Se l’ho capita bene, la parola da ricordare è acrotonia. Si tratta di quell’atteggiamento fisiologico per il quale una pianta tende a privilegiare, nello sviluppo, le sue parti apicali, quelle estreme, più in alto. Succede con le liane. E con le vigne, che sono liane, appunto, e ne hanno l’indole. Voi lasciatela andare, la vigna, e quella s’allunga verso l’alto finché può, finché trova qualcosa a cui abbarbicarsi.
Ecco, il problema è questo: ci siamo dimenticati che le vigne vengono dal bosco, sono liane rampicanti, addomesticate fin che si vuole, ma intimamente sempre selvagge. Le abbiamo volute costringere in spazi ristretti, convinti che piantarne tante e tante, strette l’una all’altra, allineate lungo dei fil di ferro, ci fornisse uve, e conseguentemente vini, di maggior qualità. Applicando il modello bordolese a suoli e climi e culture che con la terra bordolese nulla hanno a che vedere. E così oggi, dopo un ventennio e più di filari e filari, ci troviamo con dei vini che sembrano sempre più delle marmellate alcoliche e con delle vigne che muoiono dopo quindici anni, che disseccano, che vengono attaccate dal mal dell’esca. E si cerca di fare retromarcia.
Della faccenda, che è serissima e sta creando problemi notevoli ai viticoltori di mezz’Italia e più, si è discusso ieri in un convegno di notevole valore presso la sede della Bellavista, griffe di Franciacorta, ad Erbusco. Titolo: “Riflessione sul deperimento precoce dei vigneti italiani”. Relatori, il professor Attilio Scienza dell'università di Milano, eppoi Marco Simonit di “Preparatori d’uva”, Laura Mugnai dell’università di Firenze, il vivaista Peter Gutmann e l’agronomo di casa Fabio Sorgiacomo. In sala, un paio di centinaia di produttori provenienti da mezzo nord Italia. Attentissimi. E ne valeva la pena, di stare attenti.
La questione, se dico esattamente cercando di semplificare al massimo, è sostanzialmente questa: a forza di potare e potare per far stare la vite dentro alle innaturali dimensioni del filare, della spalliera, se ne induce una progressiva e per certi versi rapida morte, di fatto occludendo quelle “tubazioni” naturali che portano vita ai tralci e all’uva. Invece la vigna ha bisogno di svilupparsi, perché tende a scappare, geneticamente memore della sue origini. È la violenza della potatura che costituisce il fattore scatenante dei crescenti fenomeni di essiccamento che si notano nei vigneti. Occorre allora rivedere drasticamente i sistemi di potatura, perché questa sua naturale vocazione non venga soffocata e dunque non se n’abbiano danni irreversibili. Così potremo tornare ad avere vigne che resistono quaranta, cinquant’anni, e costituiscono un patrimonio autentico per una cantina.
Insomma: ci siamo sbagliati tutti, e bisogna far dietrofront. In maniera intelligente, ma bisogna tornare indietro. E rivalutare il valore della potatura: se si taglia correttamente, la vite ha vita lunga, altrimenti muore in fretta. I vecchi l’avevano capito, avevano intuito la “psicologia” della vita e l’assecondavano. Con domesticazioni, chessò, ad alberello, a pergola. Invece nell’ultima ventina d’anni ha prevalso il razionalismo produttivo. Abbiamo pensato un po’ tutti che la qualità si avesse aumentando il numero di ceppi per ettaro. La natura, come sempre accade quando si cerca di sovvertirne le regole, s’è ribellata.
Ecco, son questi i discorsi che mi piacciono, son questi i temi della “naturalità” che privilegio. Non m’importa granché dei tanti discorsi sui vini più o meno “naturali”. La naturalità è in vigna. Ridando equilibrio a quell’essere vivente che è la vite. Che ci ripagherà. Con l’uva migliore possibile.
Che dire ancora, se non ringraziare Vittorio Moretti e lo staff di Bellavista che le riflessioni (e le sperimentazioni) in materia – molto più profonde e tecniche di quel che ho cercato di raccontare in queste righe – le ha messe a disposizione di tanti produttori? "Abbiamo voluto creare insieme una giornata di approfondimento e riflessione su questo tema - dice il direttore di Bellavista, Mattia Vezzola, enologo dalla profonda vocazione agronomica - che possa unire le esperienze di molti produttori e di molte aziende agricole italiane per meglio comprendere il futuro dei nostri vigneti". Bravi.
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