09 febbraio 2010

E il blog di Luciano Pignataro diventò ancora più blog

Angelo Peretti
In realtà, il big bang è avvenuto il primo di febbraio, ma io ne scrivo solo adesso perché sono pigro (o perché mi era passato dalla testa, se proprio volete metterla così). La notizia è questa: il blog di Luciano Pignataro è diventato un blog. Nel senso che prima si chiamava wineblog, ma non c'era lo spazio per i commenti dei lettori, e invece dal primo febbraio c'è anche quello. E i commenti hanno cominciato a fioccare, com'era del tutto logico aspettarsi.
Adesso l'amico Luciano, uno dei più preparati ed attivi giornalisti del vino che abbiamo nell'italica terra, si appresta a schiantarci tutti quanti noi crivani della rete in termini di visite on line, ché già aveva numeri da record prima, ma ora che c'è anche la possibilità del contenzioso, figurarsi!
Oh, poi, sia chiaro: la cosa, più che noi che in qualche modo ci arrabattiamo ad emularlo, scompaginerà ancora di più chi pensa che la comunicazione virtuale sia di serie b rispetto a quella di carta. Luciano scrive sulla carta, è redattore del Mattino di Napoli. Ma spopola sul web, pure. Dunque, lasciatemelo dire, non sono né la carta, né il pc a far la differenza, ma le persone. Ci sono quelli che son credibili e la gente li legge, punto e basta.
Devo dire che con quel suo blog Luciano sta facendo un servizio straordinario al suo sud: una palestra di idee per tutto quanto si muova attorno al vino - e al cibo e alla gastronomia - fra Campania (soprattutto) e Molise, fra Lazio e Sicilia, fra Puglia e Calabria. Un'agorà virtuale sulla quale fioriscono e maturano pensieri e progetti. E il sud della buona tavola e del buon vino si muove, eccome. E Luciano non gliele manda mica a dire, quando serve, ché sa cantarla bene. E ci ha anche un bel numero di collaboratori - o meglio, di compagni d'avventura - che ci mettono passione tanta e competenza altrettanta.
Ho un unico dubbio: che Luciano abbia un paio di gemelli che gli somigliano come una goccia d'acqua e che lo sostituiscono in incognito nella sue varie attività, vista la gran mole di lavoro che svolge. Ma questo dubbio non glielo dico mica, sennò magari chissà come la prende...

08 febbraio 2010

Olio Extravergine di Oliva Fs17 La Meridiana

Angelo Peretti
Non chiedetemi cosa sia nel dettaglio: per me è un olivo e so - ritengo di sapere - che è un clone della varietà frantoio ottenuto dal professor Fontanazza. In codice si chiama Fs17, che sembra la sigla di un treno. E se i treni andassero davvero - mi si consenta il gioco di parole - questa varietà d'ulivo si potrebbe dire che va come un treno. Introdotta da pochi olivicoltori sulla sponda bresciana del lago di Garda, sta offrendo oli di grande fascino.
Questo qui che ho avuto da poco il piacere di tastare è prodotto a Puegnago, in Valtènesi, e lo fa l'azienda agricola La Meridiana, di Fulvio Leali.
Ebbene, è un gran bell'olio, già dal colore, che è d'un verde prato brillante. Si obietterà: il colore non è così fondamentale per valutare un olio. Vero, verissimo. Però quand'è bello è una gioia degli occhi, e allora perché non scriverlo?
Eppoi ha un bel naso: erbe di prato, rucola, carciofo, mandorla verde, oliva appena appena ad inaviatura. Una bellezza davvero.
La bocca è decisamente fresca, vegetale. Ancora erbe pratensi, mandorla, e ancora nocciola e sempre oliva fresca.
La conduzione è essenzialmente dolce, ma è anche innervata da una freschezza vegetale di tutto rispetto.
La piccantezza è contenuta, ma piacevolmente rinfrescante, e in sintonia con un olio che gioca più sull'eleganza che sulla potenza.
A me piace, e il finale livemente astringente aiuta l'uscita, graduale e lenta, della frutta secca, nocciola in primis. E ancora nel finale diventa dolciccimo senza essere stucchevole.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

07 febbraio 2010

Südtirol Terlaner Pinot Bianco Vorberg 2001 Kellerei Terlan

Mario Plazio
Vino enigmatico questo Vorberg. Monolitico e per nulla scalfito dal tempo.
Ti aspetteresti un vino in piena evoluzione, maturo e aperto. Invece ti ritrovi un naso freschissimo, ancora sui fiori bianchi e gli agrumi. Poi anche camomilla, kiwi e fieno, e una appena percettibile vena minerale.
In bocca si rivela sostanzioso, la materia non manca ma fortunatamente viene affiancata da una perfetta acidità che serve a prolungare a lungo le sensazioni.
Complesso il finale che ricorda la mandorla, addirittura piccante, quasi a voler ribadire la sua sfrontata giovinezza.
A distanza di giorni non cambia il carattere, si conferma carnoso e concentrato.
L’unico dubbio che permane è proprio quello iniziale: evolverà un giorno e come si presenterà tra 5 o 10 anni? Non ci rimane che attendere.
Due faccini :-) :-)

06 febbraio 2010

Vallagarina Campi Sarni Rosso 2006 Vallarom

Angelo Peretti
Ora, o hanno assaggiato il vino quando non era ancora maturo (o forse neancora in bottiglia), o sono stato gran fortunato io con la mia bottiglia. In ogni caso, è evidente che l'affinamento in vetro l'ha aiutato. Perché io quelle note di tostatura e di barrique di cui parlano le maggiori guide italiane, nel Campi Sarni del 2006 non le ho trovate, ma anzi nel bicchiere è stato un tripudio di fruttino, piacevolissimo, di bosco.
Certo, il tannino è morbido, vellutato, e che ci sia stato un passaggio nel legno lo capisci, dunque, ma non c'è quel boisée che a volte (tanto spesso in passato, meno adesso, ma non è finita) umilia il frutto nei rossi. Evviva.
E dire che non sono un grand'appassionato dei bordolesi fatti in Italia, e questo qui è figlio -leggo in controetichetta - di uve di cabernet sauvignon e franc e di merlot "in varie selezioni clonali".
Leggo in contr'etichetta che la vigna è "coltivata con alcune tecniche biodinamiche". Non che io sia da ascrivere tra coloro che s'esaltano perché un vino è bio-qualcosa, ma mi si dice che nell'azienda di Barbara e Filippo Scienza - si chiama Vallarom, ed è ad Avio, prima terra trentina dopo il Veronese - l'impegno verso una viticoltura per così dire "sostenibile" sia autentica, il che non guasta.
Torno al vino per aggiungere che ha un a gran beva, e anche questa è nota positiva, soprattutto in quest'epoca in cui finalmente ci si sta liberando dalle marmellate alcoliche da degustazione. E c'è bella persistenza fruttata.
Insomma, il primo bicchiere "chiama" rapidamente il secondo.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

05 febbraio 2010

Olio Extravergine di Oliva Torre del Falasco Veneto Valpolicella 2009 Cantina Valpantena

Angelo Peretti
Un olio in una cantina sociale? E perché no? La cantina sociale in questione è quella della Valpantena, poco sopra Verona. Che ha per direttore una persona che stimo: Luca Degani.
Se non sbaglio, fu sei anni fa che la cantina si comprò il confinante Oleificio delle Colline Veronesi. Sta di fatto che s'è ristrutturato il frantoio (tra l'altro, all'ingresso c'è il punto vendita aziendale, dove si trovano anche i vini), si sono comprati nuovi macchinari e s'è messa in moto la produzione dell'olio, mettendolo sul mercato - com'è nello stile di questa realtà cooperativa veronese - con un rapporto qualità-prezzo davvero interessante. E interessante, sia chiaro, è anche l'olio, mica il prezzo.
Della validità della proposta olearia è prova provata il Veneto Valpolicella dop dell'ultima annata.
Ha colore giallo molto leggero con lievissime sfumature verdine.
Naso floreale, ed ha un buon fruttato di oliva fresca. Tracce erbacee. Nocciola appena raccolta, ancora verde.
In bocca parte lievemente amaro, sui toni delle erbe di prato e della mandorla. La pasta è di buona densità. Una leggera piccantezza la ravviva. Finisce su una piacevolissima presenza di mix di frutta secca con noce e nocciola.
Semplice, ma pulitissimo e ben modulato. Abbinabilissimo in tavola a una marea di piatti.
Due lieti faccini :-) :-)

