazioni, chessò, ad alberello, a pergola. Invece nell’ultima ventina d’anni ha prevalso il razionalismo produttivo. Abbiamo pensato un po’ tutti che la qualità si avesse aumentando il numero di ceppi per ettaro. La natura, come sempre accade quando si cerca di sovvertirne le regole, s’è ribellata.
Ecco, son questi i discorsi che mi piacciono, son questi i temi della “naturalità” che privilegio. Non m’importa granché dei tanti discorsi sui vini più o meno “naturali”. La naturalità è in vigna. Ridando equilibrio a quell’essere vivente che è la vite. Che ci ripagherà. Con l’uva migliore possibile.
Che dire ancora, se non ringraziare Vittorio Moretti e lo staff di Bellavista che le riflessioni (e le sperimentazioni) in materia – molto più profonde e tecniche di quel che ho cercato di raccontare in queste righe – le ha messe a disposizione di tanti produttori? "Abbiamo voluto creare insieme una giornata di approfondimento e riflessione su questo tema - dice il direttore di Bellavista, Mattia Vezzola, enologo dalla profonda vocazione agronomica - che possa unire le esperienze di molti produttori e di molte aziende agricole italiane per meglio comprendere il futuro dei nostri vigneti". Bravi.

12 marzo 2010

Avanti, Savoia! Evviva il Lugana del Lombardo-Veneto

Angelo Peretti
Ehilà, leghisti fautori della secessione, ehi voi, nostalgici dell'Italia ante unificazione: c'è chi vi supera e vi lascia al palo, adesso. Il governatore (e candidato Pd) del Piemonte, Mercedes Bresso, ha tirato fuori un'idea che qui, sul "mio" lago di Garda, permetterebbe di rinverdire i tempi del Lombardo-Veneto, ed è curioso che la cosa abbia origine nella capitale dei Savoia.
Orbene, che ha detto la Bresso? Che bisognerebbe - lo scrive La Prima di WineNews - "riunire sotto il nome Piemonte tutte le doc e docg della Regione, per avere più forza sul mercato e far conoscere il territorio all’estero".
Evviva evviva: se l'idea dovesse avere altro seguito nel mondo della politica potremmo dunque avere un Piemonte Barbaresco un Toscana Brunello di Montalcino, un Marche Verdicchio dei Castelli di Jesi, un Campania Fiano di Avellino e...
E qui sul Garda un Lombardo-Veneto Lugana, visto che la doc luganista è un po' di qui e un po' di là dal confine. Avanti, Savoia!

11 marzo 2010

Quel buon Teatro di Claudio non ancora scoperto dalle guide

Angelo Peretti
Giuro: è un mistero. Non riesco a capire come, dopo un paio d'anni d'attività, le guide gastronomiche - quelle che recensiscono i ristoranti - non abbiano ancora scoperto l'Hostaria del Teatro, in un vicoletto del centro storico di Castiglione delle Stiviere, provincia mantovana, ma di fatto una sorta di enclave del Garda sui colli virgiliani: da Desenzano ci metti un quarto d'ora appena.
Eppure Claudio Truzzi, lo chef e patron del posto, omone grand'e grosso, è proprio bravo. Ecco, magari avrà - così mi dicono - un suo caratterino, ma cuochi col caratterino ne ho conosciuto tanti e poi tanti. Magari dovrà anche fare una più precisa scelta di campo fra territorio ed extra-autoctono. Ma garantisco: è proprio bravo. E il locale è carino, con i tavoli - pochi - ben distanziati, e quella sua strana forma allungata e le travi e la cucina a vista. Insomma: ci si sta bene.
Che poi in ogni caso quel che ti colpisce di più è la cucina. Ben fatta, di sostanza senza rinunciare a esser creativa.
Prendiamo uno dei "classici" (lo posso definir così?) di Claudio: il tonnato inverso. Niente salsette assurde, sia chiaro, niente destrutturazioni. Semplicemente un vitello tonnato rovesciato nelle materie prime: un trancio di tonno (una scaloppa dice lui) con salsa di vitello. Notevole.
La mantovanità l'ho poi trovata interpretata con misurata fantasia in una soffice frittatina coi saltarèi, i gamberetti di fosso. Eppoi in un cremoso, avvincente risotto di zucca con la scorza di limoni di Gargnano e gamberi cotti al vapore, il tutto irrorato con un filo di buon extravergine. E ancora in qualche modo si rifà ai riti culinari dell'area anche quel sapido piatto di bigoli con le alici e la scarola in agrodolce, che non sai se definirlo rustico e maschio od elegante e intrigante, e magari è tutto questo assieme.
Ecco: questa credo sia la prospettiva migliore della cucina di Claudio, quella su cui ritengo possa e debba articolarsi un intelligente percorso personale.
Poi ci son le sue passioni, come le capesante proposte in più maniere, piacevoli, ma che francamente col posto poco ci azzeccano. Vabbé
Chiudo dicendo della carta dei vini: be', se volete sbizzarrirvi con qualcosa di sfiziosetto, ce lo trovate, e senza svenarvi. Sappiate che lui, Claudio, ama in particolare gli chardonnay che vengon di Borgogna, ma senza esagerare.
Oh, dico: se vi capita di vederla in menù, la mela renetta cotta nel burro di malga e profumata al Calvados, be', prendetela come dessert: se ci capito di nuovo, faccio il bis.
Il prezzo? Contenuto: non c'è il rischio di farsi spennare. Affrettatevi, prima che il posto lo scoprano le guide.

Blogger & Vinitaly: Santa Margherita ne fa entrare trenta

Angelo Peretti
Chi possiede la tessera dell'Ordine dei giornalisti difficoltà ad entrare a Vinitaly non ne trova: magari un po' di coda all'ufficio accrediti, ma niente di che. Però per chi invece scrive di vino come blogger, senza tessera da pubblicista o da professionista, be', le cose si complicano.
Allora per i blogger senza tessera riprendo qui una cosa che ho trovato sul sito internet di Santa Margherita: la celebre azienda vinicola dice di essere "convinta che gli autori di blog che nutrono una vera passione per il vino e per l’eno-gastronomia in generale siano uno dei punti di riferimento dell’informazione e della cultura del settore". E dunque "mette a disposizione dei blogger italiani del food&wine 30 accrediti per l’edizione 2010 di Vinitaly".
Come fare? Ecco le istruzioni per l'uso: "I primi 30 blogger che invieranno una email indicando il proprio blog all’indirizzo a.ugolini@santamargherita.com, riceveranno l’accredito per accedere all’evento più importante dell’enologia italiana. Il requisito richiesto è avere un blog che parla di vino e/o cibo, attivo da almeno sei mesi e aggiornato con frequenza mediamente settimanale".

