Mauro PasqualiQuesta è una favola e, come tutte le favole, dovrebbe avere un lieto fine. Ma qualche volta anche le fiabe non finiscono proprio così bene. Il finale di questa fiaba non è ancora scritto e forse non lo sarà mai. Ognuno è libero di immaginarlo lieto o triste. Da parte mia vi è, al momento, una grande paura: che il Principe Azzurro non giunga in tempo per svegliare Biancaneve.
Esisteva una volta, sui monti che fanno da confine fra le province di Vicenza e Verona, un'uva che dava un vino aspro, acido, quasi imbevibile. Non per nulla l'uva aveva diversi nomi, ma tutti richiamavano le sue caratteristiche: cagnina, rabiosa, durasena, caina, quasi a voler indicare, e così era, un'uva scorbutica, difficile da trattare e da vinificare. Il vino che se ne otteneva, dicevano i contadini, aveva “garbo”, intendendo con questo non la gentilezza, bensì l'esatto opposto.
Poi arrivarono dei vignaioli che cominciarono a capire la durella e a trattarla meglio. Cominciarono a farla maturare e, soprattutto, cominciarono a vinificarla nel modo che le è più congeniale, spumantizzandola. Sì, perché la durella ha naturalmente un'acidità fra le più alte delle uve conosciute e questo la rende oltremodo adatta ad essere spumantizzata, sia che si produca un metodo classico, sia che si opti per un più veloce charmat.
Queste persone non dimenticarono, poi, che il durello era anche un vino di tutti i giorni, da pasto, e cominciarono, pian piano, a migliorare anche il vino fermo, rendendolo bevibile e gradevole al palato.
E venne la stagione d'oro del Durello: inizialmente tre, quattro produttori, poi, via via sei, sette, dieci. Oddio, non numeri grandi come altre zone, ma pur sempre bei numeri per il Durello. Numeri interessanti anche commercialmente, sull'onda di un prodotto che, finalmente, usciva dal limbo dei pochi appassionati e cominciava a farsi conoscere al grande pubblico. E, soprattutto, un prodotto che manteneva intatte la propria personalità e le proprie caratteristiche.
Poi... poi arrivò qualcuno che cominciò a pensare che, forse, il Durello era ancora troppo “rustico”, con troppa personalità per piacere a tutti e, per poter fare un ulteriore salto di vendite e volle renderlo più “facile”, più internazionale (ahi, ahi, ecco che ricadiamo nel solito vizio italico di inseguire le mode). E il Durello si trovò così, di punto in bianco, ad essere trasformato in una brutta copia di altri prodotti, riducendosi ad essere né carne né pesce. Si trovò a competere con altri spumanti e, nella smania di rincorrerli e di ritagliare per sé uno spazio nel loro mercato, cominciò a snaturarsi, ad ammiccare alla dolcezza, a diventare ruffiano, lui che ruffiano e facile non era mai stato.
E arriviamo ai nostri giorni. Il Durello giace, come Biancaneve, apparentemente morto. Forse arriverà qualcuno che, come il Principe Azzurro risvegliò Biancaneve, risveglierà il Durello e lo porterà a vivere nel suo castello incantato e gli darà nuova vita. O, forse, il principe azzurro, non arriverà mai e Biancaneve si sveglierà attorniata dai sette nani e continuerà, per tutta la vita, a fare da serva ai simpatici minatori.
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