04 febbraio 2010

Dell'inaudita colpa di scrivere di vino sul web

Angelo Peretti
Sembra incredibile, ma è invece amaramente vero: c'è tuttora parecchia gente nel mondo del vino e delle istituzioni vinicole che ritiene che l'informazione "di carta" valga di più, sia di altro ceto e censo, di quella "on line". Sissignori, è così. Ed è convinzione più radicata di quanto si pensi. Gente che non s'è accorta di quel ciclone che si chiama web, di quell'immenso mare su cui navigano milioni e milioni di persone alla ricerca d'opinioni e informazioni. Certo, sono il primo a dirlo: l'informazione on line è anarchica nella sua assoluta e talvolta magari anche eccessiva democraticità. Ma c'è. Mica puoi mettere la testa sotto la sabbia e far finta di niente. E invece si fa finta di niente.
Non dirò di chi si tratti, se sia uomo o donna, e nemmeno chi sia il suo committente ed a quale evento faccia riferimento. Non lo dico perché non m'interessa il caso in sé, bensì la mentalità che vi è sottesa. Dico solo che ha ricevuto l'incarico di pr per un evento legato al vino che si svolgerà in una certa regione italiana. E che incontrandomi qualche giorno fa m'ha detto: "Ci terrei che tu partecipassi. Hai mica qualche collaborazione con testate cartacee da darmi per l'accredito? Sai, gli organizzatori vogliono prudenza per i siti internet".
Dunque, è chiaro: una qualunque rivistucola cartacea, anche quelle che non vendono una riga dico una, che servono nient'altro che a raccogliere pubblicità, che per far vedere che esistono vengono spedite gratis a un certo numero di indirizzi ché in edicola nessuno se le filerebbe, la si potrebbe invitare, mentre un giornale on line, ancorché abbia centinaia di migliaia di pagine viste, non vale un fico secco. E se dunque voglio aver l'onore d'andare - viaggiando a spese mie - a quella tal manifestazione a far pubblicità gratuita alla medesima e alle aziende che vi son rappresentate, be', devo farmi l'accredito con una testata "di carta". Ma a questi usi & costumi non ci sono avvezzo: vuoi che mi sbagli? Se m'accreditano come direttore responsabile d'InternetGourmet (tra l'altro, e non a caso lo scrivo fra parentesi, è testata registrata al tribunale, anche se da sola la registrazione non val molto, l'ammetto, e per far buona informazione non è neppure così necessaria) posso anche pensare d'andarci, sennò non se ne fa nulla, tutto qui. Mica scrivo per scroccare week end enoici in giro per il mondo.
Non ce l'ho certo con chi m'ha parlato, che è persona che stimo assai. E la capisco, 'sta persona: come può non far presente l'opinione del committente? Ma non capisco invece come possano i suoi committenti avere quelle bislacche opinioni.
A pensar male - con la quale cosa si fa peccato, ma a volte... - un dubbio però mi potrebbe anche venire: sarà mica che la stragrande maggioranza dei web magazine e dei blog che s'occupano di vino non ospita redazionali a pagamento, e dunque corre il rischio d'essere poco "affidabile"? Già già, fors'è meglio chi con una manciata di euro ti fa comprare una pagina o due e ti pubblica le foto dell'assessore, del presidente, dell'eccellenza di turno, e pubblica paro paro il comunicato nel quale si dice quanto sono bravi e si spiega che l'annata è grandissima.
Mi domando se magari lo stesso discorso non valga poi anche per taluni produttori. Se cioè non guardino di buon occhio chi gli dice che il loro vino gli è proprio piaciuto e che però non sanno se possono scriverne dato che i costi di redazione sono alti e che però se avessero due-trecento euro per un po' di pubblicità... E quelli a a pensare che questo qui è bravo, mica come quegli altri che si arrogano il diritto di scrivere quel che vogliono e di dire che quel vino gli è piaciuto e quell'altro no.
Sì, forse ho sbagliato a non capire. Ma che volete, sono testardo e persevero nell'errore.

03 febbraio 2010

L'Amarone a una svolta?

Angelo Peretti
Dicendo delle mie prime impressioni circa l'Anteprima dell'annata 2006 dell'Amarone, allestita dal Consorzio di tutela dei vini valpolicellesi presso la Fiera di Verona (e la location sarà anche meno fascinosa rispetto ai palazzi delle precedenti edizioni, ma vivaddio è tanto, tanto più comoda e meglio servita in termini di viabilità e di parcheggi), ho scritto, guardando alla metà piena del bicchiere, e dunque ottimisticamente, che m'è parso di vedere i primi segnali d'un cambio d'impostazione. Che insomma ho trovato qui e là minori concentrazioni, tannini meno aggressivi, alcol meno in rilievo, una ricerca un po' meno spasmodica del muscolo, del machismo palestrato. E vedremo se le annate che verranno, a partite da quella del 2007, che fu a mio avviso vendemmia interessante per le corvine valpolicelliste, confermeranno quest'impressione.
Sta di fatto che oggi la Valpolicella amaronista sembra esser lì per avvicinarsi a un bivio (per avvicinarsi: non credo ci sia già piombata sopra): in quale direzione andare, d'ora in poi? Seguitare a rincorrere lo stile internazionale, polposo e pienotto, degli anni Novanta - che almeno sette-otto e forse più milioni di bottiglie sembra continuare peraltro a consentire di venderle tuttora - oppure cercare una maggior bevibilità, inseguendo la finezza e l'armonia anche su un vino che sopra le righe ci sta per forza, visto che si fa con l'appassimento? E come fare a contenere dolcezza ed alcol se ormai la viticoltura valpolicellese è tale - con tutti quegli impianti a filare che si son messi giù - che ti obbliga per forza a portare in casa uve già molto avanti di maturazione, e che ancora di più si concentrano di zuccheri in fruttaio, e pigiarle troppo presto non va comunque bene perché ti verrebbero fuori tannini ruvidi e verdi?
Bei dilemmi, che hanno gli amaronisti. Ma ormai la loro padronanza della tecnica enologica è tale che mi vien da dire che la via la troveranno.
Intanto però, per rendere l'idea di come cambino i gusti e i pensieri, voglio riportare qui di seguito gli appunti scritti al volo su uno degli Amaroni tastati all'Anteprima. Mi sono un po' sorpreso anch'io a rileggerli. Credo sia una descrizione sintomatica del dilemma di cui sopra. Ecco i miei appunti, pari pari: "Rovere al naso. Ma poi si apre sul frutto rosso molto maturo. Ciliegia. In bocca frutto e alcol e dolcezza in stile più reciotato alcolico che non amaronista. O meglio, in stile di Amarone internazionale sull'onda di quanto assaggiato nelle precedenti annate. Qualche anno fa avrebbe dominato, oggi è superato".
Non dico quale sia il vino, chi sia il produttore. Non serve. Quel che voglio esprimere è un pensiero, un dubbio. Ad altri la risposta: io di soluzioni da proporre non ne ho.

02 febbraio 2010

Breganze Cabernet Due Santi 2000 Vigneto Due Santi

Mario Plazio
Uno dei più classici tagli bordolesi del Veneto, prodotto da vignaioli tanto umili quanto capaci e determinati.
Confesso che la versione 2000 del rosso di punta di Stefano e Adriano Zonta non mi ha pienamente soddisfatto. Ho trovato un frutto al limite del sovra maturo, molto alcol e un legno non del tutto armonizzato.
Il vino tende a proporsi più in ampiezza che in lunghezza, e i tannini non sono finissimi e disturbano le percezioni nel finale. Sembra un vino di transizione, ancora giocato su sensazioni “forti”, alla ricerca più della potenza che della finezza.
Le ultime annate sembrano andare maggiormente in questa direzione, con maggiore leggerezza e più distinzione nel finale.
Detto questo non vorrei dare l’impressione che ci troviamo di fronte a un cattivo prodotto. È un cabernet davvero godibile e sontuoso. Sono forse io che sto diventando allergico ai vini troppo muscolari. Vediamo se il tempo saprà lisciare il pelo a questo cavallo di razza.
Due faccini lieti :-) :-)