10 marzo 2010

Elogio del vinino: è sul Corriere Vicentino

Angelo Peretti
Era da un po' che non ne parlavo più del mio Elogio del vinino, ossia del Manifesto per la piacevolezza dei vini da bere. Adesso ci torno con questo post che ha un titolo che sembra una rima. Perché Mauro Pasquali, che scrive anche su quest'InternetGourmet, l'ha ripreso, l'Elogio, sul Corriere Vicentino.
Dice Mauro: "Angelo Peretti è un amico oltre che collega e fine conoscitore di vini e oli. A lui il merito, per primo, di aver infranto un tabù: basta con i vinoni muscolosi e concentrati che più che berli, si degustano. A lui il merito di aver redatto il Manifesto del Vinino che sottoscriviamo". E segue, appunto, il testo dell'Elogio.
Ora, ringrazio Mauro, ovviamente, e m'autogratifico con le sue parole.
Dico di più: sta per venir fuori qualcosa d'interessante, a proposito del vinino. Di più non posso dire, per ora. Dico solo che se passerete dalle parti del Vinitaly...

09 marzo 2010

Ma per la cucina la parola d'ordine è "rassicurare"

Angelo Peretti
Che ci sia la crisi magari qualcuno si sforza per farci intendere che non è vero, e invece è vero sì. Ce n'accorgiamo tutti che ci tocca . chi più, chi meno - tirar la cinghia. E tra le categorie che se n'accorgono c'è anche quella de' ristoratori, che vedono i tavoli sempre meno affollati. Del resto, se non c'hai quattrini, la prima cosa che tagli è la cena fuori il fine settimana.
Orbene, è evidente che in un simil contesto la categoria ristorativa si trova un po' spaesata, e molti non sanno a che santo votarsi. E qualcheduno dei miei amici ristoratori s'è votato anche a me, che santo proprio non sono, limitandomi all'aver nome di Angelo.
Insomma, mi si domanda come avrebbe da essere una cucina che oggi sappia cogliere le attenzioni dei residui buongustai. Ovvio che formule magiche non ne ho, ché se le avessi magari farei il ristoratore anch'io. Però una mia idea la illustro. Ed è questa: la cucina d'oggi ha da essere in primis rassicurante.
Viviamo tutti nello stress che più stress non si può. Cosicché quando ci si siede finalmente al tavolo d'un ristorante lo stress lo si vorrebbe tagliar fuori. Ma cert'invenzioni di cucina degli ultimi anni sono invece ansiogene, con quei loro cerebralismi e tecnicismi schiumettosi e sifonati. Una cucina che non ti rilassa, che non ti mette a tuo agio. Magari buonissima, splendidamente tecnica e perfino saporitissima, ma che necessita di pensare, di meditare, di capire. E allora no, allora rinunci. Relax ci vuole, e rassicurazione.
Cosa intendo? Intendo che non è il momento dei cerebralismi, ma della solidità radicata nella tradizione, nei gusti di casa, nelle memorie affettive. E dunque è l'ora d'una cucina che sia, appunto, cucina. Leggera e di sostanza insieme, ben presentata ma senza vezzi artistoidi. Che non induca a pensrci troppo su. E mica vuol dire far cucina d'osteria, nossignori. Piuttosto, vuol dire ripescare nella classicità, nella tradizione vera - popolare o borghese che sia - e nel riproporla con la mediazione delle migliori tecniche d'oggidì.
Sia gloria a una grande e soavissima pasta e fagioli, a un vitello tonnato di grande materia, a un arrosto che doni fragranza e leggerezza. Giusto per dire. Rivisti e reinterpretati fin che si vuole. Ma riconoscibili. Senza destrutturazioni cervellotiche e schiumosi funambolismi. Con sostanza, invece.
Rassicurare in primis: che il vitello sappia di vitello, che il gambero sappia di gambero. Se vi par poco.

08 marzo 2010

Il futuro del vino? Nelle mani dei produttori

Angelo Peretti
Nei giorni scorsi sono entrato più volte in tema ocm vino. Traduco: ho scritto di quelle che sono le mie personali impressioni sulle novità - a mio sentire potenzialmente radicali - che la nuova legge quadro comunitaria sul vino - l'organizzazione comune di mercato - potrà apportare allo scenario produttivo vitivinicolo italiano, a cominciare da una possibile-probabile avanzata dei vini da tavola, fino alle criticità che potrebbero incontrare le doc che si basano sui cosiddetti vitigni internazionali.
Ora eccomi a fare un'affermazione che qualcheduno potrebbe giudicare anche ovvia, scontata, lapalissiana, ma che temo così non sia.
L'affermazione è questa: il futuro delle doc è nelle mani di produttori.
Mi si obietterà: e nelle mani di chi vuoi che fosse prima dell'ocm vino? Rispondo subito: nelle mani dei commercianti in primis e dei produttori poi, che non è la stessa cosa.
Il produttore è quello che fa prima di tutto uva, e poi che magari ci fa anche il vino, trasformando le uve dei propri vigneti o quelle dei conferitori (è il caso delle cantine sociali).
Il commerciante, l'industriale, è quello che compra vino già fatto e lo fa imbottigliare con la propria etichetta, oppure addirittura lo imbottiglia sotto la private label di qualche catena di supermercati.
I secondi, i commercianti, finché c'era la vecchia regolamentazione che in qualche maniera favoriva i vini doc - per la semplice ragione che sui vini da tavola non si potevano indicare i vitigni e soprattutto l'annata - le doc, magari a malincuore, le sostenevano, facendone appunto commercializzazione. Ora, con le nuove regole, chi glielo fa fare? Possono tranquillamente mettere l'annata sull'etichetta di un vino da tavola, e se questo è fatto con uva internazionali, possono anche indicare il vitigno. Che vuoi di più dalla vita quando la concorrenza la giochi tutta sui prezzi marginali?
Con un'eccezione: i commercianti vendono quel che si vende da sé, e dunque se una doc è "richiesta" dal mercato perché ha appeal, perché è attrattiva, allora continueranno a soddisfare la domanda, comprando e intermediando cisterne di vini doc. Se invece la doc non è di per sé attrattiva, e per venderla occorre investirci in comunicazione, pubblicità, marketing, allora taglieranno i costi, e l'abbandoneranno, scegliendo strade più convenienti.
Dunque, occorre che chi produce uve e vini doc - e dunque i vignaioli, i piccoli e medi produttori e le cantine sociali - facciano finalmente squadra e investano - come ho detto - in comunicazione, pubblicità, maketing. Altrimenti rischieranno che il vino gli resti in casa. E prima o poi saranno costretti a cambiar mestiere ed estirpar le vigne. Tanto il commerciante un cabernet o uno chardonnay a basso costo lo potrà trovare dove vuole.
Mi si dirà: ovvio. Nossignori, così ovvio non è, perché è faccenda che presuppone un salto culturale radicale da parte della cosiddetta filiera vitivinicola. E anche - se non soprattutto - da parte del mondo deu consorzi di tutela, che pure rischiano, se non si adattano rapidamente al cambiamento, di far la fine dei dinosauri: estinti. Ma cambiar la mentalità di una conunità, di una società, non è così facile. No, non lo è proprio. Eppure bisogna.
Photo: www.freefoto.com

