Angelo PerettiDevo - ancora una volta - ad un protagonista e attento osservatore della comunicazione vinicola come Franco Ziliani la lettura di un interessantissimo testo pubblicato sul finire dell'anno sul sito del Vinitaly. Mica un sito qualunque. Confesso che non l'avevo visto prima. E ne son rimasto piacevolmente sorpreso. Dice, quella nota comparsa sul portale della fiera scaligera, che lo spumante "è una parola morta, non esiste più". Affermazione perentoria.
Spiega poi il motivo per cui la si reputa defunta, la parola spumante: "Perché è banalizzante; non si può fare di tutta un'erba un fascio, con dentro il dolce Asti, il fresco Prosecco e il più complesso Franciacorta. Meglio parlare di denominazioni, che valorizzano le specifiche metodologie di produzione, le aziende vitivinicole, le aree a vocazione spumantistica. Un valore aggiunto e di fatto una marcia in più anche nelle vendite all'estero dove è evidente che il vino vada trattato per zone d'origine".
Si badi, a formulare pareri del genere non è un qualunque Carneade dell'ampia platea dei comunicatori vinicoli o sedicenti tali, bensì addirittura quel Maurizio Zanella che è ora presidente del Consorzio di tutela del Franciacorta e leader di Cà del Bosco. Uno che di vini con le bolle se ne intende parecchio, insomma.
Eggià, dichiarazione importante. Piantiamola di parlare genericamente d'italico spumante, magari per farci grossolanamente e iperprovincialmente belli affermando che "lo spumante italiano ha superato lo Champagne". Ché proprio in boutade di questo stampo s'annida una contraddizione grossa come una casa: lo "spumante italiano" non esiste proprio per niente. Del resto, i produttori francesi, che sulle bollicine qualcosa da dire ce l'hanno da qualche secolo, ormai, se ne guardano bene dal parlare di "spumante francese" o di "champenoise". Macché. Se è Champagne dicono Champagne, se è Crémant d Bourgogne dicono Crémant de Bourgogne, se è Blanquette de Limoux dicono Blanquette de Limoux. Prima di tutto il terroir e l'appellation che lo rappresenta, parbleu!
Ecco, cominciamo a imparare. Se è Franciacorta diciamo Franciacorta, se è Trento diciamo Trento (macché TrentoDoc - si dice così?), se è Asti diciamo Asti. Saremo mica orgogliosi di noi stessi solo quando mettiamo insieme fittiziamente tutto il nostro frizzantino per annunciare d'avere spezzato le reni allo Champagne, vero?
C'è orgoglio malato e orgoglio sano. Dichiarare il nome del vino della propria terra è orgoglio sano. E anche sana regola di marketing, che non guasta.
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