31 gennaio 2010

Amarone 2006: il "the best" di quelli che son già in bottiglia

Angelo Peretti
Dopo avere scritto del vino che a mio avviso più rappresenta i caratteri dell'annata e dopo aver anche parlato dei cinque Amaroni "da botte" che più mi hanno interessato o comunque incuriosito, eccomi qui anche con l'Amarone in bottiglia assaggiato all'Anteprima dell'annata 2006 a Verona.
Ovvio che si parla di vini generalmente non ancora pronti per essere messi in commercio, per finire sugli scaffali o sulle tavole dei ristoranti. Il più delle volte se ne riparlerà verso l'autunno, ché c'è ancora bisogno d'affinamento. E dunque ogni valutazione va fatta e letta con beneficio d'inventario.
Detto questo, qualcheduno lo devo pur presentare dei vini tastati, e dunque ne scelto del tutto soggettivamente e arbitrariamente cinque. E mica perché non ve ne fossero altri d'interessanti. Solo per scelta, come ho già detto per i vini da botte, redazionale, ché altrimenti la tiritera vien troppo lunga. Magari d'altri parlerò un poco più avanti, in un ulteriore intervento su quest'InternetGourmet.
Eccoci qui, pertanto, con la top 5 dell'Amarone 2006 in bottiglia.
Amarone Classico 2006 Monte del Frà
Piacevolissimo all'olfatto nella percezione fruttata, parecchio ampia. Fruttino: mirtillo, melograno, ribes, ciliegia e marasca. Tracce floreali. Ed è subito elegantissimo anche in bocca. Ha freschezza che favorisce la beva nonostante un alcol in rilievo. Bel vino davvero: monsieur Introini, le'nologo dei Bonomo, ha portato in terra amaronista la finezza nebbiolista della sua Valtellina.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Amarone 2006 Cà Rugate
Un Amarone ancora tutto in divenire: ha bisogno di lunga sosta nel vetro. Però già adesso ti dice che sarà godibilissimo, ché riesce a far valere una freschezza capace di compensare tannino e dolcezza. Lasciagli tempo, e vedrai cosa salta fuori. Si apre con ritrosia. Il fiore e il frutto si presentano in alternanza, con delicatezza. Vuol giocare più sulla finezza che sulla potenza.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Amarone Classico Moròpio 2006 Pierpaolo e Stefano Antolini
Ormai gli Antolini brothers non sono più outsider, ma certezze della Valpolicella. Il vino offre fiori macerati e frutto appassito all'olfatto. In bocca, la vena floreale è altrettanto piacevole. Il tannino è tutto sommato già abbastanza integrato, anche se il rovere è presente. Un vino in divenire, che però ha frutto fine, spezia, tracce di terra rossa, vene rabarbaro.
Due lieti faccini :-) :-)
Amarone Classico 2006 Tommasi
Bella la prova del base dei Tommasi. Profuma di fiori di geranio ed ha un frutto che ricorda con immediatezza l'appassimento. Spezia molto fine, tracce di vaniglia e, assieme, un che di vegetale, che non guasta e aumenta la complessità. La bocca è canforata, il tannino è morbido, la presenza fruttata è rimarchevole. Strana quella vena, marcata, di iodio.
Due lieti faccini :-) :-)
Amarone Campo dei Gigli 2006 Tenuta Sant'Antonio
Volete metter d'accordo un po' tutti con un vino che è frutto, frutto e ancora frutto? Eccolo qui: il Campo dei Gigli dei Castagnedi. Al naso sembra il tipico Amarone in stile internazionale, col fruttone e il rovere in rilievo, ma in bocca è rotondo, lunghissimamente succoso sulle vene di mora, di ribes, di mirtillo, di ciliegia, di melograno.
Due lieti faccini :-) :-)

Amarone 2006: il "the best" dalla botte

Angelo Peretti
Sempre difficile tastare vini da botte (o da vasca d'acciaio, dopo l'uscita dal legno e prima di passare in vetro). Eppoi è anche potenzialmente anche rischiosetto scriverne. Ché in primis ti devi tarare, appunto, sul rovere che può essere ancora in rilievo e su certe riduzioni che son più che plausibili. E comunque non sai mai se quel tal vino che hai provato lo stai giudicando con sufficiente cognizione di causa (ammesso che tal cognizione possa mai effettivamente esservi, ma almeno ci si prova) e quali artifizi enologici (lecitissimi, chiaro) si debbano ancora mettere in campo e quali tagli si vadano eventualmente ancora a compiere. E anche e soprattutto c'è che non puoi proprio sapere se quello è veramente ciò che finirà poi in bottiglia, e dunque scrivi una certa cosa e poi chissà cosa ti troverai nella boccia a lavoro finito. Insomma, un bell'azzardo.
Ordunque, all'Anteprima dell'annata 2006 dell'Amarone, alla Fiera di Verona, di vini da botte ne sono stati presentati in degustazione ben venticinque sui sessantasei totali serviti dai sommelier dell'Ais scaligera, ed è una bella percentuale. E a me non pare il caso - mi sbaglierò, ma la penso così - di scrivere insieme di quelli da vasca e di quelli da bottiglia, e dunque scelgo di parlarne separatamente. Cominciando proprio da quelli da vasca e dicendo quelli dei venticinque che più m'hanno colpito, fatto salvo che il "the best" della categoria l'ho già descritto ieri, ossia l'Amarone Classico 2006 di Terre di Leone, e dunque qui non lo cito nuovamente.
Ne descrivo cinque, ma sappiate che ce n'è ancora altri d'interessanti. D'altro canto, qualche limitazione me la devo pur mettere in queste note descrittive, e dunque cinque e solo cinque per scelta, consentitemelo, "redazionale".
Amarone Classico da botte 2006 Buglioni
All'olfatto è un tripudio di fruttino e di erbe officinali: marasca, ciliegia, prugna, origano, rosmarino. In bocca propone da subito una beva considerevole, pur non mancando in termini di spessore. Noce moscata e chiodo di garofano in rilievo. Succose presenze di frutta matura, ma anche di dattero. Speziatura dolce. Vino fine, morbido senza essere stucchevole.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Amarone Classico da botte 2006 Manara
Et voilà, è finalmente tornato in grande spolvero l'Amarone dei Manara. Magari questo 2006 non ha quella beva elegante che così tanto m'era piaciuta nell'annata, memorabile, del 2000, ma quest'è un rosso di quelli che daranno soddisfazioni, quando sarà in bottiglia: ci scommetto. Tanta ciliegia matura, e poi mora, anche in confettura, e spezia, e vene erbaceo-officinali (rosmarino).
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Amarone Classico Costa delle Corone da botte 2006 Monteci
Bella sopresa. Monteci è il recentissimo ramo potenzialmente d'elite di un'azienda commerciale valpolicellista. E da quest'assaggio e da altri precedenti mi vien da dire che son partiti col piede giusto. Questo è un Amarone da un unico vigneto. Ha naso un po' animalesco, e poi ci trovi spezia, grafite. Bocca polposa, carnosa. Ciliegia croccante, vene erbacee.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Amarone Classico Calcarole da botte 2006 Guerrieri Rizzardi
Che dire? Il Calcarole è il Calcarole, classicissimo e assolutamente e costantemente votato all'annata e al terroir. Il 2006 è stato caldo e morbido? Allora eccoti l'Amarone caldo e morbido, ma pur sempre con quell'eleganza che viene da quel vocatissimo cru. Cioccolato, cocco, frutto appassito, brandy. Dolcezza e materia. Questo sì che merita d'invecchiare.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Amarone Classico San Giorgio da botte 2006 Carlo Boscaini
Eccolo qua, il Boscaini, che si conferma in gamba e ti fa vini capaci di farsi piacere all'amante della tradizione e al patito della modernità. Al naso ha mirtillo e amarena. La bocca è polposa, con bel frutto maturo e anche tracce di peperone. Un Amarone fatto molto, molto bene: risponde al gusto dei più senza essere sfacciatamente moderno.
Due lieti faccini :-) :-)