07 marzo 2010

Wine Bar dei Frescobaldi - Fiumicino (Roma)

Angelo Peretti
Ebbene sì, quando, per tornare a Verona la sera, prendo l'Alitalia delle 21 e qualcosa all'aeroporto di Fumicino, mi fermo prima a mangiare un boccone al Wine Bar dei Frescobaldi. Dentro all'aeroporto, intendo. Di wine bar della celebre casa toscana ce ne sono un paio. Di solito preferisco quello installato nell'area B, un po' più appartato, e se ho tempo vado lì anche se dovessi avere il volo che parte dall'altra parte. E scelgo i tavolini verso il corridoio. Manie mie.
La preferenza è per la tartare di chianina, accompagnata da verdure fresche e sott'olio. Costa 18 euro - che non è pochissimo - ma ti risolve la cena prima del volo. A volte - non so come mai - la condiscono in maniera un po' piccante, ma preferisco quand'invece è proprio nature, come qualche sera fa: eccellente, appena tagliata. Mi si dice che la carne viene dalle tenute dei marchesi de' Frescobaldi pur'essa.
Quella stessa sera l'ho associata a un bicchiere di Nipozzano, il Chianti Rufina Riserva, che per me resta sempre un bel rosso toscano (e a 7 euro a bicchiere è un po' caruccio, accidenti).
Altra annotazione positiva per la crostata di visciole: un po' dolcina, ma una fetta ti tira su dopo una giornata romana.
Aggiungo; servizio rapido, cortese ed efficiente.
Poi, l'imbarco: arrivederci e grazie - good bye thank you, com'è scritto sullo scontrino.
Wine Bar dei Frescobaldi - Aeroporto Leonardo Da Vinci - Molo T1B - Fiumicino (Roma)

06 marzo 2010

Salento Bianco Finis 2008 Vetrère

Angelo Peretti
La prima cosa che devo dire è quella meno simpatica, e cioè che sarebbe ora che chi fa le etichette di un vino non pensasse solo all'estetica, ma che si facesse anche leggere, perché io qui appunto sull'etichetta leggo che il vino si chiama Finis, mentre sulle guide di settore mi dicono che è invece il Finis Terrae, e sul sito internet mi confondono ancora di più le idee, perché c'è una foto di una bottiglia con scritto sopra Finis Terrae, ma invece la scheda parla del Finis e basta. E se ci si decidesse a chiamarlo in una maniera sola? E comunque, io scrivo Finis come l'ho letto, e peraltro aggiungo - sempre letto - che è un igt del Salento, bianco.
Detto questo - che andava detto, opperbacco - dico (quante volte l'ho usato, fin qui, il verbo dire?) che se lo trovate, 'sto bianco salentino, be', provatelo, perché credo che - come me - non resterete delusi.
Fa tredici gradi virgola sei (indicato con giusta pignoleria in etichetta) eppure dell'alcol non te n'accorgi, ché c'è una freschezza gradevolissima.
Lo fanno con tre uve: chardonnay, verdèca e malvasia, eppure i toni dell'internazional borgognone chardonnay non li avverti (chi mi conosce sa che non li amo molto).
Al naso il frutto tropicaleggia.
In bocca è polposetto, vagamente aromatico, fruttatissimo (e ancora filo-tropicale, ma mai sopra le righe) e - appunto - molto fresco, e la freschezza dà slancio ad un assieme che tende al morbido.
Una buona scoperta.
Due lieti faccini :-) :-)

05 marzo 2010

La Meridiana - Saint-Pierre

Angelo Peretti
Ci sono stato quest'estate. Volevo scriverne. Poi purtroppo m'è passato di mente. Ritrovati gli appunti, eccomi qui a rimediare, perché per chi avesse voglia di fare una visita alla Valle d'Aosta, quest'alberghino di Saint-Pierre - pochi chilometri dopo Aosta - può essere un'interessante sosta.
La Meridiana - ovvero, alla francese, l'Hotel du Cadran Solaire - è proprio accanto alla strada, all'ultimo limite del comune di Saint-Pierre lungo la strada che conduce verso Courmayeur, uscita Aosta Ovest. Poche camere - una quindicina -, arredate con legni antichi, una diversa dall'altra. Sul tavolino, frutta fresca.
La colazione mattutina è nella saletta tutta legno e ninnoli, e c'è da bearsi d'un buffet valligiano di notevole fascino e abbondante scelta. Formaggi valdostani di piccoli produttori, salumi locali (un cartello indica la provenienza), miele della vallata, succhi di frutta della cooperativa del paese (mele, frutti di bosco), altri nettari della zona, confetture fatte in casa, castagne sciroppate, yogurt, pane saporito, uova, torte casalinghe, biscotti del forno, cereali. Era una tentazione, quel buffet.
Se avrete per le mani il depliant, badate che il ristorante dell'albergo è ancora indicato, ma invece non è più attivo.
La Meridiana - Château Feuillet, 17 - Saint-Pierre (Aosta) - tel. 0165 903626

