Angelo PerettiChe succede all'Amarone? Il vinone figlio dell'appassimento valpolicellese ha avuto in questi anni il vento in poppa. E il mercato pare resti posizionato sul buono. Con successo di vendita tuttora notevole in America, nel Canada, in Scandinavia, in Giappone. Eppure...
Eppure l'Amarone è il grand'assente dalla top 100 di Wine Spectator, la rivistona statunitense del vino, che dichiara orgogliosamente (e ci mancherebbe!) duemilioni e 476 mila lettori (il dato, certificato, è della primavera del 2008).
Fra i migliori cento vini dell'anno, secondo l'influentissimo wine magazine a stell'e strisce (beccatevi un punteggio oltre i 90 centesimi sulle loro pagine e vedrete gli ordini impennarsi), ci son quindici etichette italiane: sette son toscane (tre Chianti, tre Supertuscan, un Nobile), tre piemontesi (Barolo), due Friulane (bianchi), uno a testa per la Sicilia (un rosso igt), la Campania (una Falanghina) e il Veneto (un Soave). Amarone, non pervenuto.
Ma non basta. L'ultimo numero di Wine Spectator, quello che va da metà dicembre a metà gennaio e riporta la top 100, pubblica anche tre pagine intiere delle "highest-scoring releases of 2008", i vini insomma che han preso le valutazioni più alte sui vari numeri della rivista. E anche lì manca l'Amarone, mentre spopolano toscani e piemontesi, ma non solo.
Ma come, il super-rosso valpolicellista non è il vino preferito dagli yankees come ci han sempre predicato in questi anni? Evidentemente no, almeno per la critica vinicola. Il mercato amaronista continua ad andar bene, pare, ma per vini che giocano sul muscolo e sulla potenza come l'Amarone, la visibilità internazionale è importante. Esser trendy è vitale, ché quest'è soprattutto vino da special occasion. E se Wine Spectator comincia a snobbarti, qualche rischio ci può anche essere. Che stia cambiando la moda?
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