30 gennaio 2010

Anteprima Amarone 2006: le prime impressioni e quel vino che racconta l'annata

Angelo Peretti
Prime impressioni sull'Anteprima dell'Amarone 2006, apertasi oggi a Verona, in Fiera. Dei flash buttati giù al volo.
Stefano Accordini, enologo della Cantina sociale della Valpolicella e leader dell'Assoenologi del Veneto, ha ricordato che la vendemmia del 2006 avvenne con leggerissimo anticipo - 3-4 giorni soltanto - rispetto all'anno prima. E che per tutta la vendemmia ci fu "tempo caldo, asciutto e ventilato, ideale sia per le operazioni vendemmiali che per la conduzione dell'appassimento". Nell'uva, a fine appassimento, c'era una concentrazione piuttosto alta di zuccheri: valori attorno a quelli del caldissimo 2003. I tannini erano anch'essi "maturi". Ed era bassa l'acidità, e come contraltare, ovviamente, era elevato il ph. E ci furono, in appassimento, positivi, ancorché moderati contributi di botrytis, la muffa che vien detta nobile.
Che significa questo per chi il vino lo beve? Che lo si può trovare, il vino, tendenzialmente abbastanza dolce (zuccheri elevati) o abbastanza alcolico (zuccheri trasformati in alcol), tant'è che, mediamente, i 66 vini in degustazione all'Anteprima hanno un residuo di zuccheri di 7,50 grammi per litro (con punte di 11,41) e poi 15,81 gradi di alcol, che non è certo poco. In più, la botrite ha favorito lo sviluppo di glicerine, e questo vuol dire avere un ulteriore apporto in termini di morbidezza. E se non fosse abbastanza, il fatto che le condizioni climatiche abbiano concesso una spontanea e quasi completa fermentazione malolattica vuol dire che si ha un bel po' di acido lattico, che dà anch'esso sensazioni di morbidezza. E l'identico discorso - relativamente alla morbidezza, intendo - vale per il ph elevato. Ed altrettanto dicasi per la bassa acidità, che facendo venir meno la percezione della freschezza, tende ad esaltare tattilmente l'impressione del velluto, della setosità. Ed è di velluto o di seta anche il tannino maturo, morbido pur'esso pertanto. Insomma, condizioni che vanno tutte quante, ineluttabilmente (se mi piace, quest'avverbio...) nella stessa direzione. E che potevano condurre ad aver nel bicchiere vini quasi stucchevoli.
I 66 vini li ho tastati tutti. Che impressione ne ho avuto? Che è andata meglio di quanto mi aspettassi. Nel senso che cerco di spiegare qui sotto.
Intanto, e mi pare la cosa più importante da dire, ho trovato un'ulteriore crescita enologica del comparto amaronista della Valpolicella. Solo tre vini mi si son presentati più o meno ossidativi, ed è una percentuale davvero minimale. Il che non vuol dire necessariamente avere "grandi" vini, ma significa più semplicemente - ma non è piccola cosa - avere vini corretti.
Poi ho trovato - devo riconoscerlo - meno stucchevolezze rispetto al passato, e il rischio per i 2006 era invece esattamente l'opposto, visti gli esiti di quella vendemmia. Insomma: vini che puntavano a volte un po' più verso l'Amarone della tradizione e un po' meno verso le marmellate reciotate di stile internazionale. Ribadisco e sottolineo: a volte un po' più da una parte e un po' meno dall'altra, mica tutto da una parte. Ma la via intrapresa è interessante, e se fosse confermata anche il prossimo anno dall'Amarone del 2007 (potenzialmente una grand'annata), ne sarei davvero lieto.
Terzo: tannini ed alcol un po' meno radicali che non nel recente passato. Certo, 'sti vini le palestre tendono ancora a frequentarle, ma i produttori mi pare abbiano cominciato a capire che i muscoli non sono tutto (anzi). La finezza è invece il segreto del buon vino.
Quarto: qualcheduno fra gli Amaroni del 2006 m'ha favorevolmente stupito per una beva ritrovata. Non tutti, non tantissimi. Ma insomma, ha cominciato a far di nuovo capolino qualche Amarone fatto assolutamente per stare in tavola, mica principalmente per esser degustato davanti al caminetto (e chi ce l'ha più, nelle case moderne di città, quel benedetto caminetto? e anche chi ce l'ha, quando lo trova il tempo per mettercisi davanti in santa pace con un bicchier di vino in mano? in tavola deve stare il vino, in tavola!).
Che dire: sarò un inguaribile ottimista, ma 'sto 2006 mi ha un po' confortato, così come m'aveva lasciato qualche dubbio il 2005. Ripeto: la prova del fuoco sarà il 2007, l'anno che viene, ché è stata quella annata di sicuro interesse. E dunque vedremo.
Ultima annotazione, ma essenziale, ritengo, per chi ami comprar vino e metterselo in cantinetta: l'Amarone del 2006 non è generalmente fatto per invecchiare. La scarsa acidità (e il ph alto) non aiutano. Ed è dunque vino tendenzialmente pronto da bere molto presto. Orizzonte temporale della maturità sui tre-cinque anni, direi. Lo si tenga presente, così come si tenga presente che gran parte dei vini che son stati messi in assaggio all'Anteprima uscirà comunque sul mercato solo dopo l'estate, e più spesso ad autunno inoltrato.
Finisco con qualche riga dedicata ad uno dei 66 vini tastati. Quello che più m'ha impressionato per la sua capacità di raccontare l'annata. Un benchmark del 2006, un punto di riferimento della stagione, della vendemmia così come l'ha raccontata Accordini a una sala gremita di giornalisti e blogger di mezzo mondo. Un Amarone ancora in vasca, e dunque da riprovare quando sarà in bottiglia. Ma già da ora da tenere bene annotato, a mio avviso.
Il resto lo scriverò nelle prossime ore. Intanto, contentatevi. E dei vini già in bottiglia parlerò in un altro intervento.
Amarone Classico da botte 2006 Terre di Leone
Floreale e fruttato al naso, elegantemente attraente. In bocca è setoso più che vellutato. Morbido senza essere stucchevole. La dolcezza si innerva di vene speziate piuttosto evidenti, con la cannella in rilievo. Dolce e speziato, dunque, e con tracce di cioccolato al latte. Morbido, dicevo, ma bevibile, ed è bella cosa. Dattero e carruba. Tabacco dolce da pipa. Nel bicchiere cresce ed evolve. Vino rilassato e rilassante. Se il 2006 è come l'ha descritto Accordini, questo è un Amarone del 2006 senz'alcun dubbio. Me ne prenderei una bottiglia.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

Valpolicella Classico Superiore Ripasso Zane 2004 Carlo Boscaini

Angelo Peretti
Direi che è improbabile che mi si iscriva d'ufficio nel club dei fan del Ripasso, il rosso che in Valpolicella si fa con la rifermentazione, l'arricchimento, il restyling - scegliete la definizione che più vi aggrada - d'un vino "d'annata" sulle vinacce "calde" dell'Amarone (o del Recioto, ma questo ormai è una mosca bianca).
Perché credo che in Valpolicella si possa fare del buon vino da uve fresche e da uve appassite, ma il mezzosangue o il sangue misto sia ostico da impostare. Anche se capisco: facessi vino io da quelle parti e avessi il mercato che tira in quella direzione, oh, se lo produrrei anch'io il Ripasso, contateci.
Detto questo, a non andarmi a genio del Ripasso erano un tempo neppure troppo lontano certe sensazioni tipicamente ossidative e ora cert'interpretazioni decisamente amaroniste, e intendo con ciò il mix di polpa, alcol e zucchero. Il che non vuol dire che non si possa trovare equilibrio, almeno pro futuro.
E con la premessa ho finito. Ma era premessa che andava fatta perché mi son stupito di me stesso vedendomi bere a tavola uno di questi ultimi giorni - ero al Covolo, il ristorante di Adelino Molinaroli, a Sant'Ambrogio di Valpolicella - ben due, dico due, bicchieri del Ripasso di Carlo Boscaini.
Che cosa aveva di speciale 'sto Valpo ripassato? Boh, e chi lo sa? Aveva che si faceva bere, e tanto mi basta.
Intendo: probabilmente in degustazione "tecnica" non ne sarei magari rimasto impressionato, ma a tavola, con la tagliatelle al tartufo era piacevolissimo. Eppure aveva netta la sensazione dell'appassimento, ed era caldo d'alcol, e in genere non amo quest'impressione.
Sarà stato, ritengo, che non voleva essere ruffianetto e perfettino e dolcino, ed anzi si manifestava in un certo qual senso vino decadente, con quella spezia e il fiore essiccato e una terrosità d'effetto.
Insomma, ripeto: a tavola me lo son bevuto volentieri. Se vi capitasse, provatelo.
Due lieti faccini :-) :-)

29 gennaio 2010

Soave Classico Staforte 2005 Prà

Mario Plazio
Con lo Staforte, Graziano Prà ha voluto esplorare una terza via per il Soave. Quella dell’equilibrio. Senza uso di legni o di concentrazioni esasperate.
Forse è finalmente morta e sepolta (almeno lo speriamo in cuor nostro) la rincorsa ai vini sferici e muscolari, magari tagliati con dosi non proprio omeopatiche di chardonnay, maturati in legno e che al primo bicchiere già avevano stufato.
La garganega, a modesto parere di chi scrive, mal si presta al legno, tantomeno a quello piccolo e nuovo. La delicatezza delle sfumature di questo vitigno soccombe quasi sempre (salvo rare eccezioni) alla prepotenza del rovere.
Lo Staforte (etichetta uscita credo per la prima volta nel 2004) dovrà mostrare nello scorrere degli anni di saper evolvere e diventare sempre più complesso. Senza rinunciare alla sua identità.
Il naso si caratterizza per le note agrumate di bergamotto, alle quali si affiancano aromi di linfa, erbe e ananas victoria.
Al palato scorre senza essere troppo pesante, impressiona per la consistenza riuscendo al contempo a dare l’idea della eleganza.
Il finale porge sentori minerali e si allunga per molto tempo. Sicuramente questo 2005 non ha ancora detto tutto quello che può dire.
Sarà senz’altro interessante assaggiarlo tra qualche anno, quando sarà nel pieno della maturità.
Due faccini :-) :-)