04 marzo 2010

Olio Extravergine di Oliva Monovarietale Casaliva 2009 Valerio Giacomini

Angelo Peretti
So che fa olio. Ma chi sia Valerio Giacomini, perché faccia extravergine, quale storia abbia, se possieda tradizione ovvero se sia neofita, non ve lo so dire. So solo che è a Bogliaco, capitale velica della sponda bresciana del lago di Garda (ed è - questa - frazione di Gargnano). E so - per averlo provato - che ha fatto un bell'extravergine di sola varietà casaliva, l'oliva regina del benacense laco.
Di colore verde brillante di buona intensità, brillante, offre all'olfatto note abbastanza marcate di erbe di campo, eppoi tracce di pepe, di rafano e di broccolo, di rucola.
In bocca ha personalità piuttosto spiccata fin dal primo impatto. La piccantezza è vivace, netta, senza mediazione, pepatissima. Una bella freschezza erbacea dà slancio ad una pasta di non grandissimo impianto, ma di notevole carattere. La piccantezza prosegue a lungo, a tratti quasi buciante. Il finale è pressoché tannico. Ha ricordi di menta e di eucalipto. Emerge nel finale la frutta secca.
Magari gioca sulla potenza più che sull'eleganza, ma ha un carattere molto vivace.
Due lieti faccini :-) :-)

03 marzo 2010

Sfide di cantina, sfide di vigneto

Ho avuto, l'altra sera, una conversazione telematica su Facebook con una vignaiola, Carolina Luna Gatti, aziend'agricola Lorenzo Gatti, 5 ettari di vigna coltivata col sistema a bellussi, a raggera (vedi la foto) - agricoltura "naturale": letame, rame, zolfo - nella zona del Piave.
Carolina è attiva sul web: Fb, Vinix, il blog Rabosando. L'invitavo a esser - on line - più diretta, spontanea. A raccontare sé stessa, le sue giornate in vigna e in cantina. Perché è questo che nessun comunicatore saprà mai descrivere davvero d'un vignaiolo e del suo mestiere.
L'ho, insomma, sfidata.
Mi ha risposto con un post già in serata. Ed ecco, sì: è esattamente quel che vorrei leggere sul diario d'un vigneron. Mi ha dato il permesso di riprenderlo qui su InternetGourmet, quel suo post. Il testo è quello che segue: buona lettura.
Angelo Peretti

“Mi piace chi mi sfida.
Il mio vino mi sfida ogni vendemmia, ed io sfido lui.
A volte vinco io, altre volte vince lui. A volte facciamo pari.”
l'enologa.

Ho scritto questo ad un webnauta, persona che scrive di cibo e vino, che stimo per la semplicità con cui racconta del vino e del cibo, che mi ha “sfidato” a scrivere di più delle nostre fatiche.
Accetto la sfida e provo a scrivere qualcosa di “mio” e “nostro”.
L’altro giorno guardavo le bellussere e mi chiedevo che annata ci aspetterà: scrutavo il cielo, guardavo i fossi pieni d’acqua e guardavo i tralci: le gemme iniziano a gonfiarsi, sentono la primavera che arriva a dispetto di questo tempo che ci regala sole a singhiozzo.
Per terra qua e la spuntano le margherite, tra i tralci secchi che leveremo appena asciugherà un po’ il terreno.
Guardavo tutta questa meraviglia e chiedevo di avere un’annata come il 2008, l’annata perfetta per quello che riguarda la simbiosi di noi umani con loro viti: uve sane, polpose, profumate, che han dato dei signori vini. Nonostante la grandinata in fioritura.
Sarà così? Non lo so, ma vorrei tanto… Grandinata esclusa!
Lo vorrei per tutte le fatiche che facciamo ogni giorno, per i calli che ci fa la potatura in inverno, o l’uso del badile in estate, per le mani colorate di nero in vendemmia e le ore passate ad osservare le vasche che fermentano scrutando il momento ottimale per travasarle ed abbassare la temperatura del mosto che diventa vino.
Lo vorrei per tutte le carte che devo fare, che sia un’annata buona o meno buona, e per i relativi incazzamenti quando sbaglio a fare qualcosa.
Comunque sia, che sia un’annata come il 2008 o meno, sarà un successo! Perché come sempre ci metteremo tutta la passione e l’amore possibile, tutto il sudore ed i sorrisi che ci usciranno.
Detto questo, questa serata per me vignaiola/cantiniera si conclude con un buon sonno ristoratore, perché domani si pota!
Carolina Luna Gatti

02 marzo 2010

Ma che ci fa un ragazzino di dieci anni in discoteca?

Angelo Peretti
Tg1 Rai prima serata del primo marzo. Massimo ascolto. Passa un servizio da Rimini. Dice che al bar di una discoteca hanno scovato dei minorenni che bevevano alcolici. Fra di loro un ragazzino di dieci - dico: dieci! - anni.
Bene ha fatto la Squadra Mobile riminese a condurre il blitz: questo va fatto. E meno male che hanno parlato solo di alcol, genericamente: per una volta niente vino, ché in disco, be', di vino ne gira gran poco. Tutti beveroni alcolici, altroché. Ma una notizia del genere, c'è da starne certi, è di quelle destinate a incentivare la campagna proibizionista, e così alla fine chi sarò a rimetterci le penne? Ma chiaro: chi a cena beve un paio di bicchieri di vino con gli amici e diventerà così un mezzo delinquente.
Permettete che mi chieda invece se, avendo agenti disponibili, non sia meglio mandarne qualcheduno in più proprio nelle discoteche? Qui sì che si fa prevenzione, e se proprio si deve far repressione, allora la si faccia verso chi guadagna quattrini a palate infrangendo la legge e il buon senso, ché tutt'e due son violati se dai disinvoltamente da bere alcol a dei ragazzi, pur di far soldi.
E concedete anche che osservi che se c'era un ragazzino di dieci anni, quel benedetto ragazzino qualcuno l'avrà pur fatto entrare in quel locale. E certamente sarebbe gravissimo se - dico se - gli avessero anche fatto bere alcol, ma l'interrogativo è - prima di tutto - un altro: che ci fa un ragazzetto decenne in discoteca?
Altro che 0,50 di tasso alcolemico. Qui è questione di civiltà.

