Angelo PerettiDirei che è improbabile che mi si iscriva d'ufficio nel club dei fan del Ripasso, il rosso che in Valpolicella si fa con la rifermentazione, l'arricchimento, il restyling - scegliete la definizione che più vi aggrada - d'un vino "d'annata" sulle vinacce "calde" dell'Amarone (o del Recioto, ma questo ormai è una mosca bianca).
Perché credo che in Valpolicella si possa fare del buon vino da uve fresche e da uve appassite, ma il mezzosangue o il sangue misto sia ostico da impostare. Anche se capisco: facessi vino io da quelle parti e avessi il mercato che tira in quella direzione, oh, se lo produrrei anch'io il Ripasso, contateci.
Detto questo, a non andarmi a genio del Ripasso erano un tempo neppure troppo lontano certe sensazioni tipicamente ossidative e ora cert'interpretazioni decisamente amaroniste, e intendo con ciò il mix di polpa, alcol e zucchero. Il che non vuol dire che non si possa trovare equilibrio, almeno pro futuro.
E con la premessa ho finito. Ma era premessa che andava fatta perché mi son stupito di me stesso vedendomi bere a tavola uno di questi ultimi giorni - ero al Covolo, il ristorante di Adelino Molinaroli, a Sant'Ambrogio di Valpolicella - ben due, dico due, bicchieri del Ripasso di Carlo Boscaini.
Che cosa aveva di speciale 'sto Valpo ripassato? Boh, e chi lo sa? Aveva che si faceva bere, e tanto mi basta.
Intendo: probabilmente in degustazione "tecnica" non ne sarei magari rimasto impressionato, ma a tavola, con la tagliatelle al tartufo era piacevolissimo. Eppure aveva netta la sensazione dell'appassimento, ed era caldo d'alcol, e in genere non amo quest'impressione.
Sarà stato, ritengo, che non voleva essere ruffianetto e perfettino e dolcino, ed anzi si manifestava in un certo qual senso vino decadente, con quella spezia e il fiore essiccato e una terrosità d'effetto.
Insomma, ripeto: a tavola me lo son bevuto volentieri. Se vi capitasse, provatelo.
Due lieti faccini :-) :-)
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