28 gennaio 2010

Lo spumante è morto, finalmente

Angelo Peretti
Devo - ancora una volta - ad un protagonista e attento osservatore della comunicazione vinicola come Franco Ziliani la lettura di un interessantissimo testo pubblicato sul finire dell'anno sul sito del Vinitaly. Mica un sito qualunque. Confesso che non l'avevo visto prima. E ne son rimasto piacevolmente sorpreso. Dice, quella nota comparsa sul portale della fiera scaligera, che lo spumante "è una parola morta, non esiste più". Affermazione perentoria.
Spiega poi il motivo per cui la si reputa defunta, la parola spumante: "Perché è banalizzante; non si può fare di tutta un'erba un fascio, con dentro il dolce Asti, il fresco Prosecco e il più complesso Franciacorta. Meglio parlare di denominazioni, che valorizzano le specifiche metodologie di produzione, le aziende vitivinicole, le aree a vocazione spumantistica. Un valore aggiunto e di fatto una marcia in più anche nelle vendite all'estero dove è evidente che il vino vada trattato per zone d'origine".
Si badi, a formulare pareri del genere non è un qualunque Carneade dell'ampia platea dei comunicatori vinicoli o sedicenti tali, bensì addirittura quel Maurizio Zanella che è ora presidente del Consorzio di tutela del Franciacorta e leader di Cà del Bosco. Uno che di vini con le bolle se ne intende parecchio, insomma.
Eggià, dichiarazione importante. Piantiamola di parlare genericamente d'italico spumante, magari per farci grossolanamente e iperprovincialmente belli affermando che "lo spumante italiano ha superato lo Champagne". Ché proprio in boutade di questo stampo s'annida una contraddizione grossa come una casa: lo "spumante italiano" non esiste proprio per niente. Del resto, i produttori francesi, che sulle bollicine qualcosa da dire ce l'hanno da qualche secolo, ormai, se ne guardano bene dal parlare di "spumante francese" o di "champenoise". Macché. Se è Champagne dicono Champagne, se è Crémant d Bourgogne dicono Crémant de Bourgogne, se è Blanquette de Limoux dicono Blanquette de Limoux. Prima di tutto il terroir e l'appellation che lo rappresenta, parbleu!
Ecco, cominciamo a imparare. Se è Franciacorta diciamo Franciacorta, se è Trento diciamo Trento (macché TrentoDoc - si dice così?), se è Asti diciamo Asti. Saremo mica orgogliosi di noi stessi solo quando mettiamo insieme fittiziamente tutto il nostro frizzantino per annunciare d'avere spezzato le reni allo Champagne, vero?
C'è orgoglio malato e orgoglio sano. Dichiarare il nome del vino della propria terra è orgoglio sano. E anche sana regola di marketing, che non guasta.

27 gennaio 2010

Kalterersee Auslese 2007 Kellerei St, Pauls

Angelo Peretti
Ora, sia come sia, piaccia o non piaccia la parola, gli è che del vinino coniato su quest'InternetGourmet se n'è parlato abbastanza in giro per il web. E durante le feste natalizie ormai passate da un bel po', fra le tante bottiglie che ho stappato, di vinini extralusso ne ho incontrato uno: una schiava altoatesina, un Kalterersee Auslese (Lago di Caldaro scelto) della Cantina produttori di San Paolo, o meglio, della Kellerei St. Pauls. Annata, si badi bene, 2007, alla faccia di chi è convinto che il vinino debba essere per forza bevuto in fasce.
Ordunque, trattasi di schiava dal colore tipicissimamente palliduccio, ed è gran bella cosa.
Eppoi al naso ecco il fruttino e la spezia, esattamente come t'aspetti, e con perfetta pulizia.
E in bocca di nuovo la succosità del fruttino e la seduzione speziata e una freschezza che ti fa salivare e t'invita a bere di nuovo.
Lunghezza ce n'è fin che si vuole. Ed eleganza.
Adorabile vinino.
A proposito: sul collare c'era incollato un bollino che diceva che il vino aveva vinto la Vernatsch Cup del 2008, il concorso delle schiave sudtirolesi. E benedetto sia quel concorso, dunque.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

26 gennaio 2010

Olio Extravergine di Oliva Garda Orientale 2009 Consorzio Olivicoltori Malcesine

Angelo Peretti
Se prendete la funivia che da Malcesine porta sul monte Baldo, vedrete, man mano che salite, una grande distesa d'olivi. Vecchi, vecchissimi a volte. S'inerpicano su per il fianco della montagna, fin dove il bosco (o il bullo) non prende il sopravvento. Olivi quasi tutti di casaliva, la varietà che si coltiva da queste parti, alto lago di Garda. Olivi che coltivarli è difficile e raccogliere di più.
A Malcesine gran parte degli olivicoltori - quasi tutti part time, gente che ha il bar o l'albergo o che fa l'artigiano - è socio del Consorzio, che ha la sede nella frazione di Navene e il frantoio al Campo. Il Consorzio ha sempre fatto buon olio, ma negli ultimi anni i passi in avanti sono stati notevolissimi, e adesso mi spingo a parlare non di buono, ma di ottimo per l'extravergine a marchio dop del 2009. Gran bell'olio.
Ha un colore verde chiaro brillante, con vene pastellate, fascinoso.
All’olfatto propone un freschissimo fruttato di oliva, intriso di memorie erbacee.
In bocca da subito si avverte un indovinato mix di dolce e di amaro, con le sensazioni vegetali che si distendono con eleganza. Gradualmente la conduzione vira con crescente intensità verso l’amaro del cardo e del carciofo, sospinti da una lieve e ben modulata piccantezza. Il lunghissimo finale mette assieme il pomodoro maturo e la frutta secca, con la noce e la nocciola in rilievo e una tannicità ben modulata.
Notevole.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

25 gennaio 2010

Gattinara 2001 Antoniolo

Mario Plazio
Nel corso di una degustazione di vini triplamente bicchierati al Lingotto di Torino (era la presentazione della Guida ai Vini d’Italia del Gambero Rosso), mi sono imbattuto in un vino che mi è rimasto profondamente impresso nella memoria. Si trattava di un Gattinara, credo il cru Osso San Grato, di Antoniolo. L’annata non la ricordo, non è questo l’importante. Quel che mi colpì fu la sensazione di aver ritrovato fuori dalle Langhe alcuni di quegli aromi e di quei sapori che ormai da anni faticavo (e fatico) a trovare in molti dei Baroli più blasonati.
Già, perché da quelle parti (intendo nelle Langhe) ci vanno giù pesante con tecniche di cantina volte ad ottenere un frutto immediato, tannini più docili e vini in fin dei conti pronti subito da bere.
Certo non sarò io a dire che hanno sbagliato: il mercato ha reso moltissimi vignaioli ricchi e famosi. Pochi di loro credo rimpiangano gli anni in cui non si vendeva una bottiglia di Barolo nemmeno a regalarla.
Da consumatore devo però dire che certe pratiche hanno contribuito ad omologare le bottiglie, tutte figlie di standard produttivi che alla lunga rischiano di soffocare il mercato. Troppe etichette, troppa ripetitività, scarsa aderenza al territorio. Certi vini non ti viene proprio voglia di berli, e men che meno di comprarli (complice anche il prezzo).
Il base di Antoniolo mi predispone bene già dal colore, di quelli di una volta.
Il naso respira la terra e le radici, poi odora di china, di buccia d’arancio fino a sfumare in cenni di ferro e sangue.
L’ottima annata si rivela al palato, dove ogni elemento è al suo posto e concorre a formare un insieme vibrante e vivido senza alcuna concessione a inutili modernismi.
È buono da subito. Sarà magnifico anche tra parecchi anni. Alla faccia di chi continua a dirci che certe uve vanno “domate” e che gli spigoli vanno smussati altrimenti il nebbiolo non si può bere.
Un consiglio: andatevi a cercare i cru, ne vale davvero la pena.
Ultima annotazione: la bottiglia costa intorno ai 7 euro in cantina. Soldi ben spesi.
2 faccini molto lieti :-) :-)

24 gennaio 2010

Siamo su Internet Yellow Pages

Angelo Peretti
Che volete: certe cose fanno piacere, magari ti tirano su il morale in certi giorni un po' grigi. Qualche sera fa, in libreria, ho trovato la nuova edizione di Internet Yellow Pages, la guida alla rete curata da Lucio Bragagnolo per Tecniche Nuove. Un volume di più di seicento pagine. E alla sezione Cucina ci ho letto la scheda di questo mio InternetGourmet.
Fa piacere, molto. Anche perché i siti d'enogastronomia citati e recensiti non sono un'enormità, e così mi ritrovo in compagnia di colossi & mostri sacri come Slow Food, il Gastronauta di Davide Paolini, Gianfranco Vissani, Gualtiero Marchesi, Peck o i consorzi di tutela del Parmigiano Reggiano o del Prosciutto di San Daniele.
Un grazie dunque e Bragagnolo, a Tecniche Nuove e a quanti - e sono sempre di più - mi leggono, regalandomi la loro attenzione.
Lucio Bragagnolo - cito testualmente dal sito di Tecniche Nuove - "si occupa di Internet dai primissimi anni Novanta, quando è stato cofondatore di Internet On-Line, la primissima testata cartacea in Italia dedicata alla Rete. Giornalista e divulgatore specializzato in informatica e nuove tecnologie, vive e lavora nell’hinterland milanese, dal quale scrive regolarmente su carta e web per varie testate come Macworld Italia e il Corriere del Ticino".
Quanto al volume, Tecniche Nuove lo presenta così: "Le Internet Yellow Pages ambiscono al ruolo di 'guida gastronomica' per Internet e segnalano i siti di maggior valore per la consultazione e la visita anche occasionale. Il libro non è un catalogo dei siti e neanche un omaggio alle aziende o alle organizzazioni: il sito viene segnalato se merita, indipendentemente dalla firma più o meno prestigiosa che porta. Al centro dell’opera sta la presentazione dei siti stessi, a ognuno dei quali viene riservata una recensione. Oltre al commento scritto sono presenti indicazioni grafiche che mostrano immediatamente certe caratteristiche importanti del sito, come l’offerta di commercio elettronico o il rispetto dei requisiti per la visione e l’utilizzo da parte dei diversamente abili. Al termine di ciascuna scheda il sito riceve infine un voto su sei 'materie', dalla facilità di navigazione alla coerenza ed eleganza grafica. I siti sono stati divisi in 29 categorie e in questa nuova edizione sono state aggiunte: Social Network, Religione e Filosofia. La categorizzazione consente una facile individuazione dei siti di proprio interesse. Completa l’opera un 'avantielenco' che porta rapidamente ma in modo esauriente il lettore neofita dentro il mondo di Internet, con le informazioni di base per entrare in Internet e fruire efficacemente delle informazioni contenute nella guida.
Il libro si trova in qualunque libreria discretamente fornita, ma si può ovviamente acquistare anche on line: costa 24,90 euro.