01 marzo 2010

Chicotot e l'eleganza del pinot noir borgognone

Angelo Peretti
Metti un pranzo a casa di Franz Haas. E dopo aver degustato otto annate di Schweizer (ne ho parlato di recente), metti che ti arrivino nel bicchiere altri cinque Pinot Noir di quelli canonici: roba borgognona, da Nuits-Saint-Georges. Cinque vini di Georges Chicotot (ma oggi vinifica la moglie Pascale). Da segnare nel calendario come data benigna e propizia.
A parlare degli Chicotot è Gianni Fabrizio, attuale curatore della guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, ma grand’innamorato della Borgogna, dove va in media quattro-cinque volte l’anno. I vini li ha presi lui direttamente in azienda. Ed è un’azienda sui generis, se la confrontiamo con i canoni italiani: sette ettari vitati in totale, da cui s’ottengono ben dodici diverse etichette per un totale di appena trentamila bottiglia. Le vigne hanno in media 65 anni (in media: là mica espiantano, ché si limitano a sostituire il ceppo che eventualmente non ce la faccia più). Vinificazione ipertradizionale: pensate, le uve, spesso non diraspate, si pigiano coi piedi, e – adesso cito pari pari le parole di Gianni – “dopo una naturale macerazione a freddo, la cui durata può variare da quattro giorni ad una settimana, si innesca lentamente (vasche di cemento non smaltate), senza alcuna aggiunta di lieviti selezionati, la fermentazione alcolica. Durante queste fase che, con i tempi di macerazione prefermentativa, può dilungarsi fino ad oltre tre settimane, vengono effettuate solo follature manuali. Il vino appena ottenuto viene subito posto in affinamento in barrique, solo in piccola parte nuove, dove resterà per un tempo variabile da 14 a 16 mesi. La fermentazione malolattica avviene naturalmente in legno, senza mai forzare i tempi. Quindi in certe annate fredde può anche svilupparsi l’estate successiva alla vendemmia. Durante tutto il periodo di permanenza in rovere, ogni barrique viene assaggiata una volta a settimana; eventuali travasi vengono fatti solo se necessari. Alla fine dell’affinamento, il vino viene imbottigliato senza chiarifiche né filtrazioni”.
Sembra il racconto d’una enologia antica. Invece è modernissima. E i vini sfoderano eleganza.
E adesso qualche riga sui vini tastati (pardon: bevuti). Le bottiglie son quelle della foto, che m’ha fornito Gianpaolo Giacobbo, e lo ringrazio.
Nuits-Saint-Georges Plantes au Baron 2007 Georges Chicotot
Un village, mica un crû. Un brillante, chiaro color porpora: ecco, questo è il Pinot Nero. Al naso un frutto affascinante e maturo: lampone, fragola, nitidi. In bocca è giovanissimo, col tannino un po' rugoso, e il frutto che sgomita per farsi avanti. Non è pronto da bere, ma ha eleganza da vendere.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Nuits-Saint-Georges Les Charmottes 2006 Georges Chicotot
Altro village. Colore e naso ricordano il precedente: indubbiamente Pinot Noir. Bella spezia, pepe. Pian piano, eccolo metter fuori un frutto maturo, seducente. C'è polpa, sostanza, eppure anche eleganza, beva, Il tannino è in rilievo, ancora rusticamente, ma il frutto è fascinoso. Lungo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Nuits-Saint-Georges Plates au Baron 2005 Georges Chicotot
Terzo village. Wow! Che fruttino che ci trovi all'olfatto! Lampone stramaturo, soprattutto. E una spezia dolce, avvolgente. In bocca è freschezza, snellezza, eleganza. Vino di carattere, con quel tannino che gratta. Eppure anche di piacevole, succosa beva. Sul fondo, tracce officinali.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Nuits-Saint-Georges 1er Cru Les Rues de Chaux 2001 Georges Chicotot
Un crû. Il colore resta, come negli altri, brillante e porporino. Ma al naso il frutto s'è integrato perfettamente con la spezia. In bocca ecco il velluto e il frutto maturo e il tannino che s’integra e freschezza. Essenziale, quasi austero, apparentemente esile, ma di grande piacevolezza. Un gioiello.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Nuits-Saint-Georges 1er Cru Les Vaucrains 1973 Georges Chicotot
Un crû trentaseienne, piccola annata e grande terroir. Al naso è straordinaria la memoria officinale, mentolata. Spezia. Un che di terroso. In bocca è di gran fascino. Il tannino ancora integro, una freschezza in bel rilievo, le erbe officinali che avvolgono, il frutto rotondo, maturo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

28 febbraio 2010

Barrique anticiccia

Angelo Peretti
Sia benedetta la barrique supertostata, in stile americaneggiante anni Novanta, che c'ha la sua ragion d'essere - dietetica - e leggete qui di seguito per capire.
Prendete me. Ultimamente ho fatto il birichino e sì, insomma, ho messo su un po' di ciccia in più, che dovrò smaltire a suon di jogging mattutino e astensioni dolciarie e alcoliche. Mica facile. Però stavolta ci son riuscito alla grande. E il segreto è nella tostatura della barrique.
La faccenda è questa: pranzo al ristorante. Carne cruda, primo alle verdure: come calorie ci siamo. Quel che ti frega, da queste parti, di solito è il vino. Solo che stavolta han portato in tavola - sono ospite - un bianco e un rosso extra-regione. Roba di due aziende di quelle pluripremiate dalle guide. Tutt'e due fatti col passaggio in barrique.
La tostatura-vanigliatura internazionaleggiante che t'esce fuori dal bicchiere, ecco, fa il miracolo: riesco a non berne neanche uno. Lasciati lì, maledicendo il giorno in cui ci si era infatuati del rovere francese tostato - ché il vino ne risulta artificioso - e nel contempo benedicendolo - ché almeno per stavolta sono sfuggito dalle calorie alcoliche.
Il girovita ringrazia, il gusto decisamente meno.