23 gennaio 2010

Adoro l'uovo nero!

Angelo Peretti
Non è la prima volta che scrivo di Leandro Luppi e della sua trattoria Vecchia Malcesine, primo ristorante della riva veronese del lago di Garda ad aver ottenuto la stella dalla guida Michelin. Non è la prima volta, ma ci torno su perché ieri sera mi ha nuovamente stupito. Come a certe squadre di calcio, la pausa invernale (ha appena riaperto) gli ha fatto un gran bene, non perché prima avesse qualcosa che non andava, ma perché nella nuova lista ho trovato delle cose davvero eccellenti. Insomma: un altro passo avanti, secondo me.
Le racconto velocemente qui di seguito, le "cose" portate in tavola.
Tonno del Garda e fagioli con pane rosmarino e limone e radicchio tardivo. Una specie di gioco, come usa Leandro. Il tonno in realtà è carpa, Sotto, i fagioli dell'occhio e quelli neri messicani. A parte, il radicchio tardivo saltato in padella con l'aceto. Sapori decisi. Merita.
Zuppa di spinaci e parmigiano con uovo croccante e gelato al tartufo. Da fuori di testa. Un piatto di un'eleganza considerevole, col gelato al tartufo (tartufo vero, intendo) che fa da contrappunto all'uovo. Da applauso.
Crema di patate con ravioli fritti di burrata e caviale. Il termine giusto è, ancora, eleganza. Gioca sulla dolcezza.
Tortelli di lumache con gamberi e aglio orsino. Il tocco finale erano delle code di gambero crude depositate sui tortelli. Un contrasto armonioso. Altro bel piatto.
Trancio di luccio al pino mugo con zucca, arance e cioccolato. Piatto "estremo", col cioccolato che viene contrastato dall'acidità dell'arancia, mentre il mugo che esalta il sapore del luccio.
Trilogia di lago e frutta: lavarello banana e olive, luccio mango e curry, tinca e caffè. Be', tinca e caffè è un accostamento che non t'aspetteresti, eppure dopo averlo provato ti sentiresti da dire che è "naturale" che i due ingredienti stiano insieme. Notevolissimo.
L’uovo nero (baccalà). Preso perché mi incuriosiva il nome: l'uovo nero. In realtà, una sfera di baccalà mantecato, colorato col nero di seppia, su un letto cremoso di polenta bianca. Non vedo l'ora di tornare a riprovarlo, e stavolta ci metto assieme uno Sherry secchissimo.
Il dessert - comprendetemi - non ce l'ho proprio fatta a prenderlo.
La foto qui sopra è quella che campeggia in sala.

30-31 gennaio 2010: Amarone in Anteprima 2006 a Verona

Sabato 30 e domenica 31 gennaio 2010 si svolge a Verona, presso la sede dell' Ente Fiera di Verona - Sala Margherita, la presentazione dell'annata 2006 dell'Amarone della Valpolicella. "Amarone in Anteprima 2006" vedrà, come nelle edizioni dedicate alle precedenti annate, la partecipazione di numerosi produttori valpolicellesi.
Il programma prevede la degustazione per il pubblico con biglietto di ingresso (10 euro) sabato 30 gennaio dalle ore 16.00 alle 19.00 e domenica 31 dalle ore 10.00 alle 18.00.
Di seguito alcune notizie diramate dal Consorzio di tutela del Valpolicella: "Secondo le indiscrezioni uscite dalla commissione del Consorzio che si è riunita venerdì 15 gennaio scorso per degustare e delineare il profilo dell'annata, il 2006 ha caratteristiche molto interessanti, ma diverse dal 2005, che evidenziano il segno del territorio rispetto al metodo di produzione. Il bilancio di mercato del 2009 è soddisfacente: nonostante il rallentamento delle vendite agli inizi dell'anno, i mesi successivi hanno dato risultati migliori rispetto al 2008. Un'ottima notizia per tutti i produttori che nel frattempo avevano deciso di autoridurre la quantità di uve a riposo destinate all'Amarone del 30% per mettersi al riparo da sovrapproduzioni e conseguenti cali di prezzo. Il 2009 sarà ricordato per due tappe importanti. Il conseguimento della denominazione di origine controllata e garantita (docg) per l'Amarone, vino tra i più grandi dell'enologia italiana (e anche per il Recioto della Valpolicella) e per l'ambito riconoscimento di 'Regione Vinicola dell’anno 2009' dall’autorevole rivista americana Wine Enthusiast".
Info sul sito www.consorziovalpolicella.it

La capsula e il coltellino: l’ottusa difesa delle consuetudini

Angelo Peretti
Oh, bene. Di capsula a vite se ne parla. M’ha fatto piacere che sulla riflessione che ho cercato di mettere in piedi sulla questione dell’imbottigliamento in screwcap siano intervenuti con propri scritti su questo mio InternetGourmet prima Andrea Pieropan, figlio di Nino, genio del bianco soavese, poi Aldo Lorenzoni, che è il direttore del Consorzio del Soave, e quindi un degustatore che stimo come Mario Plazio. Spazio ce n’è: fatevi avanti.
Di mio, nell’ultima manciata di giorni ho ribevuto due bianchi incapsulati che m’erano piaciuti molto, e li ho trovati perfettissimamente uguali a come li ricordavo: il Sauvignon 2005 di Cloudy Bay, spettacolare nelle sue memorie di frutta esotica e in quelle sue vene di salvia e di mentuccia, e la Garganega Camporengo 2008 della Fraghe di Matilde Poggi, vino sorprendente, che è mix intrigantissimo di pompelmo e d’idrocarburo e di freschezza nervosa. Non ho dubbi: fossero stati in sughero, quei due bianchi del cuore non li avrei ritrovati esattamente nel pezzo di strada su cui li avevo lasciati mesi prima, non avrei ripreso il filo del discorso da dove l’avevo interrotto: come se fra una bottiglia e l’altra, anziché mesi fossero trascorsi minuti. Il merito è sì del vino ben fatto, ma è anche dello Stelvin, sissignori, di questa chiusura che ti fotografa un bianco e te lo lascia intatto a lungo. Il sughero non ce la farebbe a scattare quell’istantanea. Perché ci metterebbe probabilmente del suo, complicherebbe i profili, cambierebbe gli scenari.
La capsula a vite apre invece prospettive inedite, e per me affascinanti. Sui bianchi, certo. Sui rossi magari ho dei dubbi, o quanto meno non ho al momento esperienze d’interesse da raccontare.
Il problema è sempre quello: la resistenza al cambiamento. Da parte dei ristoratori, degli enotecari, dei baristi e sommelier. Che si mettono in mente che se il vino è avvitato, allora il cliente lo rifiuta. Ma quando mai? Se lo mettono in mente loro, mica il cliente.
Conto un aneddoto. M’è capitato di recente in un ristorante bresciano. Trovo (incredibilmente) un gran bianco in carta. Lo chiedo. L’uomo di sala (mica lo posso chiamar maitre) mi dice, imbarazzato, che sì, quello “era” un gran vino e gli piaceva, ma adesso l’hanno messo in tappo a vite... Capito? È stato lui a “rifiutare” il vino, mica il cliente, mica io. E son convinto che sia così in un grande numero di casi. Per inciso, quando poi la bottiglia me l’ha portata, ha provato ad aprirla rompendo uno dopo l’altro i “dentini” dello Stelvin con il coltellino del cavatappi. Col coltellino! Pazzesco.
A me piace tanto, invece, quel gesto d’apertura dello screwcap: capsula impugnata con la sinistra, mano destra sul fondo della bottiglia, e si ruota con decisione la destra, con brevissima torsione. Come per lo Champagne. Lo trovo elegante. E pratico: niente plastiche e pezzetti di legno che s’infilano nel collo della bottiglia e poi nel vino.
Ma di fronte all’ottusa difesa delle consuetudini, è battaglia dura.