7 marzo 2010: Anteprima Bardolino a Lazise (Verona)

L’annata 2009 del Bardolino e della sua versione rosata, il Chiaretto, si presenta alla Dogana Veneta di Lazise, sulla costa veronese del lago di Garda, domenica 7 marzo, dalle 10 alle 18: settanta aziende presenti (sette in più rispetto all’edizione dello scorso anno), centocinquanta vini in anteprima (questa volta c’è anche il Chiaretto Spumante) e in più la possibilità offerta da molti produttori di comparare la nuova annata con quella del 2008, portando a quasi duecento i vini offerti complessivamente in assaggio. Il tutto ad ingresso libero. Una possibilità straordinaria per chi voglia conoscere da vicino una delle denominazioni storiche del territorio veneto (la doc è stata fra le prime d’Italia, nel 1968), ma anche per avvicinare una realtà che non risente affatto della crisi economica globale.
Al banco d’assaggio allestito domenica 7 marzo nello storico edificio veneziano della Dogana di Lazise (l’iniziativa, organizzata dal Consorzio di tutela del Bardolino, si avvale del supporto del Comune di Lazise, della Regione Veneto e della Provincia di Verona) saranno gli stessi produttori a servire e presentare al pubblico i loro vini, affiancati dai sommelier della delegazione Ais di Verona. All’esterno, sul lungolago, uno spazio food allestito da Provincia di Verona Turismo per conto dell’Assessorato provinciale alle politiche per l’agricoltura: la risotteria sfornerà a ritmo continuo il classico risotto all’isolana realizzato con il riso Vialone Nano Veronese igp, mentre una serie di stand proporrà alcuni dei gioielli dell’agroalimentare scaligero, in.primis il formaggio Monte Veronese dop, che ha più volte affiancato il Bardolino nelle campagne di promozione realizzate nell’ultimo anno.
Info www.ilbardolino.com

27 febbraio 2010

Südtirol St. Magdalener Häusler 2006 Kellerei Tramin

Angelo Peretti
Sì, mi piace la Schiava, mi piace il vinino degli altoatesini, ché quand'è fatto bene, be', ti offre una beva che è frutto e spezia e freschezza e soddisfazione, e se poi ci hai anche un pezzo di speck, per non dire qualche altra pietanza sudtirolese, allora è tripudio.
Avevo però il dubbio che le Schiave potessero durar pochetto in bottiglia, e allora qualcheduna l'ho messa da parte, come questa della Cantina di Termeno: un Santa Maddalena del 2006, tastato adesso. E devo dire con soddisfazione piena. Durano, sì, durano il giusto.
Ora, il colore era tipicamente scarichino, da Schiava, appunto.
Ed altrettanto varietale ecco che l'ho trovato questo vino al naso, con quelle intriganti memorie di arancia rossa che ti mettono in crisi sapendo che hai nel calice un vino dell'Alto Adige e ci ritrovi profumi che sanno di Sicilia. In più, un che di verde quasi erbaceo, e anche questa è tipicità. E poi una speziatura elegante.
In bocca, perfetta continuità. E buona beva. Succosa.
Un 2006 ancora piuttosto giovani. Ripeto: dubbio risolto, ché ce la fanno, le buone Schiave, a reggere qualche anno con nonchalance.
Due lieti faccini :-) :-)

26 febbraio 2010

Dal primo marzo si gioca on line con WineSurf

Angelo Peretti
Lo so, sono in palese conflitto di interesse. Ma l'idea di Carlo Macchi e del team di WineSurf (avete visto la nuova veste grafica?) mi è proprio piaciuta, e allora mi permetto di rilanciarla anche su InternetGourmet: un gioco interattivo on line per eno-appasionati.
Dove sta il conflitto d'interesse? Sta che - molti lo sanno - m'occupo del Consorzio del Bardolino, e ci ho messo un minuto a decidere d'aderire quand'ho visto la mail con la quale Carlo proponeva l'idea. Troppo bella, simpatica, friendly. Così, la prima organizzazione a mettere a disposizione un premio per il gioco: 48 bottiglie e un fine settimana sul lago di Garda per venire a ritirarle.
Come funziona la faccenda lo spiega WineSurf sulle sue pagine.
Cerco di riassumere, sperando di non sbagliare. Occorre andare a cercare sul wine magazine alcune pagine che parlano del vino o della denominazione che collabora col gioco (in questo caso, appunto, il Consorzio del Bardolino, ma poi ne seguiranno altri, a cominciare dal Consorzio del Soave). Lì ci sarà un banner da cliccare per andare a una pagina del sito consortile. Il primo che individuerà le pagine di WineSurf e le corrispondenti pagine del sito consortile si aggiudicherà il regalo.
Semplice, ma finora non ci aveva pensato nessuno. O almeno credo. Ed è una novità per il mondo dei web magazine e dei wine blog.
E scusate l'invasione di campo.

Ma le doc coi vitigni internazionali resisteranno allo scossone ocm?

Angelo Peretti
Nei giorni scorsi son tornato sulla faccenda della nuova ocm del vino, che di fatto ha accresciuto per i produttori l'appetibilità della categoria dei vini da tavola, quasi in contrapposizione con i vini a denominazione o ad indicazione (i doc e i docg son diventati di fatto entrambi dop, gli igt ora sono assimilati agli igp). Insomma: se a fare vini a denominazione ti trovi legato da lacci e laccioli e ti tocca tirar fuori un sacco di quattrini per le certificazioni, perché mai - soprattutto nel caso tu abbia un marchio abbastanza conosciuto - non dovresti passare a fare un vino da tavola, ora poi che è consentito scrivere anche l'annata in etichetta? Certo, non puoi scriverci i nomi dei vitigni utilizzati, a meno che quei vitigni siano gl'internazionali, come lo chardonnay o il cabernet. E a questo proposito credo che una riflessione dovrebbero farla soprattutto coloro che regolano le (tante) denominazioni che prevedono i vini varietali di stampo, appunto, internazionale. Tutte quelle doc, insomma, che sono nate fra gli anni Ottanta e i Novanta - sull'onda della travolgente infatuazione per lo stile americano - che son gonfie, appunto, di cabernet o di merlot. E magari in zona anche - come si suol dire - vocate, perché no. Ma poco importa.
A costoro domando, in primis: si sarà in grado di resistere alla fatale attrazione del vino da tavola?
E ridomando: perché mai a un produttore d'un attuale cabernet doc non dovrebbe saltare in mente di fare in futuro lo stesso cabernet "da tavola" se questo gli evita un sacco di spese e di carte?
Credo - temo - ci sia una sola chance per "salvare" quelle doc: investire in comunicazione sulla denominazione a tal punto da farla diventare "irrinunciabile", perché capace di conferire un reale, tangibile plusvalore commerciale al vino e al suo produttore. Ma credo - temo - che qui il cane si morda la coda: se la denominazione è piccoletta ed ha poco blasone e poca storia, perché mai i produttori del posto dovrebbero tassarsi per investire sulla denominazione se con gli stessi soldini, più quelli risparmiati con la mancata certificazione, possono farsi promozione per conto loro, focalizzando la spesa sul proprio marchio?
Tempi duri per le doc.
Photo: www.freefoto.com

25 febbraio 2010

Olio Extravergine di Oliva Laghi Lombardi Sebino Alarico 2009 Il Castelletto

Angelo Peretti
Credo di non offendere nessuno se dico che Scanzorosciate, provincia di Bergamo, non è certamente uno dei paesi olivicoli più noti d'Italia o quanto meno di Lombardia. Non è notissimo - me lo perdonino i produttori del posto - neppure il Moscato che fan da quelle parti - quello di Scanzo -, figurasi l'extravergine.
Eppure l'olio che mi son trovato a tastare è d'una microazienda oliandola appunto di Scanzorosciate: si chiama Il Castelletto. Gli ulivi son su due ettari. Altri quattr'ettari all'incirca di terra - l'ho letto su internet - sono dedicati alla vigna, e ci si fa, appunto, il Moscato di Scanzo.
Qui mi occupo dell'extravergine, e vedo che è certificato sotto la dop dei Laghi Lombardi, sottozona del Sebino (leggasi lago d'Iseo, Lombardia).
L'hanno intitolato, l'olio, al re Alarico: storia medievale, per chi vuol approfondire.
Orbene, il 2009 ha colore giallo lievissimamente sfumato nel verde.
Eppoi naso da mandorla dolce, oliva matura, un po' di vaniglia perfino, pomodoro maturo.
La bocca è come te l'aspetti: tendenzialmente dolce, ancorché sul fondo ci sia un piacevole substrato lievemente amaro. Un che di carciofo, accennato.
Stupisce la piccantezza un po' ruvida, che comunque dà slancio a una pasta di delicata impronta.
Emerge il pepe. E il finale è poi ancora dolce, sui toni della nocciola e del mix di frutta secca. Ed è livemente astringente.
Due lieti faccini :-) :-)

24 febbraio 2010

Franz Haas, che vuol fare un Pinot Nero che sa di Pinot Nero

Angelo Peretti
A chi non conosce quella brutta bestia del pinot nero (vitigno) magari può sfuggire la straordinaria sfida che un produttore accetta d’affrontare quando si mette a tirarne fuori il vino, con le maiuscole: il Pinot Nero. Se poi quello ti dice: “Vogliamo fare un Pinot Nero che sia Pinot Nero, che sappia di Pinot Nero”, allora s’è proprio messo in un progetto di quelli da far tremare i polsi. Mica facile, se non stai in Borgogna, la patria del pinot noir, e anche là dipende dalla vigna, dal crû. “Ma non vogliamo scimmiottare la Borgogna”, specifica il vignaiolo in questione, e dunque pensi che deve avere un carattere e una determinazione non da poco, ché i duri, si sa, escono fuori quando il gioco si fa, per l’appunto, duro, e questa è un’impresa di quelle titaniche.
Sta di fatto che lui, Franz Haas, è effettivamente uno di quelli che in Italia il grande azzardo di coltivare il pinot nero se l’è preso. E da vent’anni ci fa vino, lassù a Montagna, Alto Adige. I suoi fan dicono che il suo è un Pinot Nero che riesce a sapere di Pinot Nero, ed è un complimento di quelli che credo lo lascino bello contento, anche se lui taglia corto: “Il vino se è buono è buono, e se non è buono possiamo discutere il perché, ma faccio fatica se si cerca di aggirare il problema”.
L’ho incontrato, insieme ad altri colleghi che scrivono di vino (la foto che qui lo ritrae è stata scattata da Gianpaolo Giacobbo, che ringrazio), nella sua casa altoatesina: sul tavolo otto annate dello Schweizer, il Pinot Nero di vertice di casa Haas. Un assaggio in verticale per fare il punto su vent’anni di confronto-scontro con uno dei vitigni e dei vini più sfidanti che ci siano. Il segreto? “Mettere il vigneto in equilibrio”, azzardo. Lui sorride e conferma: m’è andata bene.
“Con il 2007, l'ultima annata uscita – ha spiegato Franz –, abbiamo fatto i vent’anni di pinot nero. In tutti questi anni ci ha fatto tribolare parecchio, e abbiamo dovuto cambiare molte cose, anche se il vero cambiamento lo faremo col vino del 2009, perché inizieremo un nuovo ciclo”. Et voilà, si guarda avanti. Altro che traguardo.
E c’è anche una sfida nella sfida: tappare il Pinot Nero con lo Stelvin, il tappo a vite. Franz ci crede, tant’è che lo stesso Schweizer del 2007 l’ha messo in bottiglia, sperimentalmente, un po’ col sughero e un po’ con la capsula avvitata: un identico lotto di vino finito con due tappature diverse, per vedere come reagisce. “Il tappo a vite secondo me sarà la chiusura del futuro” afferma perentorio, e s’infervora ad esaltarne le qualità. Chi mi legge usualmente sa che per le mie orecchie quest’è proprio musica.
Ora, l’ho tirata un po’ per le lunghe. E scrivo dunque degli otto vini tastati. O meglio, comincio dai primi due: gli Schweizer del 2007, quello a vite e quello nel sughero. Assaggiati senza sapere quale fosse la chiusura. Sono lo stesso vino - esattamente lo stesso lotto, insisto -, ma sembrano diversissimi.
Alto Adige Pinot Nero Schweizer 2007 campione n. 1 Bel colore, brillante, pinoteggiante. Al naso è del tutto varietale, pulito. Ti aspetti un vino che abbia bella beva e infatti in bocca eccolo fresco, sapido, nervosissimo. Da attendere per chi vuole che gli spigoli si smussino, ma certamente del tutto bevibile già da subito.
Alto Adige Pinot Nero Schweizer 2007 campione n. 2 Il colore ricorda il primo, ma il naso è più chiuso, sulle note del pepe, anche se la varietalità l'avverti. S'apre lentamente verso il piccolo frutto maturo. In bocca è un bel confronto fra materia e freschezza. A tratti ha vene erbacee, a riprova della giovinezza. Da aspettare.
Franz ci chiede quale sia il vino in sughero e quello a vite. Dico che il primo è in sughero e il secondo in Stelvin, ché il primo è più pronto, più immediato (e dunque, a mio avviso, a costo d’essere smentito dalla scienza, quello che ha comunque avuto un’ossigenazione post imbottigliamento). C’indovino. Dico anche che se volessi uno dei due da bere subito, scelgo il primo, mentre l'altro lo metterei più volentieri a riposare in cantina.
Adesso gli altri sei vini tastati, e qui dico come la penso mediante i miei faccini.
Alto Adige Pinot Nero Schweizer 2003 Il colore tende al porpora. Al naso, subito il fruttino stramaturo, quasi in confettura. In bocca un'alcolicità che tende a chiudere il frutto, a mettere in luce la vena amaricante del tannino. Tipicamente da estate calda. Il meno pinoteggiante della serie.
Un faccino :-)
Alto Adige Pinot Nero Schweizer 2002 Colore scarico, bello. Al naso dapprima è ritroso, terroso, ma poi ecco in progressione la spezia e il frutto. Rusticamente vellutato: morbido, ma nel contempo graffiante di freschezza. Darà il meglio di sé fra qualche tempo, ma se l’assecondi t'affascina. Pensate: nebbioleggia perfino un po'...
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Alto Adige Pinot Nero Schweizer 2001 Colore leggermente carico, ma cristallino. Si presenta con lentezza, aprendo su vene tra lo speziato e l'animalesco, che via via lasciano spazio alla speziatura dolce. In bocca è d'assoluto fascino: fruttino maturo e succoso, fragola, ciliegia. E freschezza. Sulla rampa di lancio.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Alto Adige Pinot Nero Schweizer 1996 Qualcuno l’ha bastonato. Appena versato è risultato sgraziato, rusticissimo, colmo di tratti terziari. Freschezza indomita, tannino verde. Che fatica che fa il frutto, travolto da un carattere spigolosissimo! Suggerisco lo si debba attendere. Dopo due ore, infatti, un po’ si plasma.
Un faccino e quasi due :-)
Alto Adige Pinot Nero Schweizer 1993 Pronto da bere. Colore che tende all'aranciato. Profumi eleganti, a tratti quasi decadenti, con la frutta macerata, il fiore appassito, la terra rossa. In bocca è dinamico, col quel fruttino in composta, la spezia dolce, il kirsh. Magari è poco borgognone, ma è davvero un buon vino.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Alto Adige Pinot Nero Schweizer 1991 Il più evoluto, ed è affermazione ovvia, visto ch’è il più vecchio. Lento nel concedersi, rimanda a spezie pepate. A tratti ha vene ossidative. La nota rugginosa, fors'anche metallica, tende a prevalere sul frutto, che ricorda vagamente la melagrana. Tannino rugoso.
Un faccino :-)