22 gennaio 2010

Soave Classico 2004 Coffele

Mario Plazio
Da sempre provo ammirazione per i vini della famiglia Coffele. I loro bianchi sono sempre un connubio di territorialità e perfezione formale, senza per questo cadere nella trappola del tecnicismo.
Sorpresa fu scoprire una prima bottiglia del Classico 2004 che consegnava un vino piuttosto stanco e fuori forma, evoluto e per niente riconoscibile. Più volte mi è capitato di bere il loro “base” a distanza di anni e di trovarlo molto intrigante. Ho così aperto una seconda bottiglia e, magia, ho magicamente ritrovato quello che mi aspettavo.
Un profumo di Soave didattico, raffinato e quasi pungente nella sua inattesa freschezza. Non è affatto scontato credetemi, trovare complessità e facilità di beva in un vino nato per essere consumato entro poco tempo. L’età invece gli ha giovato, ci trovo addirittura accenni di mare e sale, di pera e agrumi.
Al palato la florealità conduce ad una beva esemplare (per la categoria di appartenenza) per pulizia e coerenza.
Tutto è bene quel che finisce bene. Sorge però spontanea una domanda: quando cominceranno i produttori a convincersi dei benefici dei tappi a vite? Quante, troppe, volte giudicheremo in maniera severa un vino a causa di deviazioni indotte dai tappi in sughero? Appoggio senza riserve quindi la campagna di Angelo a favore dei tappi Stelvin.
Meditate produttori, meditate…
Due faccini :-) :-)

21 gennaio 2010

Soave e tappo a vite

Aldo Lorenzoni
La vivacità nel dibattito attorno all’uso del tappo a vite, e soprattutto la serie quasi unanime dei pareri favorevoli verso questa chiusura, mi spinge ad alcune considerazioni che ritengo utile condividere. Se oggi è possibile, almeno per il Soave doc, il confezionamento con il tappo a vite, è solo perchè già nel 2004-2005 nell’ambito del Consorzio è stata attivata una importante riflessione analizzando con attenzione ciò che stava accadendo sui mercati, soprattutto quello inglese.
Ricordo che allora non erano molti i produttori ed i comunicatori favorevoli a questa soluzione. La relazione comunque presentata dal Consorzio al Comitato Tutela Vini era così dettagliata e convincente che l’iter non ha avuto particolari problemi; anzi, la stessa relazione è stata spesso clonata da altre realtà produttive per ottenere la stessa possibilità. Il mercato ha da subito dato ragione a questa nuova chiusura superando facilmente quelle barriere mentali più evidenti nei paesi produttori e che sembravano legare indissolubilmente il concetto di qualità del vino solo ad un particolare confezionamento.
Da quella data sono state molte le aziende che si sono confrontate con questa chiusura, tanto che alcune hanno richiesto questa opportunità anche per il Soave classico. Questo al momento, come sappiamo, non è ancora possibile essendoci l’obbligo del tappo raso bocca per i vini caratterizzati da sottozone. Va comunque sottolineato che questa chiusura sembra avere sempre più successo se su 40 campioni di Soave prelevati nelle ultime settimane sul mercato europeo, nell’ambito di specifici progetti di tutela ed analizzati dal Consorzio, ben 10 bottiglie utilizzavano come chiusura lo stelvin.
Posso anche confermare che questi vini in relazione all’annata di produzione manifestavano una particolare freschezza. Purtroppo nella stessa degustazione abbiamo registrato almeno 5 bottiglie rovinate da un tappo di sughero difettoso.
Direi che anche questa breve (ma non esaustiva) nota sul tappo sottolinea alcune importanti azioni poste in essere dal Consorzio: attenzione all’evoluzione del mercato, indirizzo delle regole produttive, monitoraggio delle produzioni, azioni di informazione ai produttori ed ai consumatori.
Sono questi alcuni dei compiti storici dei consorzi, riconfermati con ancor più forza nel nuovo decreto legislativo che sostituirà la 164 del 1992.
Un esempio concreto di cosa possa fare il Consorzio nell’interesse di tutti gli utilizzatori della denominazione... anche non soci.

20 gennaio 2010

Champagne Grand Cru Tradition Brut Delavenne

Angelo Peretti
Sessanta pinot nero, quaranta chardonnay, è lo Champagne base, se non sbaglio, fra quelli targati Delavenne. Ed è comunque un bel bere, piacevolissimo. Da aperitivo, certo, ma anche da mettere in tavola: se la cava egregiamente.
Classicissimo, direi, con quelle sue sensazioni di crosta di pane appena sfornato, di nocciola, di fruttino di bosco.
In bocca è fatto di crema. Velluto. E ci trovi la crostata all'albicocca, e ancora la nocciola. Ed ha una bella persistenza.
On line lo si acquista intorno ai 23 euro.
Due lieti faccini :-) :-)

19 gennaio 2010

Riso amaro

di Mauro Pasquali
È proprio vero che non bisogna mai abbassare la guardia! Abbiamo appena fatto in tempo a portare a casa una legge (finalmente) degna di questo nome sull'etichettatura dell'olio d'oliva e la tutela del consumatore, che lo stesso problema ci si ripresenta, quasi identico, con il riso.
Un disegno di legge, a primo firmatario Roberto Rosso, deputato torinese del Pdl, ma che ha già ottenuto alla Camera dei Deputati il voto favorevole o l'astensione di tutti i gruppi politici, prevede che, a causa dell'aggiornamento delle norme sull’etichettatura del riso, sarà possibile di non indicare con esattezza la varietà (vialone nano, carnaroli, arborio, ecc.) e l'origine del riso contenuto nel pacchetto, ma solamente la sua granulometria, cioè le sue dimensioni, e le sue caratteristiche biomediche. Non importa, quindi, la varietà della pianta da cui è nato il riso, ma quanto grande o perfetto è il chicco.
Un grande assist all’industria e ai grandi confezionatori e commercianti, che potranno utilizzare riso di qualità inferiore e, magari, proveniente dai paesi asiatici, al posto di prodotti qualitativamente superiori ma più costosi da produrre. Facciamo un esempio: se questo legge passasse anche in Senato, sarà possibile vendere confezioni di riso non già contenenti un'unica varietà, come oggi avviene, bensì inserire in un’unica confezione varietà similari per caratteristiche e parametri biomedici, per esempio raggruppare l'eccellente carnaroli (più costoso da produrre) con il karnak, varietà simile, più coltivata, ma meno pregiata e con scarso valore in cucina.
Un grande passo indietro per le garanzie ai consumatori e la difesa della rintracciabilità dei prodotti italiani.
Ancora una volta, con l'alibi di recepire direttive comunitarie (ricordate il caso delle banane o delle carote e della loro pezzatura minima imposta per legge? Come se la qualità di un prodotto si misurasse in centimetri!) si cerca di far passare una legge che va in direzione diametralmente opposto alla tutela della biodiversità e della qualità dei prodotti agroalimentari.

18 gennaio 2010

Vigneti delle Dolomiti Masetto Nero 2006 Endrizzi

Angelo Peretti
Da quand'è entrata in vigore in Europa la nuova ocm (leggasi organizzazione comune di mercato) del vino, che di fatto assimila, sotto l'unitario cappello della denominazioni protette, sia i doc che gli igt, credo sia buona cosa declinare per esteso nello scriver di vini anche l'indicazione geografica. Le guide di settore di solito non lo fanno: se un vino è a doc (o a docg), scrivono per esteso la denominazione, mentre se è a igt, omettono l'indicazione geografica. Penso sia arrivata l'ora di cambiare: sul versante europeo, ormai una igt è assimilata a una igp d'altri generi merceologici diversi dal vino, ormai, e dunque perché non scriverla?
Comincio (a dare il buon esempio?) con quest'igt Vigneti delle Dolomiti, che è indicazione tridentina. Un rosso fatto da un mix di merlot, cabernet sauvignon, lagrein e teroldego: insomma, la viticoltura internazional-bordolese unita in sposalizio con quella autoctona del Trentino. E se nell'aprire la bottiglia - leggendo degl'internazionali - avevo un certo qual timore di trovarmi di fronte a un rosso in stile globalizzante, all'assaggio mi son lietamente ricreduto. Ché quest'è vino che ha bella beva e gioca anche sull'eleganza del fruttino più che sulla polpa.
Ha la ciliegia, il ribes, il mirtillo. Dell'affinamento in legno ti resta sottile memoria, per nulla invadente, in una lieve speziatura vanigliata, che ben s'unisce al frutto. Ha morbidezza, certo, ma anche bella freschezza. Così al primo bicchiere ne segue presto un secondo.
Due lieti faccini :-) :-)

17 gennaio 2010

Rheingau Riesling Kiedrich Gräfenberg Spätlese 2007 Robert Weil

Angelo Peretti
Pensatela come volete, ma personalmente credo ci sia una sola tipologia di vini per la quale si può in qualche modo gridare al miracolo, e sono quei Riesling tedeschi che sanno mettere insieme frutto, freschezza, dolcezza, mineralità, leggerezza alcolica e beva, in un incredibile mix che raggiunge standard d’eleganza impensabili altrove, quasi che gli spigoli, quando in equilibrio tra di loro, sappiano dare assoluta armonia.
Come un'orchestra ben condotta, come i colori d'una tela impressionista.
Che poi non ti ci fai neppure l’abitudine a queste straordinarie quadrature del cerchio e almeno io ogni volta resto stupefatto del mio stupore quand’ho nel bicchiere un grande Riesling.
Ecco, questo Riesling Spätlese del 2007 è un grande bianco che ho avuto la fortuna di bere per due volte di fila nel giro di pochi giorni.
Bere, mica assaggiare.
Appena 8 gradi d’alcol, dolcezza ben vivida epperò assolutamente integrata, freschezza che ti fa perfino salivare, intriganti vene d’idrocarburo, un’abbinabilità clamorosa anche coi piatti più impegnativi.
Mica scherzi: un gioiello, che avrebbe potuto aver vita molto, molto lunga ancora dentro la bottiglia.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