23 febbraio 2010

L'avanzata dei vini da tavola

Angelo Peretti
Tocca ripetermi, nel più classico dei "l'avevo detto". Il 6 settembre avevo pubblicato un post che titolavo "Ma il mondo del vino si è accorto del ciclone ocm?" Be', credo che pian piano se ne stia accorgendo. E fra un po' si rischia che se n'accorga fin troppo.
La questione è il cambiamento radicale d'una tipologia ora "no limits": quella dei vini da tavola.
Ricordavo che con le novità introdotte dal primo d'agosto a seguito della nuova organizzazione comune di mercato, i vini da tavola potranno scrivere in etichetta l'annata e anche il vitigno, se si tratta d'internazionali. Chiosavo che la faccenda "potrebbe stimolare la fuga dalle denominazioni". Scrivevo: "Mettiamo che ci sia un'azienda dal marchio molto, molto noto. Chi glielo fa fare a questa di continuare a imbottigliare il proprio vino col nome della doc o sotto le nuove norme dell'igt? Adesso che in etichetta può scrivere annata e vitigno, tanto vale che faccia un vino da tavola. Senza alcun controllo, a costi nettamente inferiori, con una flessibilità operativa (capite cosa voglio dire?) incredibile".
Mi sono autocitato perché sull'argomento è entrato il numero 52, appena uscito, dei Quaderni di Wine News. Che ricorda come nel Sessantotto - che fu l'anno della nascita delle prime doc - abbia visto la luce il primo dei futuri Supertuscan, il Sassicaia. Poi, a partire dal '92, i vini da tavola "importanti" man mano son diventati ad indicazioni geografiche tipica, e qualcheduno da lì è passato alla doc. Magari costruita più o meno "ad personam": ri-cito il Sassicaia, per il quale è riconosciuta nella doc Bolgheri una specifica sottozona (alla faccia del "sotto": mai come in questo caso definizione fu meno consona, ché verrebbe da dire "soprazona"). "Ma oggi - scrive Wine News - i vini da tavola potrebbero conoscere una seconda giovinezza in una sorta di clamorosa 'madre di tutti i paradossi'. Già, perché i vini igp (che assorbiranno le vecchie igt) saranno soggetti a controlli analoghi a quelli dei vini dop (docg + doc), lasciando i 'creativi' delle aziende vitivinicole italiane senza la tradizionale libertà d’azione, in qualche misura, garantita dalle vecchie igt".
Fin qui concordo, ed è esattamente quant'ho già scritto anch'io a settembre. Ho invece dei dubbi sull'intonazione da dare alle conseguenze di questo rinnovato interesse per la tipologia "da tavola". Wine News dice: "Ecco allora profilarsi all’orizzonte una rincorsa al gradino più basso della piramide della qualità per produrre vini di qualità, come accadde 42 anni fa (forse, però, con qualche buona ragione in più), in una sorta di ritorno al passato, che pare essere molto più semplicemente una fuga dai controlli".
Ecco: a mio avviso è vera l'ultima parte, la fuga dai controlli, foss'anche solo per risparmiar quattrini, quelli delle certificazioni. Ho invece serissimi dubbi che il passaggio al vdt sia generalmente orientato a "produrre vini di qualità, come 42 anni fa". Perché oggi la vitivinicoltura italiana non è più quella arcaica e lutulenta di quarant'anni orsono, e si può - volendo - far grande qualità anche all'interno della doc, enfatizzandone i caratteri di terroir. Ammesso che il disciplinare non sia così cervellotico da impedirtelo, ché allora sì comprenderei la fuga pressoché obbligata verso il "tavola".
Ma nella gran parte dei casi, ritengo che il passaggio alla categoria dei "vini da tavola" sarà dettato da una scelta economica: pagar meno oneri agli enti certificatori, ché tanto se hai un tuo marchio famoso vendi lo stesso, e magari puoi anche esser più liberi di "migliorare" il vino a tuo piacimento, andando a comprarne gli "ingredienti" dove più t'aggrada e meno ti costa.
Ma non c'è solo questo: ne parlerò più avanti.
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