16 gennaio 2010

Ma chi l'ha detto che il Moscato non invecchia? Sei annate di Vigna Vecchia di Cà 'd Gal

Angelo Peretti
Ecco, questa è una di quelle occasioni che non ti capitano mica tutti i giorni: una verticale di Moscato d'Asti. Che nessuno si scandalizzi: sì, il Moscato astigiano può invecchiare, e anche un bel po' d'anni. Se è ben fatto, ovviamente.
La mia verticale l'ho fatta da Cà 'd Gal, l'azienda d'Alessandro Boido, uno dei migliori moscatisti in circolazione, in frazione Valdivilla, comune di Santo Stefano Belbo. Stappate, una in fila all'altra, sei annate, fra il 2008 e il 1999, del Moscato d'Asti Vigna Vecchia. Entusiasmante, e sotto racconto.
Ma prima qualcheduna - giusto un assaggio - delle cose che mi ha raccontato Alessandro, personaggio esuberante, che quanto prende a parlare è un fiume in piena. E magari si mette a discorrere del problema del "grasso" del Moscato. Dicendo così: "Sono partito fra l'89 e il '90. Giacomo Bologna mi ha fatto conoscere al mondo. La gente assaggiava il Moscato e diceva: 'Buono, ma ci vorrebbe un po' di grasso'. Ho dovuto ragionarci sopra. Poi ho capito che per grasso intendevano zucchero. Ma da noi lo zucchero non è invadente, abbiamo Moscati che dopo due-tre mesi vanno verso il secco. E allora come facevo a farlo più grasso? Mi sono ricordato del nonno, quando mi faceva fare le merende col Moscato, e mi sono detto: 'Percorriamo l'altra faccia del Moscato'. L'altra faccia è la maturazione avanzata in vigna".
Poi, eccoci alla scelta di far due Moscati: il Lumine, che è buonissimo, e il Vigna Vecchia, che si chiama così perché viene da piante che adesso sono sui cinquantacinque anni e sono dentro un vallone "che ha le ali - mi ha raccontato - che tendono a diventare asciutte e il fondo che non asciuga mai". E dunque quell'ettaro di valle ("quello là è il Moscato bianco di Canelli, ne sono sicuro" dice) ci si è messi a vinificarlo a parte, "raccogliendo l'uva quando il 4-5 per cento degli acini comincia a raggrinzire".
Ne fa, di Lumine (8,50 euro la bottiglia), un 50mila bottiglie l'anno. Il Vigna Vecchia (12 euro) è prodotto annualmente in 5333 bottiglie e di queste, 1000 vengono messe da parte e vendute in cassettina di legno cinque anni dopo: la cassetta da tre bottiglie costa 85 euro, e te ne dà al massimo una. Anche questo è marketing. Ma serve a far capire meglio che il prodotto è di quelli che valgono. A proposito: il Vigna Vecchia esce già maturo, nel settembre successivo alla vendemmia, dopo quasi un anno, e anche questa è una scelta controcorrente.
Ora, i vini tastati (non scrivo del Lumine perché del 2009 ne ho già parlato dicendo dell'anteprima tenutasi a Mango e prima ancora del 2008 ho già detto in una mia recensione settembrina, avendolo casualmente tastato in un ristorante a Barolo).
Moscato d'Asti Vigna Vecchia 2008
Al naso è panettone. Lievito e canditi. Accattivante. In bocca è avvolgente, fruttatissimo, coi canditi che par di masticarli, speziato perfino. Ha freschezza, polpa, lunghezza. Grand'equilibrio. Se dovessi fare un paragone - ma giusto per capirci - dovrei pensare a un Riesling Spätlese.
Moscato d'Asti Vigna Vecchia 2006
Un tripudio di bucce candite d'agrumi. Ma ci avverti anche delle note verdi, e poi pian piano ecco che affiora la speziatura. E poi ancora al palatto ecco che tornano il panettone e il lievito e l'agrume. Ha grassezza e acidità. Sempre per fare una sorta di gioco delle somiglianze, direi che potremmo essere a metà strada fra il Riesling di cui sopra e un Vouvray demi-sec della Loira.
Moscato d'Asti Vigna Vecchia 2005
"Più vado in là con gli anni e più il mio sorriso si amplia" commenta Alessandro. Concordo. Questo 2005, pur da bottiglia non perfettissima, ha profumi complicati: il frutto, la spezia, l'idrocarburo perfino. Vene fumée. E poi i soliti, gradevolissimi canditi. In bocca di polpa ce n'è un bel po'.
Moscato d'Asti Vigna Vecchia 2004
Avanza l'annata e cresce la complessità del vino. Occorre attenderlo un attimo: si apre pian piano. Però poi ecco che sugli agrumi s'innesta la nocciola in un assieme di notevole fascino. E la bocca è cremosa. Direi che qui, sempre per il giochino di cui sopra, siamo proprio nell'area di un grande Vouvray. Alla faccia di chi dice che il Moscato è semplice.
Moscato d'Asti Vigna Vecchia 2003
L'annata caldissima, ricordate? Eppure questo vino è giovanissimo e fresco fin dal colore, che non s'indora, non si carica. Il naso è mineralissimo. Tracce di tè alla pesca. In bocca è freschezza totale. Ed ha tensione. Ha frutto, ricordi di fieno secco, di fiori macerati, e vene officinali. Nocciola. E poi la consueta canditura fruttata. Grande vino, sempre più vicino alle seduzioni di quella parte della Loira in cui si alleva lo chenin blanc. Lo adoro, 'sto vino.
Moscato d'Asti Vigna Vecchia 1999
Appena appena dorato nel collore. Trasmette all'olfatto memorie d'idrocarburi e di frutto surmaturo e di spezia. In bocca è morbida crema pasticcera, con qualche lievissima evoluzione verso lo zabaione. Ma t'impressiona quel frutto stramaturo. Vino elegante. Aristocraticamente decadente. Ha freschezza, dolcezza contenuta, beva assoluta. Mi appare perfino salato, iodato. Magari averne qualche bottiglia...

15 gennaio 2010

Champagne Brut 2004 Deutz

Angelo Peretti
L'ho acquistato, il 2004 della Deutz, quand'ho visto che la Guida Hachette 2010 l'ha premiato col suo coup de coeur. E siccome è una guida di quelle che mi piacciono parecchio - e che seguo - non mi son fatto sfuggire l'occasione. E son contento di averne seguito il consiglio.
"Un Champagne digne de son nom", lo definiscono sul sito internet trasalpino sul quale ho fatto l'acquisto, e concordo in pieno. Ecco, è proprio così, champagnista in toto, ché quand'appena l'hai nel bicchiere e l'annusi, subito dici: "Champagne". Classicissimo. E molto buono.
Fatto per il 60% col pinot noir, per il 30 chardonnay e per il resto pinot meunier, ha colore giallo paglierino e bolla finissima e continua.
I profumi ricordano - tipicamente - la crosta di pane, la nocciola, e poi il fiore essiccato, la torta di mele, la brioche.
In bocca ha polpa e crema assieme: affascinante. E frutto giallo, albicocca. E croissant, e noce e nocciola e mandorla un po' tostata. E morbidezza intrigante.
Si beve e si ribeve con piacere.
On line lo trovate sui 47 euro.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

14 gennaio 2010

Rias Baixas Albariño Granbazán Ambar 2006 Agro de Bazan

Angelo Peretti
Devo a Mario Plazio, ottimo degustatore, grand'esperto di vini francesi e di tant'in tanto anche redattore di qualche scheda che molto volentieri ospito su quest'InternetGourmet, la conoscenza di questo bianco spagnolo. Bel bianco.
Che l'albariño sia uva da tenere in gran considerazione non lo scopro certo io, ma devo dire che quand'ho avuto occasione di berne i bianchi della Rias Baixas spagnola, be', ci ho trovato gran bottiglie. Con quel frutto così croccante e quelle vene minerali che, a tratti, quasi ti ricordano un Riesling.
Ecco, questo Rias Baixas - il Granbazán Ambar del 2006 - l'ho trovato avvincente. Con un frutto, appunto, di una giovinezza straordinaria sia al naso che in bocca. Pesca bianca, albicocca, ananasso. Croccanti.
Ha una stoffa di tutto rispetto, senza perdere in beva, e anzi c'è una freschezza salina che ti fa bere un bicchiere dopo l'altro.
Sul fondo, una sottilissima vena tra iodio e idrocarburo, che non copre ma accentua il frutto.
Vino buonissimo ora, e che probabilmente reggerà molto bene anche qualche altro bell'anno nel vetro.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)